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Iran. Si comincia


Panurge

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Roberto M
1 ora fa, briandinazareth ha scritto:

ha le palle

 

 

Certo. Di ferro.
Come i vecchi galeotti.

Tra moglie a processo, fratello a processo, ministri, ex ministri, dirigenti e fedelissimi travolti dagli scandali, il socialismo spagnolo sembra aver trasferito la sede dal Parlamento in tribunale.

E, secondo il Corriere della Sera, il conto è arrivato a 126 tra indagati e condannati nell’orbita del potere socialista.

Nel frattempo il governo sopravvive appeso ai voti della sinistra radicale e degli indipendentisti baschi (cioè ex terroristi bombaroli), trasformando ogni seduta parlamentare in una prova di sopravvivenza politica.

Altro che “leader con le palle”: sembra il protagonista di “Fuga da Alcatraz”, solo che invece di evadere continua a chiedere la fiducia.

 

https://www.corriere.it/esteri/26_luglio_05/spagna-sanchez-126-fedelissimi-indagati-condannati-921cf83b-907f-4d39-91c2-961452cdexlk.shtml

 

 

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https://melius.club/topic/28610-iran-si-comincia/page/280/#findComment-1795815
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16 ore fa, Roberto M ha scritto:

James F. Jeffrey è uno dei più autorevoli diplomatici e strateghi americani sul Medio Oriente. In oltre quarant’anni di carriera ha servito sette Presidenti degli Stati Uniti, sia repubblicani sia democratici, ricoprendo incarichi di massimo livello, tra cui ambasciatore in Iraq e Turchia e Inviato speciale per la Siria e la coalizione anti-ISIS. Oggi è Distinguished Fellow del Washington Institute. Il suo saggio è stato pubblicato su Foreign Affairs, la più autorevole rivista americana di politica estera.

Qui il suo articolo.

Per chi non conosce l’inglese pubblico una breve sintesi sotto.

 

 

 

https://www.foreignaffairs.com/iran/iran-didnt-win-war

 

 

James F. Jeffrey parte da un’osservazione: dopo il cessate il fuoco molti commentatori occidentali hanno sostenuto che Stati Uniti e Israele abbiano fallito, perché non sono riusciti a rovesciare il regime iraniano né a eliminarne definitivamente il programma nucleare. Secondo Jeffrey questa conclusione è sbagliata, perché non tiene conto dei risultati strategici effettivamente raggiunti dagli USA e da Israele.

Il suo ragionamento consiste nel collocare il conflitto in una prospettiva molto più ampia.
La guerra, afferma, non inizia con gli ultimi bombardamenti, ma con l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, quando sembrava che l’«Asse della Resistenza» costruito dall’Iran fosse al massimo della propria forza. Da quel momento, però, l’equilibrio regionale si è progressivamente capovolto.

Jeffrey osserva che Hamas è stato pesantemente degradato sul piano militare, Hezbollah ha perso gran parte della propria capacità offensiva, il regime siriano alleato di Teheran è stato annientato, numerose milizie sciite sostenute dall’Iran hanno subito gravi perdite e la stessa Repubblica Islamica ha visto danneggiati sistemi missilistici, difese aeree e infrastrutture militari.
Di conseguenza, pur essendo ancora un attore importante, Teheran dispone oggi di una capacità di deterrenza e di proiezione regionale molto inferiore rispetto a quella posseduta nel 2023.

L’autore insiste sul fatto che non esistono vittorie assolute in Medio Oriente.
Pretendere il cambio di regime o la distruzione completa del programma nucleare significherebbe fissare obiettivi quasi impossibili da raggiungere.

La domanda corretta, invece, è molto più semplice: l’Iran è oggi più forte o più debole di quanto fosse tre anni fa? La risposta di Jeffrey è inequivocabile: è significativamente più debole.

Da questa analisi deriva anche la sua proposta di politica estera. Washington non dovrebbe inseguire una «vittoria finale», ma consolidare i risultati già ottenuti: impedire all’Iran di ricostruire rapidamente il proprio apparato militare, continuare a contenere il programma nucleare, garantire la sicurezza della navigazione nel Golfo Persico e preservare la superiorità strategica acquisita da Israele e dagli Stati Uniti. L’obiettivo non è eliminare definitivamente la minaccia iraniana, bensì fare in modo che essa rimanga stabilmente inferiore rispetto al livello raggiunto prima del 7 ottobre 2023.

 

Ma a noi, di tutto questo che cosa ce ne importa?

 

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Trump, chiediamo pedaggio 20% su transiti Hormuz

Gli Stati Uniti assumeranno il ruolo di «guardiani dello Stretto di Hormuz» e «in tale veste e per ragioni di equità, verranno rimborsati - nella misura del 20% sul valore di tutto il carico trasportato - per qualsiasi costo necessario a garantire la sicurezza e la protezione di quest'area del mondo estremamente instabile». Lo annuncia Donald Trump in un post su Truth. «L'iter e l'organizzazione avranno inizio immediatamente», afferma il presidente americano.

(Ricorda tanto il "pizzo" delle organizzazioni mafiose)

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