Vai al contenuto
Melius Club

Lo shopping di Trump


Messaggi raccomandati

Inviato
2 minuti fa, criMan ha scritto:

problema è la guerra scatenata dal matto in iran

Secondo me il problema maggiore sopattutto per noi è proprio l'Iran: gli USA non possono perdere

il controllo dello stretto (che avevano totale e pacifico fino all'attacco di febbraio) 

e non hanno né la forza né la possibilità di sconfiggere l'Iran.

 

 

mariovalvola
Inviato

 

@wow Premesso che le tue gentili etichette non mancano mai anche quando potresti evitarle, aggiungerei che il problema del tuo ragionamento è che continui a confondere i principi sui quali l'Unione europea dichiara di fondarsi con la loro effettiva applicazione.

Che il diritto internazionale, la democrazia e la tutela delle libertà siano principi fondativi dell'UE non lo contesta nessuno. Il problema è verificare quanto questi principi condizionino realmente le sue scelte, soprattutto quando entrano in conflitto con gli interessi politici ed economici.

Prendiamo Israele. Di fronte alle violazioni del diritto internazionale denunciate dagli organismi delle Nazioni Unite, l'Europa non ha adottato misure paragonabili a quelle riservate alla Russia. Le proposte di sanzioni e di sospensione delle agevolazioni commerciali sono rimaste impantanate nelle divisioni tra gli Stati membri.

Oppure l'Iran. Dopo gli attacchi israeliani e statunitensi contro i suoi impianti nucleari, nel settembre 2025 l'Europa ha ripristinato pesanti sanzioni contro Teheran, richiamandosi alle inadempienze dell'accordo nucleare. Ma quale risposta altrettanto incisiva è stata adottata nei confronti di chi aveva appena impiegato la forza militare?

E visto che siamo così profondamente attaccati alle libertà individuali, ricordiamo anche il caso di Hüseyin Doğru, giornalista sanzionato dall'Unione europea nel maggio 2025, con congelamento dei beni e pesanti restrizioni economiche, sulla base di accuse relative ai suoi collegamenti con la propaganda russa.

Non sto sostenendo che quelle accuse siano necessariamente infondate. Mi chiedo però come si concili l'adozione di misure tanto invasive, senza una preventiva condanna penale, con la centralità attribuita alla libertà di stampa, alla presunzione d'innocenza e alle garanzie individuali. Tanto che Doğru ha impugnato le sanzioni davanti alla giustizia europea.

Curioso, poi, che tu invochi l'impossibilità di interrompere contratti energetici privati senza compromettere lo Stato di diritto, mentre consideri evidentemente compatibile con quello stesso Stato di diritto il congelamento delle risorse economiche di un giornalista mediante un provvedimento sanzionatorio.

Le sanzioni economiche possono limitare rapporti contrattuali e diritti patrimoniali. La questione è quali interessi si ritengano sufficientemente importanti per giustificarle e quali garanzie vengano assicurate ai destinatari.

Quanto a Trump, non ho mai sostenuto che la sua concezione delle relazioni internazionali coincida con quella europea. Ho contestato la pretesa che il richiamo europeo ai principi basti, da solo, a dimostrare una superiore coerenza dei comportamenti.

Tu definisci le contraddizioni europee necessità contingenti e quelle di Trump cinismo deliberato. Ma così la conclusione è già contenuta nelle premesse: quando agiamo noi prevale la necessità, quando agiscono gli altri prevale l'interesse.

Il diritto internazionale e le libertà fondamentali, invece, dovrebbero avere proprio la funzione di impedire che la legittimità di un comportamento dipenda dall'identità di chi lo compie.

Altrimenti non stiamo difendendo l'universalità dei principi. Stiamo difendendo la discrezionalità con cui scegliamo di applicarli.

E francamente, per chi presenta il diritto come l'architettura stessa della propria esistenza politica, non mi sembra una contraddizione da poco.

 

 

 

  • Melius 1
Inviato
1 ora fa, wow ha scritto:

Questo è un altro discorso ed è legato alla composizione politica dei vertici UE, conservatori, di destra, ideologicamente filo israeliani. E' la democrazia e non un difetto dell'architettura UE.

Se l'Unione Europea pretende di presentarsi al mondo come una "potenza normativa" fondata sul diritto internazionale, non può applicare principi e sanzioni a geometria variabile. Questa incoerenza distrugge la credibilità geopolitica dell'UE di fronte al resto del mondo.

 

La politica estera europea non è il risultato di un dibattito democratico federale dove la maggioranza governa e decide, ma del potere di blocco dei singoli governi nazionali.

Quando un'istituzione si dimostra incapace di applicare i propri principi fondamentali per paura delle spaccature interne, il problema non è la sensibilità del commissario di turno, ma la mancanza di uno strumento di politica estera comune slegato dai veti nazionali.

 

  • Melius 1
Inviato

 

Perché Trump mente spudoratamente (anche) sul diesel russo

di Gianluca Mercuri

 

Secondo il presidente degli Stati Uniti, «l’aumento del prezzo del gasolio a livello mondiale è dovuto principalmente alla guerra tra Russia e Ucraina». Ma è falso: ecco perché

«L’aumento del prezzo del gasolio a livello mondiale è dovuto principalmente alla guerra tra Russia e Ucraina, non (alla guerra degli Stati Uniti contro) l’Iran».

 

Il post con cui domenica Donald Trump ha annunciato la ripresa dell’import di gasolio russo, scaricato l’Ucraina (e l’Europa), legittimato il Paese aggressore e regalato a Putin un’insperata boccata d’ossigeno sta facendo disperare politici e diplomatici, ammattire gli analisti ed esplodere il già enorme archivio storico sul trumpismo e le sue conseguenze. Ma in realtà l’argomento non era nuovo nella retorica social del presidente americano, che già un mese prima aveva truttato (da Truth, il suo social) che «Zelensky deve fare una cosa sola: smetterla di colpire i depositi di gasolio in Russia. Che colpisca pure gli obiettivi, ma non il gasolio, perché sta causando una carenza di gasolio che sta danneggiando il mondo».

Sulle conseguenze geopolitiche della svolta trumpiana, basta e avanza citare un paio di grandi analisti:

- Uno è Vali Nasr: «Consentendo la vendita di gasolio da parte della Russia, gli Stati Uniti hanno deciso di sacrificare ogni parvenza di obiettivo comune con l’Europa sull’Ucraina per portare avanti la guerra con l’Iran. Per l’Europa, la guerra in Ucraina e la minaccia russa rimangono il problema strategico più rilevante».

- L’altro è Ian Bremmer: «Capisco che i prezzi del gasolio siano alti e che le elezioni di medio termine siano alle porte. Ma è comunque incredibile che gli Stati Uniti abbiano deciso di contribuire a finanziare la guerra della Russia contro l’Ucraina».

Si capisce dunque il duplice movente di Trump nel suo ennesimo delitto ai danni dell’ordine mondiale: da una parte c’è l’intento propagandistico, per far credere agli elettori americani che se pagano i carburanti molto più di prima è colpa dei droni di Zelensky e non della tuttora insensata guerra all’Iran. Dall’altra, settori dell’amministrazione Usa pensano davvero che se si interrompessero gli attacchi di droni ucraini alle raffinerie di petrolio russe il prezzo del gasolio alle pompe americane, che ha raggiunto livelli record, comincerebbe a scendere.

Urge a questo punto un fact checking, da cui non può esimere nemmeno l’ampia presunzione di mendacia che accompagna ogni sortita di Trump. La risposta ce l’hanno gli esperti seri e quella che ha dato al Kyiv Independent Alan Riley, ricercatore senior presso il Global Energy Center dell’Atlantic Council, le batte tutte per sintesi ed efficacia: è vero quello che dice Trump? «Ovviamente non è vero». Non solo: è praticamente il contrario della verità perché, spiega l’analista, l’impennata dei prezzi del gasolio è da addebitare «quasi tutta» alla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e alle sue conseguenze più gravi per la stabilità economica globale: la chiusura dello Stretto di Hormuz e l’interruzione della capacità di raffinazione nel Golfo Persico. Quanto all’altra guerra, l’Ucraina sta attuando una strategia non solo legittima - considerazione pleonastica, in quanto Paese aggredito - ma altamente funzionale sul piano militare, perché «la maggior parte del carburante raffinato prodotto nelle raffinerie russe viene utilizzato in Russia».

Ma a smentire Trump bastano dei semplici numeri, forniti oltretutto dalla U.S. Energy Information Administration (EIA), l’agenzia statistica e analitica del Dipartimento dell’Energia di Washington. Quando Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran, il 28 febbraio, il prezzo medio del gasolio nelle stazioni di servizio Usa era sui 3,60 dollari al gallone, mentre ora è praticamente il doppio, 6,23 dollari al gallone, il record di sempre.

Ora: come scrive il giornale di Kiev, «è fondamentale sottolineare che nel febbraio 2026, quando i prezzi del gasolio negli Stati Uniti hanno iniziato a salire vertiginosamente, la campagna di attacchi in profondità dell’Ucraina era già in pieno svolgimento e contribuiva alla cronica carenza di carburante in Russia fin dall’agosto 2025». In quell’anno, per esempio, la raffineria di Ryazan, uno dei più grandi impianti della Russia, è stata colpita nove volte, con continue sospensioni dell’attività. Sempre secondo i dati EIA, nell’agosto 2025 il prezzo medio del gasolio negli Stati Uniti era di 3,70 dollari al gallone, praticamente identico (anzi leggermente superiore) ai 3,60 del febbraio ’26.

Per conferma basta controllare cosa diceva l’analista indipendente Boris Aronstein al Guardian proprio in quella data, agosto ’25: «Gli attacchi sono massicci, coordinati e ripetuti; si susseguono a ondate e le raffinerie semplicemente non hanno il tempo di riparare i danni causati dall’attacco precedente prima che si verifichi quello successivo».

Ricapitolando: i droni ucraini devastano le raffinerie russe da molto prima dell’attacco israelo-americano all’Iran, ma i prezzi del gasolio sono schizzati verso l’alto solo dopo quell’attacco.

Il Financial Times ha analizzato uno studio della Kyiv School of Economics (KSE), e ne ha condiviso le valutazioni: «La guerra tra Stati Uniti e Iran ha avuto un impatto di gran lunga maggiore sulle forniture globali di diesel e gasolio rispetto agli attacchi con i droni dell’Ucraina. Secondo le stime, le esportazioni dal Golfo sono diminuite di 152 milioni di barili tra marzo e agosto, a fronte di un calo di 68 milioni di barili nelle esportazioni russe nello stesso periodo». Dunque, è la conclusione del report, «la perdita cumulativa proveniente dal Golfo Persico è stata quindi circa 2,2 volte maggiore».

Ma vediamo anche altre fonti. Secondo i dati della Kpler, società specializzata nell’analisi dei trasporti marittimi, ripresi dalla Bbc, nel 2025 venivano esportati sul mercato globale circa 6,8 milioni di barili di gasolio al giorno, mentre nel settembre 2026 le esportazioni globali sono scese a 5,8 milioni di barili al giorno: un calo di circa un milione di barili al giorno.

Nell’ultimo anno alcuni Paesi - e soprattutto gli Stati Uniti, primo esportatore mondiale - hanno aumentato l’export di gasolio. In vista del picco di domanda invernale, e con scorte in via di esaurimento, le raffinerie americane stanno lavorando a pieno regime. Ma nel complesso, in questo stesso periodo le esportazioni nette globali sono diminuite. Ed è stato questo calo dell’offerta a fare aumentare il prezzo.

E dunque: quanto ha contribuito la Russia a questo calo? Il calcolo, secondo i dati Kpler, è semplice. La Russia esportava circa 810 mila barili di gasolio al giorno nel 2025, una cifra scesa a circa 140 mila barili al giorno a settembre 2026. Dunque, una perdita secca di 670 mila barili al giorno.

Vediamo quanto ha contribuito invece il Medio Oriente al drammatico calo dell’offerta globale di gasolio. Gli Stati del Golfo - Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman - nel 2025 esportavano circa 1,4 milioni di barili di gasolio al giorno, scesi a 670 mila nel settembre 2026.

Quindi, dal Medio Oriente si è registrata nell’ultimo anno una perdita secca di 730 mila barili al giorno, e già così sono più dei barili in meno provenienti dalla Russia. Se consideriamo solo il periodo della guerra all’Iran, marzo-agosto, i dati coincidono con quelli KSE: la perdita cumulativa dal Medio Oriente è più del doppio rispetto a quella dalla Russia.

Tutto questo vuol dire che la campagna di droni scatenati dall’Ucraina non ha avuto alcun impatto? O che non ne abbiano avuto le sanzioni alla Russia? Ovviamente no, e i pareri raccolti dal Kyiv Independent non lo negano. Né, d’altronde, sarebbe interesse dell’Ucraina sminuire l’efficacia della propria strategia e le conseguenti difficoltà incontrate dal nemico. È il ministero della Difesa di Kiev, non a caso, a sottolineare che solo in agosto sono state colpite 12 grandi raffinerie russe, «con una capacità progettuale complessiva di circa 100 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi all’anno». E beninteso, il martellamento di quegli impianti non è stato interrotto finché la «tregua energetica» spacciata da Trump non avrà riscontri nella realtà. Cosa complicata dal fatto che Putin resta convinto che, con l’inverno alle porte, gli convenga martellare a sua volta le infrastrutture energetiche ucraine.

Ma ovviamente lo zar dovrà tenere conto anche delle sue difficoltà interne. Secondo Luke Wickenden del Centre for Research on Energy and Clean Air, «le esportazioni russe di prodotti via mare sono diminuite del 21% tra gennaio e luglio, circa il doppio del calo registrato nel mercato marittimo globale, ma la Russia rappresenta comunque solo circa un quinto di tale calo». Un calo dovuto soprattutto al gasolio, che è il principale prodotto raffinato esportato da Mosca. Per l’analista «le esportazioni russe sono diminuite di un terzo (quindi meno rispetto ai dati visti sopra, ndr) e il calo equivale a circa il 4% del commercio mondiale via mare di gasolio e diesel».

Quello che conta, sul piano della valutazione delle prospettive di guerra del regime, è che «spinta dalla disperazione, la Russia ha iniziato a importare carburante, il che rappresenta una vera novità: tra il 2023 e il 2025 non ha acquistato quasi nulla via mare, senza che arrivasse alcun carico in 13 di quei 36 mesi», spiega Wickenden. «Nell’agosto 2026 ha importato 172 mila tonnellate, il triplo di quanto acquistato nell’intero 2025, e la quota della benzina è passata dal 6% al 74% delle sue importazioni di prodotti. I volumi sono irrisori per il mercato mondiale, ma un Paese che lo scorso anno era il secondo esportatore mondiale di prodotti petroliferi ora paga per far raffinare all’estero il proprio greggio e per farselo rispedire».

Nel frattempo, secondo l’agenzia di stampa russa Interfax (non governativa), dall’inizio del 2026 i prezzi della benzina nel Paese sono aumentati del 21,16%, raggiungendo una media di 78,25 rubli (0,93 dollari) al litro, mentre il costo del gasolio è cresciuto del 18,4%, a una media di 88,44 rubli (1 dollaro) al litro.

Insomma: Putin dovrebbe spiegare ai russi che li aspettano tempi sempre più cupi, Trump dovrebbe ammettere con i consumatori americani che le raffinerie del loro Paese stanno accumulando montagne di profitti mentre i prezzi alla pompa salgono, e che questo aumento l’ha causato lui attaccando incautamente l’Iran e non Zelensky difendendosi dagli aggressori. E Zelensky potrà dire agli ucraini che i loro droni hanno integrato il regime di sanzioni anti-russe, necessarie ma non sufficienti a far resistere gli aggrediti.

 

  • Melius 2
Inviato

Quando l'UE appare incoerente (come su Israele o il Medio Oriente), non è perché ha elaborato una dottrina cinica, ma perché non è uno Stato unico. Ricordo ancora che la UE è una confederazione di 27 democrazie sovrane con storie, sensibilità e interessi nazionali divergenti. Le sue paralisi o lentezze sono il risultato del diritto di veto e del compromesso democratico interno, non della volontà politica di applicare il diritto "a geometria variabile".

Riguardo al caso del giornalista, l'atto sanzionatorio amministrativo della UE si fonda su un fascicolo compilato dai servizi d'informazione degli Stati membri (in particolare la Germania) nel quale si evidenziano legami strutturali e di personale con media di Stato russi. Il giornalista era fondatore e proprietario della piattaforma Red Media che impiegava personale e collaboratori precedentemente legati a network mediatici russi, finanziati dal Cremlino. R. M. operava come una facciata di "media indipendente di sinistra", ma era strutturata per diffondere propaganda volta a polarizzare l'opinione pubblica occidentale e destabilizzare la tenuta sociale in Germania ed Europa, ad esempio orientando l'attenzione su contestazioni e proteste.

In uno Stato di diritto, i governi e le istituzioni (come il Consiglio della UE) detengono il potere esecutivo e di sicurezza, hanno cioè il dovere e la facoltà di adottare misure amministrative tempestive per prevenire minacce alla sicurezza nazionale, guerra ibrida o ingerenze straniere.

Se per ogni misura di sicurezza preventiva l'Unione Europea dovesse attendere un processo penale con condanna definitiva in tre gradi di giudizio, la sua capacità di difesa da minacce esterne o da operazioni di disinformazione bellica sarebbe del tutto paralizzata.

La differenza sostanziale, però, è che l'atto dell'esecutivo non è la parola finale, ovvero ciò che distingue la UE da un regime illiberale non è la pretesa di un'infallibilità amministrativa, ma la presenza di un meccanismo autonomo di controllo e bilanciamento (checks and balances). Le sanzioni amministrative dell'UE sono impugnabili di fronte alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Il Consiglio dell'UE è tenuto a esibire prove concrete e documentate davanti ai giudici. Se la Corte di Giustizia dell'Unione Europea ritiene che le motivazioni o le prove siano insufficienti, sproporzionate o lesive dei diritti fondamentali (come la libertà d'espressione), l'atto amministrativo viene annullato e i beni scongelati.

Nelle autocrazie o nella politica puramente transazionale, l'individuo colpito dal potere politico semplicemente soccombe. In Europa, l'individuo può citare in giudizio l'istituzione che lo ha sanzionato e costringerla a rendere conto delle proprie azioni.

L'Europa è una costruzione politica spesso ipocrita e farraginosa, che tenta faticosamente di muoversi dentro un perimetro di regole e diritti che essa stessa si è data (e da cui può essere giudicata e sanzionata dai propri tribunali). La politica transazionale pura, al contrario, rivendica il diritto di non avere regole fin dall'inizio.

Criticare le incoerenze europee è doveroso ed è l'unico modo per spingere l'UE a maturare. Ma scambiare le contraddizioni di una democrazia (imperfetta) con la deliberata negazione del diritto internazionale significa cancellare l'unico strumento di misura con cui possiamo, ancora oggi, criticare sia l'Europa che Trump.

 

5 ore fa, claravox ha scritto:

La politica estera europea non è il risultato di un dibattito democratico federale dove la maggioranza governa e decide, ma del potere di blocco dei singoli governi nazionali.

Quando un'istituzione si dimostra incapace di applicare i propri principi fondamentali per paura delle spaccature interne, il problema non è la sensibilità del commissario di turno, ma la mancanza di uno strumento di politica estera comune slegato dai veti nazionali.

Avrei giurato che tu fossi stato contrario all'abolizione di questo potere di veto (caro alle destre sovraniste) che, per carità, esistono per garantire i più piccoli dallo strapotere dei soggetti più forti. Solo che si arriva all'eccesso opposto provocando una situazione di paralisi. Ma per fortuna mi sbagliavo. 

L'ipocrisia e le lentezze della diplomazia europea sono il prezzo che paghiamo per mantenere unite 27 democrazie diverse senza la forza delle armi o l'imposizione di una maggioranza.

Ripeto, è un sistema perfettibile e che necessita di riforme istituzionali. Confondere la complessità di un cantiere democratico sovranazionale con una deliberata assenza di principi significa pretendere l'efficacia di una dittatura o di un impero all'interno di un'unione di stati liberi.

Resta il fatto che dalla cassetta del populismo è molto facile tuonare contro la UE (ed essere contemporaneamente indulgenti con i bulli al punto di fare improvvidi confronti) ma è molto difficile leggere qualcosa di costruttivo per ovviare alle lamentazioni. 

 

  • Melius 1
Inviato
6 ore fa, mariovalvola ha scritto:

Tu definisci le contraddizioni europee necessità contingenti e quelle di Trump cinismo deliberato. Ma così la conclusione è già contenuta nelle premesse: quando agiamo noi prevale la necessità, quando agiscono gli altri prevale l'interesse.

Dimostrami il contrario

Inviato
10 minuti fa, wow ha scritto:

In Europa, l'individuo può citare in giudizio l'istituzione che lo ha sanzionato

intanto paghi tu vero.

Inviato
1 minuto fa, audio2 ha scritto:
12 minuti fa, wow ha scritto:

In Europa, l'individuo può citare in giudizio l'istituzione che lo ha sanzionato

intanto paghi tu vero.

Prendetevela con Mussolini, Hitler, Stalin, Putin, Netanyahu e Trump. Però non potete fare questa vita transazionale ...

Inviato
5 minuti fa, audio2 ha scritto:

intanto paghi tu vero.

Genovesi e scozzesi si inchinano, mamma mia come sei attaccato ai soldi :classic_biggrin: rilassati, li lasci tutti qua, a qualche comunista pensionato.

  • Haha 1
Gaetanoalberto
Inviato

Ma prima dell'Unione Europea, la posizione dei singoli stati verso Israele era diversa ?

Non c'erano contraddizioni?

Ed a livello internazionale, oggi, dato che persino gli stati mussulmani sono stati molto prudenti, e nessuna misura concreta è stata presa da Russia e Cina, di cosa parliamo?

Tornerei al quesito: vale la pena di difendere e migliorare la UE, o ci lasciamo avviluppare da modelli con limiti anche peggiori?

La perfezione coerente che pretendiamo dalla UE, dove la troviamo invece? 

E la necessaria unanimità difesa strenuamente come

può consentirci di attribuire "alla UE" le responsabilità di una posizione di politica estera obbligata dai veti?
Qual è l'obiettivo ?

Dire che la UE ha avuto dei limiti? E certo! È quel che diciamo.

Dunque demoliamo o integriamo?

Ma poi che facciamo: se la maggioranza vota per evitare sanzioni ad Israele emigriamo in Palestina?

 

mariovalvola
Inviato

@wow 

Continui a descrivermi le garanzie teoriche dello Stato di diritto, mentre io ti sto chiedendo di esaminarne il funzionamento concreto.

Prendiamo Doğru. Secondo la fondazione Wau Holland, che ha deciso di finanziare la sua difesa, il giornalista può disporre di appena 506 euro mensili. La stessa fondazione deve sottoporre le fatture degli avvocati alla Bundesbank per ottenere l'autorizzazione al pagamento.

Ora, mi spieghi come potrebbe un cittadino in queste condizioni sostenere autonomamente una controversia contro le istituzioni europee?

Il fatto che possa formalmente ricorrere davanti a un tribunale è certamente importante. Ma se non dispone delle risorse per farlo, la tutela giurisdizionale rischia di diventare un diritto puramente teorico.

E non stiamo parlando di un'ipotesi astratta: nel marzo 2026 un tribunale tedesco ha respinto un suo ricorso urgente relativo all'accesso ai conti bancari, ponendo a suo carico anche le spese del procedimento.

Trovo poi curioso che tu presenti le contestazioni contenute nel fascicolo sanzionatorio come se costituissero già un accertamento giudiziario. Sono precisamente le contestazioni sulla cui fondatezza e proporzionalità si dovrebbe poter esercitare un controllo effettivo.

Non contesto che le istituzioni possano adottare misure preventive senza attendere una condanna penale. Contesto l'idea che la semplice possibilità di impugnarle sia sufficiente a dimostrare che tutte le garanzie sostanziali siano rispettate.

Peraltro, l'esistenza di 27 Stati con interessi divergenti spiega le difficoltà decisionali dell'Unione, ma non risolve la questione dell'applicazione selettiva dei principi. Una contraddizione non scompare soltanto perché nasce da un compromesso anziché da una dottrina politica esplicita.

Il punto, ancora una volta, non è negare la differenza tra una democrazia e un'autocrazia. È chiedere che una democrazia venga giudicata anche sulla concreta accessibilità dei diritti che proclama.

Perché lo Stato di diritto non si esaurisce nella possibilità astratta di fare ricorso. Deve garantire che quella possibilità sia effettiva, anche quando il cittadino si trova a dover contestare una decisione presa dalle stesse istituzioni che ne hanno congelato i beni.

 

@wow

Ma sei tu che devi dimostrare la tua affermazione, non io il suo contrario.

Sei tu che attribuisci alle contraddizioni europee la dignità di necessità contingenti e a quelle di Trump la natura di cinismo deliberato.

Io mi sono limitato a osservare che questa distinzione presuppone proprio ciò che vorresti dimostrare.

Qual è il criterio oggettivo che ti permette di stabilire quando un interesse economico costituisce una necessità inevitabile e quando invece rappresenta una scelta cinica?

Non puoi assumere come premessa la superiorità delle motivazioni europee e poi utilizzarla come prova della superiorità dei comportamenti europei.

È un ragionamento circolare, non una dimostrazione.

 

Inviato
10 ore fa, Coltr@ne ha scritto:

 rilassati, li lasci tutti qua, a qualche comunista pensionato.

Mi hai chiamato?

Inviato
10 ore fa, Gaetanoalberto ha scritto:

Ma prima dell'Unione Europea, la posizione dei singoli stati verso Israele era diversa ?

Non c'erano contraddizioni?

Ed a livello internazionale, oggi, dato che persino gli stati mussulmani sono stati molto prudenti, e nessuna misura concreta è stata presa da Russia e Cina, di cosa parliamo?

Tornerei al quesito: vale la pena di difendere e migliorare la UE, o ci lasciamo avviluppare da modelli con limiti anche peggiori?

La perfezione coerente che pretendiamo dalla UE, dove la troviamo invece? 

E la necessaria unanimità difesa strenuamente come

può consentirci di attribuire "alla UE" le responsabilità di una posizione di politica estera obbligata dai veti?
Qual è l'obiettivo ?

Dire che la UE ha avuto dei limiti? E certo! È quel che diciamo.

Dunque demoliamo o integriamo?

Ma poi che facciamo: se la maggioranza vota per evitare sanzioni ad Israele emigriamo in Palestina?

 

 

Nella staffetta della storia la “epidemia globale di nostalgia” ha raccolto il testimone della precedente “epidemia per la smania di progresso” che ormai si estende, globalmente ma inesorabilmente, a tutto il mondo.

 

La privatizzazione/individualizzazione dell'idea di “progresso” e degli sforzi per migliorare costantemente l'esistenza fu offerta dai governanti, e accolta da gran parte dei governati, come una liberazione che poneva fine ai severi obblighi della sottomissione e della disciplina, in cambio della rinuncia ai servizi sociali e alla protezione dello Stato. Per tante persone sempre di più quella liberazione si rivelò una fortuna e insieme una disgrazia, o forse una fortuna adulterata da una dose notevole e crescente di disgrazia. Ai disagi dei vincoli subentrarono non meno umilianti, spaventosi e gravosi i rischi, che inevitabilmente finirono per saturare quella condizione di autonomia imposta per decreto. Se la paura di non dare un contributo (con le sanzioni che ciò comportava) poteva essere tenuta a bada dal conformismo e dall'obbedienza che fino a ieri imperavano al posto dove oggi vige l'autonomia, a quella paura è subentrato il terrore, non meno straziante, di risultare inadeguati. Mentre le vecchie paure scivolavano lentamente nell'oblio e le nuove si ingigantivano e si intensificavano, promozione e declassamento, progresso e arretramento si scambiavano le parti e si moltiplicavano sempre più gli individui che, come pedine su una scacchiera, erano (o si sentivano) condannati alla sconfitta. Ecco così spiegata la nuova inversione di rotta del pendolo della mentalità e degli atteggiamenti pubblici: le speranze di miglioramento, a suo tempo riposte in un futuro incerto e palesemente inaffidabile, sono state nuovamente reinvestite nel vago ricordo di un passato apprezzato per la sua presunta stabilità e affidabilità. Un simile dietrofront trasforma il futuro, da habitat naturale di speranze e aspettative legittime, in sede di incubi: dal terrore di perdere il lavoro e lo status sociale che esso conferisce, a quello di vedersi “riprendere” la casa e le cose di una vita, di rimanere impotenti a guardare mentre i propri figli scivolano giù per il pendio del binomio benessere-prestigio, di ritrovarsi con abilità che, sebbene faticosamente apprese e assimilate, hanno perso qualsiasi valore di mercato. La via del futuro somiglia stranamente a un percorso di corruzione e degenerazione. Il cammino a ritroso, verso il passato, si trasforma perciò in un itinerario di purificazione dai danni che il futuro ha prodotto ogni qual volta si è fatto presente.

Gli effetti di un simile cambiamento, come illustrerò in questo libro, si vedono e si toccano a tutti i livelli della convivenza sociale, nella nascente visione del mondo e nelle strategie di vita che tale visione insinua e prepara. La recente diagnosi di Javier Solana sulla forma assunta da quegli effetti nell'Unione europea' (in quanto pionieristico esperimento per trasferire l'integrazione nazionale a livello sovranazionale) si può leggere, a parte qualche piccola correzione, come immagine ai raggi X di un «ritorno al passato» che si osserva a qualsiasi livello. Cambiano i linguaggi, ma le storie che vengono raccontate appaiono sorprendentemente simili.

(Z. Bauman, "Retrotopia")

 

  • Thanks 1
Inviato

Queste rigidità e storture esistono, e sono il prezzo che una democrazia paga quando decide di difendersi.

In Germania e in Europa l'ordinamento prevede la possibilità di sciogliere o mettere fuori legge partiti politici di estrema destra o di estrema sinistra (ne abbiamo parlato anche qui), di congelare conti o di usare poteri amministrativi drastici. Non sono incidenti di percorso, né un'ingenuità: è il concetto stesso di difesa della democrazia dal suicidio (o dall'omicidio). In Germania, esiste il concetto di democrazia militante.

Quando una democrazia si trova sotto la pressione di una guerra ibrida, di ingerenze straniere o di minacce all'ordine costituzionale, usa gli strumenti di tutela che ha a disposizione.

In un mondo ideale non ci sarebbe bisogno di misure d'emergenza o di poteri speciali. Nella realtà di una guerra d'informazione (e non solo) coordinata da potenze ostili, pretendere che le democrazie assistano paralizzate per paura di applicare una sanzione di troppo significa chiedere loro di farsi ingenuamente travolgere.

Le frizioni e i disagi per chi finisce sotto la lente di questi provvedimenti, per quanto duri e contestabili nel merito, sono la conseguenza diretta del fatto che, forse, le democrazie hanno finalmente smesso di considerare la propria sopravvivenza un fatto scontato.

Poi, naturalmente, se vogliamo guardare al futuro con un pizzico di ironia, possiamo stare tranquilli. Con la progressiva avanzata delle destre filorusse in Europa e con una Russia sempre più aggressiva e influente (fatti oggetto di forte riduzionismo o negazionismo), c'è da giurare che la normativa sulle ingerenze straniere diventerà improvvisamente molto più garantista. Saremo felicissimi di scoprire quanto le nuove maggioranze terranno a cuore la tutela di certe strutture di disinformazione e spionaggio al servizio di Mosca.

Il punto focale però, imo, rimane sempre questo: si può legittimamente criticare la durezza di una misura di sicurezza, ma scambiare gli strumenti di autodifesa di uno Stato di diritto per un'inquisizione autoritaria equivale a far finta di non vedere che, fuori da questo perimetro, chi sgarra non riceve una sanzione o un ricorso in tribunale, ma sparisce o finisce in carcere per vent'anni.

4 ore fa, mariovalvola ha scritto:

sei tu che devi dimostrare la tua affermazione, non io il suo contrario

 

L'onere della prova si ottiene analizzando gli atti ufficiali, le dottrine dichiarate e le scelte strategiche dei due attori, non le nostre opinioni.

La differenza tra "necessità contingente" (Europa) e "cinismo transazionale" (Trump) non è un'ipotesi che devo dimostrare: è scritta nero su bianco nelle dichiarazioni e nelle politiche dei diretti interessati.

Trump non ha mai nascosto la sua linea, la dottrina della sua politica estera non è finalizzata alla difesa del diritto internazionale. Al contrario, rivendica apertamente l'approccio puramente affaristico, spesso sfacciatamente pro domo e amoralmente familistico. Per Trump le alleanze storiche (come la NATO) sono contratti di protezione commerciale e la politica estera è un deal aziendale. Quando Trump dice che incoraggerebbe la Russia a fare "quello che vuole" con i Paesi NATO che non pagano abbastanza, sta dichiarando esplicitamente che il principio della sicurezza collettiva è subordinato all'andamento dei suoi affari e dei suoi accoliti.

La UE ha inserito la difesa del diritto internazionale e dei diritti umani nei propri Trattati fondativi. Quando l'Europa cede sulla dipendenza dal gas russo o balbetta su altre crisi, non lo fa teorizzando che "il diritto internazionale non conta", ma perché è paralizzata da veti interni o dipendenze materiali.

(Poi, per carità, episodi come quelli del giornalista russo, con tutte le attenuanti di cui abbiamo parlato, dimostrano che c'è del lavoro da fare (la democrazia è la peggiore forma di governo ecc. ecc.) ma non si possono mettere in discussione questi principi.)

 

 

Inviato
21 ore fa, mariovalvola ha scritto:

confondere i principi sui quali l'Unione europea dichiara di fondarsi con la loro effettiva applicazione.

Cmq, l'entità e la natura delle prove che porti bastano davvero a dimostrare che i principi dell'Unione Europea siano solo una facciata vuota? Per sostenere una tesi così drastica, non bastano singoli casi isolati o le inevitabili contorsioni della diplomazia internazionale.




×
×
  • Crea Nuovo...