Enrico VIII Inviato 8 ore fa Inviato 8 ore fa 3 ore fa, permar ha scritto: Quello @Enrico VIII che come critichi i destrorsi che ci governano, si inalbera. Addirittura, per una battuta? Adesso invece faccio quello serio: secondo me il voto della gente incazzata per questi disordini, non va alla Meloni, bensì a Vannacci.
senek65 Inviato 8 ore fa Inviato 8 ore fa Adesso, Enrico VIII ha scritto: Addirittura, per una battuta? Adesso invece faccio quello serio: secondo me il voto della gente incazzata per questi disordini, non va alla Meloni, bensì a Vannacci. Ripeto..ma magari!!
extermination Inviato 8 ore fa Inviato 8 ore fa Milano esprime l'uguaglianza di chi ha i mezzi economici per abitarla ovvero di chi se la può permettere; una sorta di “club esclusivo” dove anche le relazioni umane si uniformano ad uno standard di reddito elevato. Una città che “esclude” chi non ce li ha, che rischia di diventare una sterile “vetrina” incapace di rigenerarsi e produrre nuove idee 1
garmax1 Inviato 8 ore fa Inviato 8 ore fa Comunque sto osservando le immagini da Milano e osservo una gestione ordine pubblico non efficace. Ci sono immagini di via Dante di devastazione vetrine con furti di abbigliamento senza alcuna presenza di agenti di polizia. Ritengo giusta la critica del sindaco Sala. Il governo riesce solo a solidarizzare con la polizia e accusare le opposizioni. Deve agire kazzo!! Basta decreti sicurezza, deve darsi da fare almeno sul suo terreno d'elezione, la sicurezza e l'ordine. Altro che accusare la sinistra 1
Plot Inviato 7 ore fa Inviato 7 ore fa 9 ore fa, LeoCleo ha scritto: Almeno in questo giro la tigrotta è inattaccabile: quasi 5 anni e nemmeno un avviso di garanzia, un rinvio a giudizio, nemmeno un pettegolezzo di vita privata. Beautiful (la serie) je fa na pipp@
UpTo11 Inviato 7 ore fa Inviato 7 ore fa 55 minuti fa, Velvet ha scritto: A questo concetto aggiungerei un'osservazione: da sempre, o almeno da tutto il novecento, nei periodi di maretta -vuoi per incapacità politica vuoi per situazioni congiunturali- al potere fa comodo fingere di non riuscire a contenere un centinaio di facinorosi che -filmati alla mano- sembrano agire indisturbati con le FFOO tenute al guinzaglio in attesa del fattaccio. La paura della violenza, del saccheggio, della devastazione fanno passare in secondo piano agli occhi della suddetta bestia idiota i motivi per cui a qualcuno girano molto vorticosamente le scatole. Qui, dal governo tutto ordine e disciplina ma evidentemente incapace di distinguere autorità da autorevolezza, giungono le consuete parole cliché, il solito dito puntato verso l'opposizione colpevole di non si sa cosa, le solite reprimende a vanvera ma nessuna prospettiva. Insomma un copione già visto mille volte e perciò piuttosto stantìo. Se i fatti oggi avvengono a Milano è perchè in Italia rappresenta il simbolo massimo delle diseguaglianze, una calamita che attira sempre più persone ma al contempo le respinge negando casa, vita, prospettive. È palese che stanno lasciando fare, oltre alle immagini basta ascoltare i commenti di ducetta & co. (joni). Serve un bel diversivo anche per rimettere dietro al cartonato le proteste di autotrasportatori, ilva e altri fronti caldi. . Tra i vari commenti interessanti letti in giro: "Plebi coltivate come bestie da soma cui somministrare occasionalmente panem et circenses, lavoretti di mеrda e imbonimento televisivo, il giorno in cui questo gioco si inceppa non sono e non saranno sensibili alle ragioni del decoro pubblico, del rispetto per la proprietà, dell’ossequio ai monumenti, ecc. A bruciare automobili, edifici storici e negozi sono soggetti deprivati culturalmente e moralmente. Ma i colpevoli reali, quelli che dovrebbero essere chiamati a pagare, sono quei ceti apicali che quella deprivazione hanno coltivato e voluto, pensando gli fosse utile."
garmax1 Inviato 7 ore fa Inviato 7 ore fa Il capo del questore sostiene che le parole di Sala siano radical chic (?!) 1
garmax1 Inviato 7 ore fa Inviato 7 ore fa @Gela80dimostrami che quello che ho scritto non corrisponde al vero.
Gela80 Inviato 7 ore fa Inviato 7 ore fa 2 minuti fa, garmax1 ha scritto: @Gela80dimostrami che quello che ho scritto non corrisponde al vero. Ma per favore..... 1
Savgal Inviato 7 ore fa Inviato 7 ore fa Milano, identikit dei devastatori: il passaparola via TikTok, la furia come sfondo perfetto dei selfie. Molti in piazza per la prima volta: «Sfascia, prendi, scappa» di Matteo Castagnoli e Cesare Giuzzi Sono arrivati dalla periferia o dalle province vicine, richiamati dalle prime immagini sui social. Né di destra, né di sinistra: vogliono sfasciare una città simbolo della loro emarginazione. Sono qualcosa che sfugge, forse perché la politica tutta ha semplicemente ignorato la loro esistenza TikTok e la piazza. Le macchine dei carabinieri da sfasciare come in Gta. E poi l’assalto ai negozi. Non le vetrine del lusso e delle griffe, ma Nike, Footlocker, Decathlon. «Espropri proletari 2.0», scappando con un paio di scarpe da 120 euro sotto braccio. Trofei di una giornata dove «tutto è gratis». Di una rivoluzione istantanea: spaccare, prendere e scappare. Ragazzini che arrivano sì e no al metro e settanta. Fisico mingherlino stretto in tute nere, giubbotti smanicati e felpe col cappuccio. Hanno addosso i «balaclava», passamontagna che fa vedere solo gli occhi, protagonista di ogni video dei trapper milionari che sbancano la Rete. «Chi è che oggi non sta spaccando qualcosa? Tutti lo fanno», risponde di getto un giovane di cui si intravedono solo gli occhi. Addosso tanto l’immancabile passamontagna, giaccone e guanti. Corre verso un blindato dei carabinieri - che sgomma in piazza Duomo per disperdere gli ultimi violenti rimasti sul sagrato - e gli tira un calcio volante. Scene da guerriglia urbana, di rivolta sociale che a Milano non si vedevano da anni guidate da gruppi di giovanissimi che tra di loro nemmeno si conoscono. Sono a gruppetti di tre, quattro, al massimo una decina. Razzia da «Foot Locker»: i manifestanti sfondano le vetrine e prendono le scarpe Sono arrivati con il treno, se hanno raggiunto la città da altre province come Brescia, Bergamo, Varese e Pavia o dall’hinterland di Milano (molti arrivano da sud, da San Giuliano e San Donato, altri da Cernusco sul Naviglio). Ma non mancano i «milanesi» delle periferie: Crescenzago e San Siro. Alcuni di questi giovani, tra le frange più violente, erano già in corteo dall’inizio del ritrovo di sabato 17 ottobre, alle 15. Altri ancora sono arrivati quando i video e le foto dei disordini hanno iniziato a circolare sui social. «Abbiamo visto cosa stava succedendo e siamo venuti a fare casino», racconta uno di loro. «Dai andiamo a spaccare tutto palazzo Marino (sede del Comune, ndr)», aggiunge un altro manifestante. Davanti ai cordoni di polizia e carabinieri ci sono ragazze che fanno video per TikTok con i filtri che ne trasformano le facce in teneri gattini. Realtà e metaverso, arriva un lacrimogeno e tutti corrono. Ma poi ritornano. Chi spacca, chi lancia pietre contro gli agenti, che si fa a filmare dagli amici per un video in cui canta la sua canzone preferita. Sullo sfondo, intorno, c’è la guerriglia. Scenografia perfetta. Conta più esserci, che manifestare. Lo dimostrano le foto e i video che si scattano sotto la statua di Vittorio Emanuele e che in poche ore diventano virali sui social accompagnati dalle canzoni dei trapper a cui si ispirano (Baby Gang e Simba La Rue su tutti). Milano, gli scontri tra piazza Duomo e la Galleria Selfie con pietre in mano, «foto di squadra» con i trofei del sabato sera: cartelli stradali e lampeggianti di cantieri. Quasi nessuno di questi ragazzi ha mai partecipato prima d’ora ad una manifestazione di piazza, non c’è una strategia, non c’è un percorso lungo il quale sfilare in corteo. È come la Francia, le sue manifestazioni con i casseur, ma è difficile incasellare questi ragazzi dalla pelle chiarissima o scurissima, mai visti prima in corteo, in qualcosa di politico. A scontri finiti qualche centro sociale milanese prova a solidarizzare con la protesta, aprire le braccia a questi manifestanti violenti e determinati. A dare una direzione politica allo sfascia e spacca. Loro però, i movimenti di sinistra, in piazza sono rimasti a guardare questa rabbia senza guida. Hanno lanciato cori contro il «governo fascista» e «l’Europa dei ricchi». Ma è finita lì. Adesso inizierà il dibattito, il tentativo di portare questa protesta violenta e scomposta dentro un alveo di contrapposizione al governo. Molti di coloro che ieri erano in piazza neppure hanno ancora il diritto di voto, altri non hanno neppure la cittadinanza italiana. Alcuni studiano, altri hanno lasciato la scuola. Pochi lavorano. Hanno però la rabbia, la fame, la testa bombardata dai messaggi di odio verso la polizia che sentono nelle loro canzoni. «Oggi si sfascia tutto, riprendiamoci la città. Spacchiamo tutto sbirri di mera». Sono la benzina e la miccia al tempo stesso. Il tempo dirà se diventeranno qualcosa di stabile e di duraturo. Per adesso sono solo ragazzi arrabbiati, annoiati, che fanno video su TikTok con le orecchie da coniglio e rubano scarpe da pochi euro sfasciando una città che è il simbolo della loro emarginazione. Sono qualcosa che sfugge, forse perché la politica tutta ha semplicemente ignorato la loro esistenza. Ma in qualche modo sono il presente. Né destra né sinistra. Milano, Marsiglia, Parigi, Lione, Torino, Madrid. Tutto molto confuso, ma anche terribilmente simile. 2
wow Inviato 7 ore fa Inviato 7 ore fa Guardate le immagini di Milano, guardate come sono vestiti i cd incappucciati. Indossano piumini puffer costosissimi o molto più probabilmente i pezzotti. E' evidente che si tratta di teppaglia di periferia, molto giovane, spesso minorenni. Non è neanche gente dei centri sociali. L'operazione dei benitos di attribuire loro un'etichetta politica è davvero indegna. Farebbero molto meglio a cercare di capire questi fenomeni per evitare problemi peggiori in futuro. 1
Savgal Inviato 7 ore fa Inviato 7 ore fa (Un articolo che ho scritto un anno fa per un quotidiano on-line locale. Non è breve, il focus è su ragazzi che molto probabilmente sono simili a quelli che hanno devastato il centro di Milano) --- IL GIRONE INFERNALE DEL BIENNIO DEGLI ISTITUTI PROFESSIONALI Venerdì 16 febbraio la mia scuola ha avuto l’opportunità di ospitare Agostino Burberi, che è stato uno dei primi allievi di don Lorenzo Milani nella scuola della Barbiana nella prima metà degli anni ’50. Era la possibilità di portare una testimonianza vissuta della scuola della Barbiana e dell’idea di scuola di don Milani, poi espressa nella “Lettera ad una professoressa”. L’incontro era destinato ad un gruppo di studenti della mia scuola e altri studenti della due scuole superiori della città. Ho osservato gli studenti mentre Agostino Burberi parlava e nel dibattito che è seguito, constatando con amarezza che i più disinteressati erano gli studenti dell’istituto professionale, nonostante la testimonianza di Agostino Burberi era molto vicina al loro vissuto. Gli studenti del professionale provengono per la gran parte da famiglie di una condizione sociale, culturale ed economica che corrisponderebbe oggi alle famiglie degli allievi della scuola della Barbiana. Il primo impulso al disinteresse mostrato dai ragazzi del professionale sarebbe di condanna. Chi ha insegnato o insegna nel primo biennio degli istituti professionali vive la tragica e quotidiana esperienza di operare in un ambiente che può essere definito un girone infernale. Molti degli studenti provengono da famiglie in condizioni economiche molto modeste o disagiate e culturalmente povere. Ma anche gli allievi di don Milani provenivano da famiglie di condizioni economiche e culturali simili, anzi, per molti aspetti peggiori, eppure Agostino Burberi ed i suoi compagni credevano nella scuola e nell’istruzione. Nella “Lettera ad una professoressa” don Milani intendeva far emergere il pregiudizio classista in ragione del quale un figlio del proletariato incontrava grandi difficoltà ad accedere alla scuola media. I ragazzi degli istituti professionali hanno invece la possibilità di conseguire un diploma di scuola superiore, eppure sono tanti gli studenti del primo biennio del tutto disinteressati a quello che gli allievi di don Milani consideravano un grande obiettivo. Condannarli attribuendo interamente loro la responsabilità di questo disinteresse sarebbe troppo facile. Scriveva Spinoza nel Trattato teologico-politico "... humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere: ...". Ma non è affatto facile comprendere per quali ragioni un ragazzo o una ragazza che proviene da famiglie in condizioni di disagio economico e culturale rifiuti la possibilità offerta di poter migliorare la sua prospettiva di vita con lo studio. Cercherò di seguito di formulare alcune ipotesi per comprendere tali comportamenti. Un’ipotesi è che il rifiuto dell’istruzione e della scuola ed i comportamenti che questi ragazzi mostrano a scuola sia una nuova forma di disadattamento, se non di devianza, da benessere, conseguenza dei (dis)valori di consumismo e di possesso dei beni materiali, disvalori ancor più distruttivi in contesti di relativa deprivazione materiale e culturale. Un insegnante ai loro occhi non appare un modello, bensì uno che ha passato anni a studiare per una retribuzione di poco superiore ad un operaio e che quindi non può permettersi quei beni materiali che secondo i disvalori di cui sopra sono divenuti il senso e l’obiettivo dell’esistenza. Gli allievi di don Milani volevano un’esistenza dignitosa, erano in conflitto con la società del tempo ed avevano ereditato il senso di appartenenza ad una comunità, per cui le soluzioni ai problemi erano pensate in termini collettivi (politiche, non individuali). Invece i nostri studenti dei professionali hanno purtroppo recepito e fatti propri i disvalori del consumo, del possesso dei beni materiali, dell’individualismo. Paradossalmente sono ben integrati nel tempo in cui vivono, ma il vedersi poi negati i beni materiali esibiti da chi li possiede genera in loro un sentimento di rancore che si può cogliere nei comportamenti e nelle violenze che avvengono nell’ambito scolastico. Tuttavia condannare i fenomeni di violenza e le trasgressioni alle norme non coglie un altro aspetto, ossia che con quei comportamenti gli studenti cercano di affermare una loro identità, sebbene negativa. Lo studente del professionale condivide certi (dis)valori, ma percepisce che la possibilità di accedere a ruoli sociali ad elevato reddito non gli sono accessibili in modo legittimo. Ha già sperimentato insuccessi ed umiliazioni ed ha purtroppo compreso che per emergere deve competere seguendo regole e valori che non sono della sua classe sociale di appartenenza. Ha vissuto e continua a vivere una condizione di svantaggio rispetto al suo coetaneo che ha ricevuto una socializzazione e beneficiato di un capitale familiare rispondente alle richieste della scuola. Vive sentimenti di frustrazione cui reagisce con comportamenti devianti, in reazione contro un sistema di norme e valori (e disvalori), che tuttavia ha interiorizzato. La difficoltà che incontriamo nel trovare criteri con cui comprendere i vantaggi derivanti da certi comportamenti, l’aggressività e la sproporzione di questi possono diventare in parte comprensibili riconducendoli alla funzione psicologica di difesa che svolgono. I comportamenti censurabili e devianti possono trovare altre spiegazioni. Questi consentono l’affiliazione dello studente ad altri compagni di classe con cui condivide le stesse frustrazioni. Consente di affermare, in contrapposizione con la scuola e con ciò che essa indirettamente rappresenta, una propria identità sociale ed innalzare in tal modo la stime di sé. Con il passaggio di cui sopra il problema da individuale diviene sociale, poiché la reazione della istituzione scuola alle norme violate alimenta le modificazioni negative della sua identità in conseguenza del processo di etichettamento, stereotipizzazione ed esclusione. In altri termini la scuola, senza volerlo (?), alimenta i comportamenti che condanna posto in atto. Il comportamento in violazione delle regole e la reazione della scuola, ossia la sanzione e la stigmatizzazione che segue, definiscono ed attribuiscono un determinato ruolo e pertanto hanno la conseguenza paradossale di rafforzare la convinzione di quello studente a svolgere quel ruolo. Gli adolescenti in situazioni di svantaggio economico e culturale e che in non pochi casi hanno già subito l’etichettamento di cui sopra nella secondaria di I grado (la scuola media), si trovano dopo i 14 anni quasi tutti negli istituti professionali per assolvere l’obbligo scolastico e devono quindi reciprocamente gestire e consolidare l’etichetta loro attribuita e la loro “reputazione” nel nuovo ambito. Gli adolescenti vivono quell’età in piccoli gruppi che si costituiscono per affinità, in cui ci si conosce bene, e questi gruppi sono in relazione tra loro. All’interno del gruppo e verso gli altri gruppi il singolo adolescente deve dare un’immagine di sé il più possibile coerente su come si rappresenta e lo fa gestendo più o meno consapevolmente le interazioni. I comportamenti fuori dalle regole e il loro ripetersi sono il mezzo con cui quel ragazzo comunica qualcosa di sé a chi conosce. Il comportamento censurato diviene quindi espressione di una scelta finalizzata a costruire e mantenere una certa reputazione con i pari del suo e di altri gruppi. Sono scelte intenzionali, difatti quasi mai certi comportamenti sono tenuti nascosti, anzi devono avvenire dinanzi ad un pubblico e spesso sono commessi in gruppo. Ne è prova indiretta il fatto che non si tende a nascondere i comportamenti censurati. Ciò che si dice sul comportamento ha la funzione di presentare sé a chi ha di fronte e trasgredire le regole ha significato perché consente al soggetto di presentare sé al suo gruppo di riferimento. È una scelta consapevole e quindi significativa dell’identità di chi compie la trasgressione. Questa manifesta e definisce l’orientamento dell’adolescente nei confronti della scuola e delle istituzioni e quale il suo rapporto con l’autorità formale. L’orientamento nei confronti dell’autorità consegue dalle esperienze che l’adolescente ha avuto verso le istituzioni, in particolare verso la scuola. L’immagine di sé che ha interiorizzato determina i suoi comportamenti nei confronti dell’istituzione. Se questa è stata vissuta come fonte di discriminazioni e pregiudizi, la relazione con la scuola sarà di diffidenza e sfiducia. La relazione negativa fra adolescente ed istituzione si esprime in comportamenti con cui si sfida la capacità dell’istituzione di difendere se stessa, sia sul piano concreto che simbolico, ed i suoi rappresentanti, consegue dalla valutazione negativa della scuola e di chi rappresenta l’autorità legale. Chi si percepisce come emarginato con i suoi comportamenti devianti cerca di conservare la propria reputazione nel gruppo di appartenenza, in opposizione all’autorità legale, in questo caso la scuola. Questi gruppi hanno delle loro regole non espresse e i comportamenti di sfida e violazione delle regole scolastiche definiscono l’appartenenza al gruppo. Le minacce di punizioni e le punizioni paradossalmente rafforzano la scelta di assumere comportamenti di sfida e violazione delle regole. L’esperienza scolastica già dagli inizi troppo spesso conferma il divario di risorse, di capitale familiare, che precede l’ingresso a scuola, tra chi proviene da ceti svantaggiati e i ragazzi provenienti dalle classi medie e alte. Il divario di risorse, materiali e culturali, purtroppo viene difficilmente colmato. Chi proviene da famiglie svantaggiate incorre più facilmente in sanzioni, con l’etichettamento che ne consegue, ha esiti scolastici penalizzati dalla carenza di risorse, spesso vive in classi con coetanei che provengono anche loro da famiglie svantaggiate e con loro avverte la limitatezza di prospettive. Tali situazioni alimentano diffidenza e sfiducia verso la scuola che sono parallele alla diffidenza e sfiducia verso le istituzioni. Le ipotesi sopra esposte cercano di integrare le ragioni sociali ed individuali ai comportamenti devianti degli studenti degli istituti professionali, considerando le stesse congiuntamente implicate. Non si ha la pretesa che siano esaustive, quasi sicuramente vi sono altre possibili spiegazioni ai comportamenti oggetto dell’analisi. Vi è tuttavia la necessità del passaggio successivo, all’analisi devono seguire delle ipotesi di intervento che considerino come rimediare a comportamenti prossimi se non del tutto devianti. Chi scrive è della convinzione che gli interventi che possono avvenire quando quei ragazzi entrano in un istituto professionale, ovvero a 14 anni, siano tardivi, se non velleitari, e che anzi i comportamenti censurati siano destinati a ripetersi ed ad aumentare poiché in quella sede si riceve l’appoggio e l’approvazione di coetanei che condividono lo stesso vissuto e l’atteggiamento oppositivo verso le istituzioni, a cominciare dalla scuola. I ragazzi provengono molto spesso da aree degradate e maggiore è il degrado, maggiore è la possibilità che l’adolescente venga in contatto e in relazione con coetanei con comportamenti devianti o oppositivi verso la scuola e le istituzioni. Le ricerche ci dicono che i comportamenti oppositivi e devianti sono in relazione inversa con il tempo che si trascorre sotto la vigilanza degli adulti nonché all’ampiezza di risorse fruibili e disponibili nell’ambito in cui si vive. I fattori che contengono il rischio di comportamenti devianti possono essere individuate in: 1) un ambiente educativo accogliente ed in grado di assicurare la sorveglianza da parte degli adulti; 2) uno sviluppo cognitivo nella norma con esiti scolastici positivi; 3) relazioni positive con i coetanei; 4) partecipazione ad attività sociali; 5) capacità di progettare il proprio futuro in termini realistici. Il tutto deve far sì che i soggetti potenzialmente a rischio costruiscano un’immagine positiva di sé congiuntamente con una rappresentazione positiva della realtà in cui vivono e delle sue istituzioni. Ciò può avvenire se vi è una “comunità educante” (che non è solo la scuola) che consenta al soggetto potenzialmente a rischio di sentirsi accolto e sia posto nelle condizioni di sviluppare competenze sociali, di progettare il proprio futuro e di assumersi i relativi impegni, di affrontare e risolvere problemi e avversità. Questa “comunità educante” quindi deve avere una presenza diffusa di luoghi di socialità, deve godere di aspettative positive da parte dei suoi membri, deve offrire costanti occasioni di partecipazione e strumenti di sostegno per affrontare situazioni avverse, costruire reti generazionali ed intergenerazionali di aiuto. In situazioni di disagio si deve purtroppo constatare che il primo problema sono le famiglie, o meglio i genitori, con il paradosso apparente che in questi casi è bene che i piccoli stiano il meno possibile con i genitori, che spesso li lasciano vivere per strada. La scuola può intervenire per evitare futuri comportamenti devianti, ma può farlo a condizione che li segua da piccoli, anzi da piccolissimi. Ma anche chi vive in situazioni di povertà culturale deve poter beneficiare della possibilità di colmare il divario, altrimenti, senza necessariamente mostrare comportamenti devianti o oppositivi, è a rischio dispersione. Una proposta è di prevedere una scuola dell’obbligo sempre della durata di 12 anni, ma a partire già dalla scuola dell’infanzia, con un tempo pieno che inizi da 4 anni e prosegua fino al termine della secondaria di I grado. Scriveva don Milani “Non c'è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali”; a chi parte da una situazione di svantaggio economico e culturale si devono offrire le opportunità per colmarle e ciò deve avvenire dalla piccolissima età. A molte scuole professionali sono stati erogati cospicui finanziamenti destinati a contenere la dispersione. Pensare che con poche centinaia di migliaia di euro in un professionale si possano recuperare le tante situazioni sopra descritte, quasi fossero studenti liceali dei ceti medio-alti che non hanno ben appreso l’italiano o la matematica, è tardivo e velleitario. Il Meridione vede un numero di scuole del primo ciclo e dell’infanzia frazionale rispetto al Nord Italia, i ritardi di apprendimento e i numeri più elevati di dispersione e devianza ne sono l’indiretta conseguenza. La “comunità educante” è non solo la scuola, ma anche l’amministrazione locale. Ad essa compete progettare e realizzare dei luoghi diffusi di socialità, soprattutto in quei quartieri in cui più numerose sono le situazioni di disagio e di povertà culturale, con uomini e donne in grado di svolgere i ruoli che in quei casi i genitori non riescono o non sono in grado di svolgere. Attuare azioni come il tempo pieno per non meno di 10 anni a partire da 4 di età e costruire una “comunità educante” con una rete di sostegno e di interventi sul territorio, richiede tempo e grandi investimenti, che non possono che essere pubblici. Chi scrive è convinto che siano investimenti che vedranno un ritorno in futuro. Lo saranno in termini di una maggiore scolarizzazione, che indirettamente sarà una più ampia offerta di personale qualificato sul mercato del lavoro. Lo sarà in termini di contenimento della dispersione scolastica, considerando che la possibilità di compensare le situazioni di povertà culturale con una scuola a tempo pieno dovrebbe consentire a questi ragazzi di poter affrontare con maggiore fiducia i percorsi formativi delle superiori e, si auspica, anche universitari. Il vantaggio futuro dovrebbe esservi anche in termini di contenimento dei fenomeni delinquenziali, che in non pochi casi hanno i loro prodromi in quei comportamenti censurati che rendono così difficile non l’attività didattica, ma la quotidianità nel primo biennio dei professionali. Quanto sopra è un progetto di medio termine che si auspica possa realizzarsi nei prossimi anni ed ovviamente non interviene nel presente. Oggi si deve aver ben chiaro che gli istituti professionali, ed in particolare il primo biennio, sono cosa ben diversa da un tecnico o da un liceo. Si deve quindi considerare che la gestione di una classe nel primo biennio dei professionali non è possibile farla avendo lo stesso numero di studenti e le stesse risorse di un liceo. Le classi non dovrebbero avere più di 10/12 studenti per rendere più semplice la gestione delle classi e con essa l’attività didattica. Le prove INVALSI mostrano enormi differenze negli esiti tra licei e professionali. Questo divario è in parte riconducibile al fatto che la gestione della classe e dei casi difficili occupa la gran parte del tempo e ne toglie all’attività didattica. Gli studenti degli istituti professionali che giungono al terzo anno, quando i casi più difficili hanno assolto l’obbligo e quindi interrotto la frequenza, è come se avessero svolto oltre un anno in meno di scuola, senza considerare il fatto che la gran parte di loro non ha alle spalle un “capitale familiare” che sia in grado di sostenerlo durante l’intero periodo scolastico. Una cosa emerge indirettamente dalle riflessioni sopra espresse. In tempi anche relativamente recenti le attività didattiche parevano impermeabili alle contraddizioni della società, oggi ne sono invece pienamente investite. L'incapacità di società e famiglie di svolgere il loro ruolo educativo rendono il lavoro nella scuola sempre più difficile, nel caso estremamente difficile nel primo biennio dei professionali. Ambiti in cui si è dissolto il senso di appartenenza ad una comunità ed in cui gli interessi dei singoli sono divenuti prioritari rispetto a quelli della collettività chiedono alla scuola di educare al rispetto dei valori e delle regole del vivere sociale, gli stessi che al di fuori della scuola sono spesso ignorati. Famiglie assenti o pronte a difendere i comportamenti indifendibili dei figli chiedono alla scuola non solo una formazione di prim'ordine, ma anche di promuovere lo sviluppo dei valori etici, accusandola per di più di non essere in grado di svolgere quel ruolo. È l'aspetto palesemente contraddittorio per cui gli stessi attori sociali incapaci di svolgere il loro ruolo chiedono alla scuola di porre rimedio alle loro inadeguatezze. Inoltre ciò deve avvenire nel breve tempo in cui bambini e ragazzi sono a scuola. È un prodigio a cui la scuola non è ancora attrezzata. Le analisi e considerazioni sopra esposte e l’approccio ai fenomeni devono molto alla lettura dei saggi di Erving Goffman, in particolare “La vita quotidiana come rappresentazione” e “Stigma. L’identità negata”. Preziosa è stata la lettura di “Psicologia dell’adolescenza” a cura di Augusto Polmonari e “Devianza e controllo sociale” di Bianca Barbero Avanzini. Un ringraziamento ad alcuni docenti che hanno insegnato ed insegnano negli istituti professionali cui ho fatto leggere le mie analisi e considerazioni e con cui mi sono confrontato. Infine, la mia solidarietà a chi insegna nel primo biennio degli istituti professionali, per il fardello che quotidianamente portano sulle loro spalle nonostante tutto, e ai colleghi che devono gestire questo girone infernale. 1
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