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Recensioni o mini recensioni per film importanti per noi.


Partizan
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Partizan

Vi va l'idea di creare una "sotto sala", dove pubblicare, cercando ovviamente il confronto, delle recensioni di film importanti per noi stessi?

Andare un po' in profondità è utile soprattutto a noi stessi e potrebbero scaturirne delle grosse occasioni di confronto tra appassionati.

 

Aspetto i vostri commenti, ciao

 

Evandro

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analogico_09

Raccolgo la" sfida" 😉 di Evandro e recupero una vecchia recensione di un film che mi piacque molto e che seguito a ritenere una delle migliori produzioni degli ultimi 10 e passa anni...

 

 

 


Two Lovers (2008)

 

 

    Regia: James Gray

    Attori: Joaquin Phoenix, Gwyneth Paltrow, Vinessa Shaw, Isabella Rossellini, Elias Koteas, John Ortiz, Samantha Ivers, Jeanine Serralles

 



Al cuore si può comandare

 


Con questo film notturno, “morale”, girato in modo classico, quasi minimale, James Gray (brillante l’esordio con Little Odessa, 1994), resta fedele alla cifra stilistico-espressiva intimista, scarna, e tuttavia non dimessa, de’ I Padroni della notte, "piccola" grande pellicola, ancora "notturna, realizzata e vista nelle nostre sale nel 2007.

 

Siamo in pieno periodo natalizio, in una festa di fine anno. Siamo già al cuore della vicenda, alla catarsi finale.

Dopotutto la vita – ieri come oggi - seguita ad essere meravigliosa, mentre il cinema, l’arte "copiano" incessantemente se stessi, recuperando i “valori” eterni, non soggetti a mutare nel tempo, se non in superficie con l'alternarsi delle generazioni.

Torna l'eterno gioco delle asprezze della vita, nelle cocenti delusioni esistenziali, psicologiche, sentimentali, negli scampati tentativi di suicidio, nelle fughe e nei ripensamenti, nel momento in cui, punto di non ritorno, tra compromessi e consapevolezze dell’ultimo istante, si prospettano due sole alternative, dovendo decidere sul nostro proprio destino: vita o morte. Le quali,  chissà che non siano la stessa cosa…
Si riaffaccia l’eterno motivo dell’amour fou, dell’eros e thanatos, dell’amore come ossessione, "perversione", tormento, liberazione, felicità.
Pur tra tanti contrasti emotivi e narrativi il film resta  esemplarmente aperto,  lucido, "segreto"  e spiazzante, vitale, patetico fino in fondo, con intesa e cum-passionevole partecipazione interiore, senza le primitive e meccaniche derive sentimentalistiche sempre più presenti nel cinema mainstream attuale.
E’ Natale, ma non vediamo cadere la neve sulle case e sulle strade della grande metropoli americana assediata dalla pazza folla in preda alla frenesia dell’acquisto, presa dagli illusori riflessi delle luci colorate.
Nessun esterno giorno (o quasi) della città; ogni cosa del festoso arredo urbano viene lasciata all’immaginazione dello spettatore.
Regna la “notte” che sparge le sue ombre protettive e stranianti sui corpi, sui volti sui e sentimenti umani.

Spazi angusti, scarsamente illuminati. Interno casa borghese (famiglia, clan) che diventa alcova amorosa, luogo della trasgressione, dell’osservazione voyeuristica (una finestra su un angusto cortile, ma siamo più vicini a Kieslowsky, al Leconte  di “Monsieur Hire” che a Hitchcock), in stretta relazione con la madre “chiocciola” e complice la quale cerca di "controllare"  il figlio oramai adulto in cerca di una propria identità sentimentale ed esistenziale, interpretata da una Isabella Rossellini piuttosto legnosa.
Nulla distrae lo spettatore coinvolto emozionalmente da una messinscena che vive momenti di “tragedia antica”. Lavorando per sottrazione, sull’essenziale, il regista sorvola sull'accessorio planando in maniera antispettacolare sul cuore delle cose, sulle vicende e sulle caratterizzazioni dei personaggi, sulle  atmosfere, sui dialoghi, attraverso una rappresentazione coerente, formalmente lineare e intrigante, mai sopra le righe, mai compressa, basata su una  solida base narrativa lasciando che le cose significo per quel che sono, senza  'concettualizzare' la 'morale' di questa sorta di “favola” sull'amore disperato.

La storia di Two Lovers è nota, e, a detta dello stesso regista, prende spunto da vari racconti d’amore, in particolare da Le notti bianche di Dostoevskij, da un più ampio immaginario filmico sempreverde che si tinge di melodramma, di noir, di “tragedia” esistenziale spingendosi oltre ogni rigida e convenzionale classificazione per “generi”.

Eccellenti anche gli altri, applausi per la coppia d’interpreti principali (Joquin Phoenix e Gwyneth Paltrow) nell’interpretare il profondo e dolente contrappunto a "tre", a "due", forse edipicamente a "quattro" della ispirata, felice partitura di celluloide.
Tra le (poche) pellicole più personali e “persuasive” del “genere”/non genere, viste in sala durante l'attuale e magra stagione cinematografica.  

 

 

 

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  • 1 month later...
analogico_09
Il 28/8/2021 at 18:27, claudiofera ha scritto:

Il dibattito no 😁!

 

 

Ma neanche il mortorio... 🙄

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analogico_09

@ferdydurke Son contento che ti sia piaciuto. Nonostante non abbia più rivisto il film dal 2008, cosa che vorrei fare al più presto, essendomi tuttavia rimasto impresso, ora che mi ci fai pensare, penso anch'io che vi sia quella sorta  "tensione" scorsesiana delle cose che accadano ai "guidatori di taxi" notturni.., a quelli che bighellonando "fuori orario" di notte con i propri carichi esistenziali si ritrovano presi nelle spire dell'incubo con il quale ingaggiare la lotta per la "sopravvivenza" psichica e morale, aldilà di quella fisica...

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  • 2 weeks later...

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Io, Daniel Blake di Ken Loach Drammatico,100', Gran Bretagna,Francia, 2016


Il cantore della working class è tornato e graffia ancora, questa volta molto in profondità.
Con uno stile asciutto, nonostante a qualche “cedimento sentimentale” nel raccontare la solidarietà di classe, narrandoci la triste vicenda del carpentiere Daniel Blake ci illustra la mostruosità delle strutture pubbliche che dovrebbero tutelare i lavoratori, dove squallidi funzionari (quasi tutti), col culo per il momento coperto, in ossequio alle disposizioni si adoperano per rendere impossibile il raggiungimento di quanto dovuto da parte dei lavoratori, con un atteggiamento semplicemente disumano.
Durante le peripezie che il sessantenne Blake, colpito da un infarto, ha per cercare di ottenere i suoi diritti, incontra Daisy, ragazza madre di due splendidi figli, londinese che disoccupata ha dovuto accettare la proposta di un piccolo appartamento in un'altra città, Newcastle nei borders, al confine con la Scozia. Qui, non conoscendo nessuno, ha ancora più difficoltà a mettere insieme pranzo a cena. La solidarietà di Blake è immediata, farà un sacco di riparazioni e lavoretti nella casa della ragazza, senza intromettersi nelle sue faccende, ma cercando di infonderle coraggio, facendosi anche apprezzare dai due ragazzini.
Accompagna madre e figli allo stremo ad un Banco alimentare, dove volontari distribuiscono cibo, ma lui, che pure non ha reddito, ed è totalmente senza soldi non vuole, non accetta il cibo della carità! Lui lavoratore e persona onesta rivendica solo i suoi diritti, non accetterà mai elemosine.
Vicende scabrose allontanano Blake dalla ragazza e di conseguenza dai ragazzini, tuttavia non giudica e nemmeno Loach lo fa.
Sarà proprio la ragazzina, la figlia di Daisy, ad intimargli di accettare il loro aiuto a costringerlo a reagire, a tornare a lottare per i propri diritti; tutto sembra procedere verso una soluzione positiva…
Apparentemente film senza speranza, in realtà è un grido di denuncia fortissimo contro il potere, le sue strutture criminali, la abulia di una generazione che cerca casomai privilegi, scappatoie piuttosto che rivendicare i propri diritti, praticare la solidarietà!
Tocca all’ottantenne Loach gridare che così non va! Che l’eguaglianza e la giustizia sociale sono i presupposti di una società civile.
Loach di famiglia operaia, nonostante l’impressionante successo professionale che ha avuto in questi 50 anni, non ha mai avuto un cedimento ed ha mantenuto una coerenza ammirevole riuscendo a fare convivere le sue idee politiche, le sue convinzioni sociali con il buon cinema, realizzando opere memorabili. Onore e gloria! E speriamo che qualcuno raccolga il suo testimone, ne abbiamo tutti bisogno!

***1/2 **
(3,5/5


 

Ciao

Evandro

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Poor Cow di Ken Loach Drammatico, 104', Gran Bretagna, 1967


Dopo alcune opere realizzate per la televisione, la grande BBC, nel 1967 Ken Loach realizza questo primo lungometraggio per il cinema. Una delle ultime opere ad ispirarsi al ‘free cinema’, è stato girato senza copione, ripreso con due macchine da presa e la prima ripresa era quella valida; questo per conferire un’aria di realismo e di confusione, quale appunto era la vita della protagonista.
Ambientato nella Londra all’apice della “Swingin' London”, ne mostra la parte esclusa della società, che questo benessere, eleganza, creatività li vive proprio di striscio, anzi non li vive proprio!
Yoy giovane esuberante sognatrice vive lo “squallore” della vita sottoproletaria, composta la ladri, fannulloni, prostitute; inizia subito male sposando giovanissima un ragazzo ladro e violento che dopo averle dato un figlio si fa beccare e finisce in galera per quattro anni; lei subito si mette con un giovane delicato, amoroso e vive i mesi migliori e più felici della sua vita… peccato che anche questo Dave sia un ladruncolo e di anni di gattabuia ne prenda dodici.
Lei intende restargli fedele, in omaggio alla gentilezza di Dave ed ai bei momenti vissuti insieme, ma la carne è carne e comunque bisogna tirare avanti… quindi salterà da un cialtrone all’altro, trascurando il suo figlioletto Johnny, che pure ama moltissimo.
Immagini bellissime, potenti, intrise di tenerezza e miseria per una vicenda che non può non intristirti, non farti male, soprattutto le scene del bambino che si impregna di quelle solitudini, di quella misera e finirà quasi inevitabilmente per perpetrarla.
Colonna sonora composta da Donovan, pochi brani, ed alcuni hits di altri gruppi di quel periodo, che sottolineano la distanza sociale dei protagonisti rispetto ai fasti dell’epoca.
Semplicemente perfetto nelle sue imperfezioni che sanno di vita, non è intriso di (sana) ideologia come molti dei suoi film successivi, ma è autentico amore per gli ultimi, voglia di capire quello che neanche i personaggi capiscono della loro condizione, non di ribelli come andava di moda in quegli anni, ma di semplici, totali emarginati.


Ciao

Evandro

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SORRY WE MISSED YOU di Ken Loach Drammatico, 100', Gran Bretagna, Francia, Belgio, 2019


 

ATTENZIONE, VIENE SVELATA LA TRAMA DEL FILM, FINALE COMPRESO.

Non un pugno allo stomaco questo film… molto peggio.

Un malessere continuo dalla prima all’ultima sequenza, e tutto questo senza giocare sporco, senza colpi ad effetto, senza spettacolarità, ma semplicemente raccontando le non vite –nonostante una grossa carica umana- dei protagonisti.

Uno schiavismo innalzato all’ennesima potenza, molto, ma molto peggio degli antichi schiavi di millenni fa.

Loro erano “semplicemente” una proprietà, ora con l’illusione e gli specchietti del successo ti raddoppiano, ed oltre l’orario di lavoro, dimezzandoti, ed oltre, la retribuzione: con tutti i rischi dell’imprenditorialetà, ma senza nessun beneficio e remunerazione che la stessa sottintende! Inoltre controllano totalmente la loro vite, con ricatti economici sottoscritti contrattualmente, possono rovinarti, gettarti in una strada in ogni momento.

C’è da venir matti a capire perché mai la gente non si ribella, non si compra un’arma e fa fuori il suo aguzzino… forse credono che rimandare, possa portare ad una soluzione dall’esterno ai loro problemi. Questo atteggiamento individuale, egocentrico è la loro debolezza, la causa della loro disfatta.

Ricky nella scena iniziale sta “negoziando” la sua nuova (non) assunzione in una azienda di logistica che cura la consegna porta a porta degli oggetti acquistati sui vari portali internet. E’ un dialogo che a noi sembra surreale, infarcito di promesse di autogestione, imprenditorialetà, gratificazioni, grandi guadagni, successo personale… per nascondere che non avrà l’assistenza sanitaria, non avrà diritto ad ammalarsi-saranno lazzi suoi, non avrà le ferie, liquidazione, pensione… niente! Anzi per fare queste consegne dovrà pure comprarsi il furgone, e lui lo farà versando come caparra il ricavato dalla vendita della piccola utilitaria di sua moglie Abby, una deliziosa persona, che in modo altrettanto deregolata e schiavizzata fa l’assistente sanitaria a domicilio. Fa il suo lavoro con amore, pur comprendendo l’elevato livello di sfruttamento a cui è sottoposta non rinuncia ad avere un comportamento umano con i suoi pazienti, non li abbandonerà pieni di mela dopo che si sono cagati addosso proprio quando è scaduto l’orario della sua visita, nessuno le corrisponderà nessuna retribuzione per quel tempo, anzi potrà essere ripresa dal suo datore di lavoro perché potrà arrivare in ritardo alla visita successiva, soprattutto adesso che Ricky le ha venduto l’auto e lei deve spostarsi con i mezzi pubblici.

Ricky e Abby hanno due figli: Liza una bambina gentile e fragile psicologicamente e Sebastian adolescente superincazzato col mondo, liceale di poco profitto e writer problematico e di qualità, i suoi graffiti sono “pesanti” ed assolutamente non banali.

Ricky è un buon diavolo, è stato molto sfortunato con i vari lavori, sempre svolti bene e con impegno, in funzione della sua aspirazione piccolo-borghese di acquistarsi un appartamento, di non cambiare abitazione quando decidono gli altri…

Ha energie, come sempre voglia di fare, gli sembra l’occasione della sua vita… in realtà la sua vita sarà d’ora in poi prigioniera di una macchinetta, un computerino del razzo che gli fungerà da navigatore, registrerà le firme delle consegne, misurerà le tempistiche delle sue prestazioni, gli permetterà di dialogare, con la sede centrale dove vengono elaborati i piani di consegna e le relative tempistiche.

Inizia a testa bassa, impara velocemente, non si lamenta mai… addirittura è portato ad esempio agli altri colleghi dal responsabile-aguzzino.

Ma tutto ha un ma, Sebastian non va mai a scuola, preferisce creare nuovi graffiti in giro per la città; sono convocati dal preside, Abby insiste perché ci sia anche lui, e lui non sa come fare. Prova a parlare a Maloney, il capo, e questi gli risponde che non c’è problema, deve solo trovarsi un sostituto e pagarlo.

Il ribellismo stupido e giovanile di Sebastian lo mette in mezzo ai guai, sono convocati dalla polizia perché il ragazzo ha rubato delle bombolette spray, anche questa volta Ricky non sa come fare per assentarsi dal lavoro ed inizia il suo scontro personale (evidentemente perdente) col suo superiore, Maloney gli affibbierà una multa di centinaia di sterline. Tutto sta crollando, la piccola Liza non riesce più a dormire, Sebastian va via di casa, solo la dolce Abby tiene botta e dispensa gentilezza, amore ed attenzioni per i suoi malandati pazienti. Ricky si porta appresso Liza nelle consegne e viene richiamato, Sebastian non torna a casa… tutto sta andando a rotoli, solo per evitare problemi più grossi Ricky continua a tener botta.

Sta facendo delle consegne, è ovviamente un ritardo, deve andare al bagno, non ha tempo, si ricorda che un collega il primo giorno gli aveva affidato una bottiglietta vuota per lo scopo… sta orinando nascosto dai portelloni posteriori del furgone, viene colpito alle spalle. Un gruppo di teppisti lo deruba del carico, massacrandolo inutilmente di botte, umiliandolo, versandogli addosso la sua urina… gli distruggono il computerino del valore di un migliaio di sterline, che ovviamente dovrà pagare.

Abby lo accompagna al pronto soccorso, ha ematomi dappertutto, un occhio chiuso, ferite al capo e da tutte le parti; tornano a casa e contattano telefonicamente il suo capo Molony, il quale gli risponde che è un suo problema e che non farà il suo dovere scatteranno altre multe… Abby che sente la telefonata lo manda affanculo!

Vediamo Ricky che barcollando sale sul furgone, Abby e Liza che piangono, Sebastian che si pone davanti per impedirgli di andare, ma deve scartare, Ricky è deciso ad andare al lavoro, guida da pazzo, sbatte le palpebre del suo unico occhio aperto, sembra addormentarsi, morire alla guida… fine del film.

In sala c’era un silenzio di tomba, il malessere serpeggiava pesantemente… ebbene si (nel migliore dei casi) abbiamo bisogno che sia un film a rammentarci che le cose vanno male, che abbiamo ceduto e perso diritti faticosamente conquistati in due secoli di lotta!

Quando vediamo i ragazzi scorazzare sui loro maledetti motorini del prontopizza, proviamo solo fastidio per la loro scorrettezza alla guida, non ci interroghiamo sulle loro difficoltà, le loro precarietà totali, come, più o meno, in tutte le attività che i giovani sono “costretti” ad accettare, manco li sfiora l’idea che la forza contrattuale nasce dall’unione, dal gruppo; hanno raccontato loro che il mondo gira intorno a loro, che la vita è una sfida individuale e li hanno fottuti a morte!

Grandissimo Ken Loach, cantore della classe operaia, cantore delle loro battaglie perse, della loro ricerca di sopravvivere, della loro incapacità di vedersi come classe, della loro sconfitta!

***** 1/5 *

(4,5/5)


Ciao

Evandro

 

 

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  • 2 weeks later...

 

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Blow-up di Michelangelo Antonioni Commedia, 108', GB, Italia, 1966


 

******

(5/5)
 

 

Blow-Up è il film della mia vita.

Mi folgorò quando uscì: io quindicenne squattrinato andai a vederlo per tre sere di seguito (se ricordo bene era al Cinema Vittoria di Trento)… un salasso economico per le mie miserabili finanze.

Inutile dire che ne fui turbato, rappresentò la sintesi di tutte le mie incasinate teorie, il racconto di quello che avrei voluto (perlomeno allora) fosse la mia vita. Mi entrò dentro in profondità sia a livello visivo che di tematiche: bastava un minimo appiglio e fosse un compito di italiano, fosse una discussione… zac, io ce lo rifilavo dentro sempre. Un po’ come mi era successo da ragazzino dopo aver letto L’isola del tesoro di Stevenson.

Però poi non lo rividi per un sacco di anni, finchè non riuscii a procurarmelo in VHS ed a guardarlo su uno schermo catodico da 29”, che allora sembrava grande. Fu una delusione pazzesca! Mi rifeci un po’ di anni dopo comprando il dvd e proiettandomelo (più volte) su uno schermo di due metri e mezzo.

Ma in sala è un’altra cosa! Ho apprezzato parecchio questa versione in lingua inglese sottotitolata in italiano, anche se convengo sia un po’ un nonsenso per un film italiano.

E’ il film perfetto!

Il suo svolgimento legato alla vita sregolata e devastante del protagonista, ai suoi ritmi forsennati, al traffico (per allora) caotico di una coloratissima e bellissima Londra, con riprese fantastiche e piani sequenza da brivido. Il “bruciarsi” con esperienze diverse e continue fa parte di quei tempi molto lontani (50 anni fa!) dove con candore, ingenuità ed arroganza si voleva provare tutto, mettersi in competizione continuamente con se stessi e con il mondo, sicuri che (comunque) il domani sarebbe stato migliore. Si vivevano i dubbi su cosa fosse reale e cosa fantastico, ma con la voglia comunque di andare avanti, di non essere banali, di non essere intruppati, di cercare di essere se stessi.

In una Londra grigia, in un silenzio irreale, irrompe una jeep con a bordo, letteralmente aggrappati, più di una decina di ragazzi e ragazze con parrucche, abiti strani coloratissimi, facendo un casino della madonna… è l’incipit di Blow-up. Poi ci fa vedere Thomas, il giovane fotografo protagonista, con addosso degli abiti da straccione che sale sulla sua Rolls Royce decapottabile e va al suo loft-studio dove consegna ad un assistente dei rullini da sviluppare con urgenza; veniamo a sapere che ha passato la notte in una struttura per senza tetto per documentare, nella sua famelica necessità di immagini, i volti, le persone costrette a questa vita. E’ in ritardo, da oltre un’ora lo sta aspettando Veruska (con Twiggy la modella più in voga del momento) alla quale scatta decine e decine di foto, dapprima con una Hasselblad su cavalletto, poi dopo averla stimolata a tirare fuori se stessa, la sua sensualità, impugna una Nikon F1, le si fa letteralmente addosso, le spara raffiche di foto. E’ una scena forte, che sicuramente avrà colpito l’immaginario di moltissime persone, contribuendo, almeno in parte, a creare un certo mito attorno a questi fotografi di moda, circondati da bellissime modelle.

Ma non è così per Thomas, questo tipo di vita, l’essere circondato da queste modelle-corpi-manichini lo sta annoiando ed infatti sta lavorando ad un progetto personale ed ambizioso: documentare in un libro fotografico la Londra di quei giorni, la sua frenetica vita, le sue contraddizioni; le riprese ai senzatetto erano in funzione di questo.

Si rende conto che ne sta risultando qualcosa di molto duro, forse troppo. Quindi discutendo col suo agente gli dice che ha bisogno di fare altri scatti, immagini rilassanti per riequilibrare e concludere il libro.

Dopo aver cazzeggiato in un negozio di antiquario, per ingannare il tempo di una attesa, si reca in un parco lì vicino. Subito è colpito dalla qualità della luce e dalla tranquillità del luogo, capisce che è quello che sta cercando ed inizia a scattare quando nota una coppia di amanti, una fascinosa ragazza giovane (Vanessa Redgrave) ed un signore anzianotto, amoreggiano. Con poco riserbo inizia a scattare foto a loro due, nascondendosi, per quanto possibile, e continuando quando la ragazza se ne accorge e lascia chiaramente intendere di non gradire. Poi lei lo rincorre e gli chiede di darle il rullino, per lei è importantissimo non ci siano documenti dell’incontro. Thomas rifiuta, ma le dice che più avanti le consegnerà il pezzo di negativo con le sue foto e se ne torna precipitosamente in studio, dove non essendoci nessuno, inizia a sviluppare il negativo ed a stampare le foto, privilegiando i dettagli. E’ rapito da queste foto che appende alle pareti dello studio cercando nessi e significati, quando in una foto, dietro un cespuglio nota qualcosa di strano.

Procede ad ulteriori ingrandimenti, con una tecnica appunto definita blow-up, e vede abbastanza chiaramente tra il fogliame un braccio con in mano un revolver, ingrandisce ancora altri scatti e sempre tra il fogliame nota uno corpo disteso a terra.

Ormai è notte, ma questo non gli impedisce di correre al parco e riscontrare che nel punto esatto della foto, giace un cadavere. Corre a cercare il suo agente, durante il tragitto vede Jane-Vanessa Redgrave, ferma la macchina scende al volo, si lancia all’inseguimento, finisce dentro un locale dove stanno suonando gli Yardbirds (che impressione vedere Jimmy Page e Jeff Beck così giovani!) niente da fare, lei gli è sfuggita. Si rimette alla ricerca e trova il suo agente ad una festa strafatto; cerca di rianimarlo, poi rinuncia e sta per uscire… per poi tornare sui suoi passi e lasciarsi andare tra fiumi di alcol, droghe e belle ragazze.

Si risveglia al mattino in forma come gli fosse passato sopra un tir, ma non demorde e si reca nuovamente al parco: il cadavere non c’è più. Sta per andarsene quando arriva la jeep dell’inizio, stracarica degli strambi giovanotti che scendono, si atteggiano a pubblico quando due di loro iniziano una partita a tennis senza la pallina. In un silenzio pesante mimano le azioni di una partita ed i giovanotti-pubblico girano le teste per seguire gli scambi. Ad un certo punto gli fanno cenno che la pallina è uscita dal campo di gioco e gli chiedono di raccoglierla e lanciargliela, lui rimane perplesso poi posa la Nikon sul prato, fa finta di raccogliere la pallina e gliela rilancia… finisce il film.

La grande sensibilità di Antonioni per annusare e cogliere i tempi era impressionante, peccato che nel rivederli decenni dopo i suoi film perdono molto, lasciando in alcuni casi addirittura la sensazione di superficialità; non è così per Blow-up, che dopo 50 anni è ancora un grande dipinto su quella lontana epoca, le sue pulsazioni, i tic, i sogni.

Grandissima la fotografia di Di Palma che asseconda pienamente gli intenti del regista in questo film visionario che lancia molti messaggi: la grande forza delle immagini nella società di massa in primis, i temi legati alla incomunicabilità, le difficoltà di distinguere il vero dal fantastico, dal desiderio…

Dopo la trilogia dell'incomunicabilità (L'avventura, La notte e L'eclisse) ed il fantastico Deserto Rosso, il suo primo film a colori, girato con la fotografia di Carlo di Palma, dove il lavoro fatto sul colore (e si era in epoca analogica) fu certosino e fantastico, Antonioni stacca decisamente. Le ambientazioni dei suoi film precedenti (con l’eccezione de I Vinti girato, oltre che in Italia, in Francia ed Inghilterra) sono girati nella provincialissima Italia degli anni cinquanta ed inizio sessanta.

Con Blow-up fa un balzo internazionale, si reca nella capitale mondiale delle nuove mode, dei teenagers, nella Londra caposcuola della cultura pop e generatrice di ogni nuova tendenza, sia visiva che musicale. E lo fa da grande, da persona fortemente acculturata, da cittadino del nuovo mondo e ci regala questo meraviglioso affresco che dopo 50 anni non ha perso un filo del suo fascino.

Perfette le recitazioni, in particolare di David Hemmings, il protagonista praticamente all’esordio se si esclude una pellicola girata con Otto Preminger quando era sedicenne.

Palma d'Oro al festival di Cannes.

 


Ciao

Evandro

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Joker di Todd Phillips Azione, 118', USA, 2019
 

**** *

(4/5)
 

 

Visto in sala alla 76^ Mostra del Cinema di Venezia e più volte in DVD..
 

ATTENZIONE VIENE SVELATA LA TRAMA, FINALE COMPRESO!

Preciso subito che mi è piaciuto molto, anzi moltissimo questo film holliwoodiano.

Forse perché non l’ho “capito”: è stato presentato come film di azione, avventura; io lo ho letto come psicologico e drammatico. Come il presequel dei successivi film di Batman (io non ne ho visto manco uno, compreso quello con Jack Nicholson) per mostrare la genesi della personalità di Joker, la sua cattiveria, la sua perfidia. Ma io che non ero minimamente interessato a quegli aspetti, vi ho letto il disagio personale e sociale, di un uomo che vive ai margini della perfida società americana.

A Gotham City, città americana immaginaria (dove ho imparato agiva Batman) una quarantina di anni fa Arthur Fleck, un quarantenne di bell’aspetto, oltre che di povertà soffre anche di disagio mentale ed infatti lo vediamo a colloquio con una psicologa in una struttura pubblica che, poco interessata e coinvolta, testa la sua reazione alle cure e gli prescrive i farmaci necessari. Il suo fortissimo disagio viene manifestato anche attraverso una risata terribile, rumorosa, inquietante ed assolutamente fuori luogo; infatti lui in tasca ha un cartellino che spiega che la risata stessa non è legata a quanto accade, ma al suo malessere psichico.

Arthur vive assieme alla vecchia madre, che vedremo è la principale causa del suo disagio: pur avendo disturbi mentali è riuscita ad avere Arthur in adozione ed ha scaricato su di lui tutte le sue frustrazioni ed il suo malessere, maltrattandolo, lasciandolo solo ed addirittura facendolo abusare dai suoi amici e amanti. Da giovane faceva la colf presso la ricchissima famiglia Wayne, che tuttora ritiene fortemente debitrice nei suoi confronti, ritiene addirittura il signor Wayne il padre naturale del figlio Arthur, che invece sappiamo essere stato adottato.

Per sopravvivere il ragazzotto fa il clown, in strada con addosso cartelli pubblicitari, per bambini in ospedale e per tutti coloro si rivolgono alla sua agenzia, che lo sfrutta alla grande. Il suo sogno però è quello di fare il comico, di avere uno spettacolo televisivo come Murray Franklin (un irriconoscibile Robert De Niro), conduttore di talk show e suo mito personale, infatti segue sempre i suoi show in tv accanto alla vecchia madre.

C’è crisi a Gotham City, mancano risorse economiche, ma soprattutto umane, le persone si stanno incattivendo, diventando sempre più egoiste. I ratti che stanno infestando la città, come apprendiamo dai notiziari, la miserabile abitazione del protagonista, il fatto che gli chiudano il programma di assistenza psicologica per mancanza di fondi, ne sono gli indici e palesemente il collante che farà degenerare nella violenza il suo disagio. Lo vediamo viaggiare sui mezzi pubblici ignorato da tutti, addirittura sarà derubato del suo cartello pubblicitario e pestato da una gang di ragazzini, al lavoro lo sfottono, gli imputano le cose più assurde, finchè un giorno un collega bastardo, nel tentativo di venderglielo, consegna ad Arthur un revolver.

L’arma lo fa sentire più forte, un palliativo alla mancanza di cure. Una sera sul metrò ha una discussione con tre giovani rampanti, palesemente brilli, che per divertirsi lo pestano ripetutamente; a questo punto Arthur estrae il revolver e ne uccide due, per poi scendere e rincorrere il terzo nella stazione e freddarlo! Il tutto in scene mozzafiato con montaggio serrato, di fortissimo impatto e realismo.

La notizia viene ripresa con grande enfasi da tutti i media, compreso ovviamente dal suo beniamino Murray Franklin, che addirittura ergendosi paladino della società, contestualmente annuncia la sua decisione a candidarsi a sindaco della città.

I tre ragazzi uccisi erano dei brokers finanziari di successo, cosicché buona parte della popolazione vede in modo positivo la loro eliminazione fisica! E di conseguenza, lo sconosciuto clown-pistolero diventa un eroe, paladino della difesa degli ultimi. Vengono indette manifestazioni in cui i partecipanti indossano maschere da clown ed aiutati dall’anonimato scatenano una violenta guerriglia che porterà anche vittime tra le forze dell’ordine. La repressione sarà dura, ma inevitabilmente genererà altre manifestazioni, sempre più ampie, sempre più violente. Vi parteciperà, tanto per farsi un’idea di cosa succede anche il nostro Arthur, che nel frattempo, non si sa come, ha avuto una scrittura in un teatrino off, dove reciterà un pietoso monologo, il cui filmato sarà inviato al suo idolo Murray Franklin, che lo trasmetterà deridendolo.

Qui iniziano una serie di sequenze che si accavallano tra realtà e finzione immaginata, come una relazione con Sophie, la sua vicina di casa, una graziosa ragazza di colore, i suoi rapporti con Franklin.

In un delirio crescente di dolore, di affanno, attraverso lancinanti sequenze vediamo Arthur, ormai Joker, far fuori in successione la vecchia e pazza madre, il collega che gli aveva venduto l’arma e che gli aveva fatto visita insieme al collega nanetto che Joker lascia andare in quanto era sempre stato corretto con lui, Murray Franklin in diretta televisiva dopo che lo stesso lo aveva invitato in trasmissione per intervistarlo.

La polizia lo arresta, ma attraversando la città viene sopraffatta dai manifestanti eccitati dal delitto in diretta tv e sempre più determinati e violenti. Uccideranno, tra gli altri i coniugi Wayne, lasciando in vita il loro piccolo figlio, che vediamo impassibile scrutare la scena dell’omicidio.

E’ un delirio notturno di violenza, di colori, di urla, poi improvvisamente le immagini cambiano… è tutto bianco, Arthur è in una struttura ospedaliera psichiatrica, silenzio e sequenze che si accavallano, lasciando intuire che potrebbe essere, successo, oppure essere stata immaginata dalla mente malata del protagonista… l’intera vicenda, o come singoli episodi.

Consapevolmente o meno, il film è una fortissima denuncia contro la nostra società malata, un potente atto di ribellione politica, di dichiarazione del malessere diffuso, della difficoltà-impossibilità ad uscirne se non ponendo come centralità la dignità umana, il rispetto, la valorizzazione, la comprensione, il riscatto degli ultimi!

La potenza delle immagini, delle sequenze è straordinaria, la forte saturazione dei colori crea tensione, come pure la disturbante rumoristica, la sguaiata risata in primis, che unite alla straordinaria interpretazione di Joaquin Phoenix, che nonostante una filmografia molto brillante ed interessante, non conoscevo.

Ho letto che Todd Phillips è un regista totalmente disimpegnato, tuttavia ribadisco che quello che ho provato a raccontarvi è quello che io ho visto sullo schermo.

Straconsigliato!

Ciao

Evandro

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Jimmy's Hall - Una storia d'amore e libertà d i Ken Loach Drammatico, 109', GB-IRL-F, 200014

 

*** **

(3/5)

Un Ken Loach minore, a mio avviso, ci porta nell'Irlanda dilaniata dalla guerra civile, all'inizio degli anni trenta.
Il terribile De Valera che come Primo Ministro e Presidente della Repubblica controllerà e governerà con forza il paese fino agli anni '70, impone dei duri giri di vite nei confronti dei movimenti socialisti, dei lavoratori; è il cosiddetto periodo della "paura rossa irlandese". A fianco della reazione, del conservatorismo c'è sempre la schifosa chiesa cattolica irlandese, con il suo potere immenso, i suoi metodi medioevali, la sua violenta arroganza soppraffatrice.

Jimmy Gralton, il protagonista, è socialista, un po' sognatore, è un amante dei rapporti umani, che intende favorire, è sicuramente un predestinato alla sconfitta! Il suo credo nella classe lavoratrice è accompagnato dalla ricerca del dialogo.
Stimolato dai giovani del paesino (sprofondato nella meravigliosa campagna irlandese) per ben due volte costruisce una "casa di ballo e di cultura" aperta a tutti, una specie di centro sociale ante litteram, dove oltre al ballo ed alla musica si insegna a dipingere, si fanno letture comuni, si insegna a tirare di boxe... consapevole che il confronto, il far viaggiare le idee sia fortemente rivoluzionario.
Purtroppo ne è ancora più consapevole e convinto il nemico: il potere locale e centrale, la chiesa cattolica, i possidenti fascisti locali... gli renderanno la vita impossibile, lo allontaneranno per due volte dalla sua casa e da sua mamma, una prima volta fugge a New York per dieci anni, la seconda volta sarà per sempre.
Il tutto è intrecciato da una complicata (e vorrei vedere!) storia d'amore che l'aitante Jimmy ha con una ragazza locale, che però dopo la sua prima fuga si è sposata ed ha avuto figli...
Basato su una storia vera, semplificata nei contenuti, non focalizza il contesto storico, per cui per chi non è addentro alle vicende irlandesi, potrà leggerlo come una commedia sentimentale e della buona volontà di un ragazzo di aiutare la sua comunità, ostacolato dai soliti cattivi: preti e fascisti... un po' riduttivo.

Ciao

Evandro

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FATHERLAND di Ken Loach Drammatico, 107', Gran Bretagna, 1986

*** 1/5 **

  (3,5/5)

Nella sua vasta filmografia il regista inglese non mai domato o allentato il suo essere “contro”, il suo essere socialista… il suo punto di vista è sempre onesto ed originale.
Non fa eccezione questa pellicola di quasi trenta anni fa; le vicende si svolgono principalmente fuori dalla Gran Bretagna, dove Loach ha realizzato i film migliori, tra DDR e Germania occidentale, con finale in Inghilterra.
La vicenda è semplice: un cantautore della Germania orientale è osteggiato dalle autorità per i testi critici e “provocatori”; già qualche anno prima a fronte di un processo, come soluzione, gli avevano prospettato l’espatrio senza ritorno e lui non aveva accettato, ma a fronte al divieto di esibirsi per almeno un anno, di non poter “lavorare”, con tristezza accetta, lasciando moglie e figlio. Già suo padre, musicista anche lui e combattente repubblicano nella guerra civile spagnola, aveva dovuto abbandonare il paese, lasciando figli ed una moglie ferrea comunista-stalinista. Terribile il commiato del cantautore dalla madre!
Gerulf Pannach l’attore principale (nel suo unico film girato) cantautore anche lui, ha recitato, almeno parzialmente, la sua storia: cantautore di protesta, anche lui nel 1977 venne espulso verso Berlino ovest.

Già lo sapeva, ma da subito è disturbato dai comportamenti falsamenti liberi e democratici che vive a Berlino ovest, corteggiato e stressato da discografici che fiutano in lui possibilità di business.
Il potere, il controllo esercitati direttamente e grossolanamente ad est, in occidente è più sottile e “nascosta”, ma altrettanto coercitiva; insomma “non ci sono poteri buoni” come diceva FdA.
Si mette alla ricerca del padre, di cui sono sparite le tracce aiutato da una ragazza francese (in realtà e per altri motivi) interessata alla ricerca, il finale ha sembianze noir e thriller, ma non abbandona mai una conduzione registica rigorosa ed attenta alle vicende storiche.
Molto bello, girato al solito alla grande, si fa apprezzare in modo particolare per la sua originalità rispetto alla produzione del GRANDE Ken Loach.

 

Ciao

Evandro

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I QUATTROCENTO COLPI di François Truffaut Drammatico,93', Francia, 1959
 

 

*****

(5/5)
 

 

 

ATTENZIONE, VIENE SVELATA LA TRAMA, FINALE COMPRESO.
 

I Quattrocento colpi è la traduzione letterale di un'espressione francese, che in italiano significa più o meno "fare il diavolo a quattro". Siamo un paese strano: traduciamo snaturandoli o cambiamo titoli significativi ed invece li manteniamo alla lettera quando non hanno nessun significato… ma sono così affezionato a questo film, che mi dico che va bene così.

Assoluto capolavoro di Truffaut, è una autobiografia non romanzata, anzi spolpata, della sua terribile infanzia. Ambientato negli anni in cui è stato girato, la fine degli anni 50, anziché nel 1944, in cui il nostro grande Francoise visse quelle vicende, per non appesantire la narrazione con la guerra, che avrebbe distolto parecchie attenzioni dalla vicenda personale di Antoine Doinel (l’alter ego di Truffaut, che troviamo in parecchi suoi meravigliosi film, sempre interpretato dal grande Jean-Pierre Léaud) e l’avrebbe reso meno universale, nel suo grido di innocenza e di libertà, che lo fa diventare un manifesto di richiesta di giustizia per tutte le infanzie del mondo!

Opera prima di Truffaut, che dalla critica militante dei Cahiers du Cinema passa dietro alla macchina da presa e con una tecnica cinematografica già sconvolgente ed una sincerità disarmante realizza un capolavoro che diventerà una tappa iniziale fondamentale per la Nouvelle Vague francese, movimento cinematografico che cerca di rompere la pomposa ufficialità del cinema francese dell’epoca, in un momento di forti tensioni in Francia, legate principalmente alla guerra d’Algeria, e lo fa, a differenza del neorealismo italiano, attraverso il rovesciamento delle tecniche espressive, della messa in scena, mentre il neorealismo creava con le tematiche, le ambientazioni, i personaggi il punto di rottura con il passato.

Un bianco/nero a tratti molto pesante, scuro, formidabili movimenti di macchina, angolazioni inconsuete riprendono il piccolo Antoine ed i suoi amici mentre vagano per una Parigi vera, sembra povera senza i lustrini del turismo che le sarebbero piombati addosso solo dopo pochi anni.

La piccola superficie dell’appartamento dei Doinelle è reso più come claustrofobia psicologica, che come critica sociale, luogo di disamore totale, è necessario che Antoine ne fugga, cerchi la sua libertà altrove.

Sappiamo, e lo sa anche Antoine che il Signor Truffaut non è il suo vero padre, gli ha dato il suo nome quando ha sposato sua madre; ma tutto sommato è meno peggio della madre, che ha sempre vissuto il figlio come un incidente ed un impedimento, lo tratta male e non gli ha mai dato un gesto di affetto, di amore materno.

Uno scarto sociale già a dodici anni; a scuola è svogliato, va molto male, è il peggiore della classe, è emarginato anche dai suoi compagni tranne che da René, intelligente, vivace e ansioso di libertà. L’amico viene da una famiglia borghese in decadenza, con madre semialcolizzata e padre che trascura gli affari, ed entrambi che trascurano il piccolo figlio. Ed infatti la comune mancanza di attenzioni, di amore sarà il collante del rapporto dei due ragazzini, che si specchiano uno nell’altro. Sarà il più fantasioso René ad insegnarli a marinare scuola, ad autoprodursi le giustificazioni per la scuola, a spararle il più grosso possibile. E sarà sempre lui ad aiutarlo quando Antoine deciderà di fuggire di casa. Il piccolo Antoine sarà scosso anche, un giorno che sta marinando la scuola col suo amico, nel vedere sua mamma che per strada sta baciando un altro uomo.

Meravigliose le riprese in classe dei ragazzi, gli intensi siparietti tra compagni di classe, il fortissimo odio espresso nei confronti del primo della classe spione, le commoventi immagini dei bambini che assistono alla rappresentazione di burattini di Cappuccetto Rosso, intense, impaurite, felici; una sensibilità nel percepirle e proporle legate sicuramente alla sua grande sofferenza interiorizzata in quegli anni e di cui ne controlla abilmente l’esplosione emozionale nel raccontarlo.

La irrequietezza, il disagio familiare porteranno il povero bambino a fare sciocchezze, quale un furto di una macchina da scrivere nell’ufficio del padre per finanziare una gita al mare, che non ha mai visto, con l’amico René. Sarà beccato mentre, dato non era riuscita a venderla, la riportava al suo posto. Sarà l’occasione per la sua terribile famiglia per liberarsi di lui, con la scusa di dargli una lezione forte lo denunciano, lo fanno internare in un riformatorio; lo vedremo sempre abulico, scontroso non legare con i compagni, insofferente a regole e disciplina. Lo vediamo a confronto con la psicologa interna all’istituto di pena, aprirsi e raccontare apertamente del suo disagio familiare, del disamore di cui è fatta la sua vita. Il verbale sarà trasmesso ai familiare e sarà l’occasione per la chiusura di ogni rapporto, come gli comunica sua madre in occasione dell’unica visita fattagli al riformatorio.

In occasione di una partita di calcio riesce a fuggire e sempre di corsa, ripreso in lunghissimi piano sequenza, inerpicandosi per campi e colline raggiungere il mare, tanto agognato. Si ferma davanti alle onde, si lascia accarezzare dal vento, entra con le scarpe nell’acqua, si gira verso lo spettatore con aria interrogativa, sul suo futuro. Fermo immagine, finisce il film.

Vicenda che turba moltissimo, ed ancora di più pensando che racconta fatti reali accaduti al grande regista, riformatorio compreso.

Sconvolgente la recitazione di Leaud, che quando girò il film aveva si e no quattordici anni. Un talento naturale formidabile, una attitudine a restituire fortissime emozioni con lievi movimenti facciali.


Ciao

Evandro

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