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Lo Stato Del Vinile [Parte Seconda...]


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Anche l'altra è Analogue Productions. Sono entrambe Analogue Productions. La Prestige adesivo giallo dovrebbe essere stata stampata utilizzando le lacche della serie Acoustic Sounds/Analogue Productions adesivo giallo, rosso e blu, da me segnalata più sopra. 

Alberto.

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E invece no, consultando Discogs pare che l'edizione Prestige sia proprio un Analogue Productions dell'era Kevin Gray/Quality Records, ma senza la copertina Stoughton e certamente senza la garanzia di sostituzione della lacca figlia ogni 1.000 copie. Quindi probabilmente ti ritrovi la stessa identica ristampa.

Alberto.

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A quanto pare l'edizione Prestige la copertina Stoughton ce l'ha eccome...Quindi è a tutti gli effetti un Analogue Productions. Forse giusto la tiratura è superiore alle 1.000 copie dichiarate di AP, prima di cambiare la lacca. 
Alberto.

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Gingle Bells, Gingle Bells, Gingle All The Wayyyy...

Come dite? è troppo presto?
Va be’, io mi porto avanti. Avete preparato l’albero? Io no, perché finisce sempre che sbaglio i collegamenti, l’albero mi va massa coll’impianto e quando metto su un disco si sincronizza con le palline luminose. Così la musica un po’ c’è, un po’ non c’è, un po’ c’è...oddìo, certi dischi addirittura migliorano, ma il più delle volte è fastidioso.
Veniamo alla recensione,  facile facile questa Domenica, di quelle proprio che si scrivono da sole, che già al primo ascolto la penna parte per conto suo senza nemmeno che la tocchi. Il tè domenicale si sorseggia godendosi pienamente il padellone, doppia razione di biscotti super-size, per il più bel Oscar Peterson che abbia mai ascoltato. Il suo capolavoro? 
Oscar Peterson – We Get Requests – Verve (1964) – AAA Acoustic Sounds (2022).
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La recensione più facile della mia vita! Alla veloce: splendido. Alla lunga: che disco splendido!
Davvero, con dischi come We Get Requests dovrei soltanto scrivere: comperatelo, garantisco che vi piace.  Già dal titolo denuncia il suo voler essere ruffiano: “Accettiamo richieste”, come dire, quello che volete che suoniamo lo suoniamo volentieri.
In effetti We Get Requests da proprio l’impressione di essere nato come disco campione, per dimostrare le qualità della musica Jazz. 
E’ la Ragazza Col Turbante di Vermeer, che il pittore portava in giro per l’Europa come una sorta di campionario della sua arte.
Un po’ di musica Pop, gli immancabili standard ed il latino-brasiliano. Il trio è coesissimo e pare seguire un direttore d’orchestra invisibile; disco né troppo né troppo poco ma perfetto in tutto.
We Get Requests spiega come mai Oscar Peterson non è diventato una leggenda alla Bill Evans; Bill Evans avrebbe rischiato di più mentre Peterson non esce nemmeno un secondo dai binari.
Quindi se diamo 10 ai dischi di Bill Evans, dobbiamo per forza dare 9 a We Get Requests. Sennonché We Get Requests, che non è innovativo, che non scava in profondità, che non azzarda in nessun modo, che è sicuramente stra-pianificato, è a tutti gli effetti…bello da pazzi.
Un Verve ecumenico, per tutte le chiese.
Dischi così rendono superflua qualunque recensione critica, a meno che il recensore non voglia passare per stupido mettendosi a cercare il classico pelo nell’uovo, che alla fine non c’è e bisogna inventarselo.
Solita registrazione di Val Valentin polposa, bilanciata alla stragrande, da manuale: morbida, strutturata e maestosa.
We Get Requests è per tutti. Non vi piace il Jazz? Non fa niente, We Get Requests invece vi piace.
Certo non è il Coltrane più lunare, il Bill Evans più lirico, il Charles Mingus più iconoclasta, il Monk più esoterico, però, nella sua semplicità, è semplicemente stupendo.
Ci vuole disciplina, idee mooolto chiare e stabilite in precedenza, tanto mestiere e talento, garantito da Ray Brown al contrabbasso ed Ed Thighpen alla batteria.
Un disco senza difetti, da includere in quei cento dischi Jazz per i posteri e ben rappresentativo della musica Jazz nel suo insieme di storia ormai secolare.
Sto dicendo che We Get Requests è un capolavoro?
Sì, lo sto dicendo, e per i capolavori, come sapete, voti artistici non ne do.
Segnalo il bellissimo brano You Look Good To Me, composizione di Seymour Lefco e Clement Wells che Peterson suonò per tutta la vita.
Vinile QRP molto silenzioso…meno male! Se avesse presentato mezzo difetto mi sarebbero girate le p…non vi dico quanto!
Pagato 38 Euro su JPC, con lo sconto “Alberto non avere fretta di comperare i dischi, che poi li trovi alla metà (24 Euro, quasi la metà) su Amazon.de!”….porc..di..quell…poco dopo averlo comperato è apparso in offerta su Amazon.de. Non vale, avvisatemi prima!
Voto tecnico: Assolutamente 10.
Alberto.

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Domenica pre-natalizia...disco natalizio? Ma anche no. Questo disco io lo definirei “Il Fuggitivo”.
Non avete idea quanto l'ho inseguito. Appena uscì, cinque anni fa, aspettai ad acquistarlo convinto che prima o poi lo avrei trovato scontato ed invece, in men che non si dica, andò esaurito. Blue Note impiegò una vita e mezza prima di ri-ristamparlo e nonostante la nuova ristampa (della ristampa) ancora si trovava con difficoltà. Naturalmente mi chiesi sin da subito cosa avesse di tanto speciale…e finalmente l’ho capito.
E’ bellissimo.
Pertanto mi aggrappo alla teiera, che oggi ho imbroccato miracolosamente la giusta proporzione limone/zucchero che, credetemi, non è mica semplice da imbroccare e mi godo il padellone dell'anti-anti-anti-vigilia. E’ un’alchimia delicatissima la proporzione limone/zucchero, un po’ come azzeccare la giusta dose di autorialità, swing e modernità nel Jazz. Biscotti, torrone di pasticceria, non vi dico quant’è buono, e giù la fida Lyra su:
Duke Pearson – The Phantom – Blue Note (1968) – AAA Blue Note Tone Poet (2020)
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Recensione alla veloce per chi aspetta lo sconto prima di comperare i dischi e intanto loro vanno fuori catalogo: questo Duke Pearson mi ricorda qualcosa…c’è un’aria famigliare…
Mister Duke Pearson da Atlanta con The Phantom, datato 1968, compie il miracolo del tè perfetto, e snocciola sei brani, uno più riuscito dell’altro; ben quattro i brani originali su sei. Dove realmente si vede la mano del titolare, per assurdo, è nei pezzi non suoi: Blues For Alvina, del trombonista Willie Wilson (dedicato alla consorte) e The Moana Surf, con questo titolo così evocativo (😊) del sassofonista Jerry Dodgion.
E’ lì che si percepisce netta l’intenzione di Duke Pearson di pearsonizzare le composizioni e la tendenza, tipica dei pianisti-autori, di badare più all’insieme che al proprio ruolo di strumentista; ruolo che tra l’altro il pianista svolge con ottimi risultati, prendendo le mosse da mister secisonoiopotetestartranquillicheildiscovieneunameraviglia, ovvero Wynton Kelly, a cui Pearson si ispirava. Fu proprio a causa dell'ammirazione verso Wynton Kelly che il nostro decise di mettere da parte la tromba e riprendere gli studi di pianoforte, iniziati in tenera età e poi abbandonati.
Duke Pearson è un direttore d’orchestra che, giusto per non rimanere con le mani in mano, fa anche il pianista (e lo fa benissimo).
Ma com’è The Phantom?
E’ come… ah, adesso ho collegato l’aria famigliare! Horace Silver! E’ uguale!
A differenza di Horace Silver, che è più profondo e meno latino, anche se è latino pure lui, Duke Pearson è più generalista, nel suo pescare nella assai in voga musica brasiliana (in voga allora, alla fine degli anni ’60). The Phantom è intriso di echi carioca, note africane, bolero e samba tribale. Nonché naturalmente di Blues, senza il quale il Jazz non esiste.
Poi c’è quel suo tocco, così seducente ed orchestrale, che ricorda Antonio Carlos Jobim.
The Phantom è una delle ristampe Blue Note Tone Poet a cui proprio non si può rinunciare. Da classifica dei primi dieci.
Veniamo alla ripresa: per essere del 1968, cioè risalente al periodo ormai finale del glorioso suono Hi-Fidelity, è ottima ed invita ad alzare il volume oltre il livello di guardia; morbida, profonda, dettagliata e tiepida al punto da conquistarmi all’istante. Ottimamente ripresi il flauto, le percussioni ed il vibrafono, quest’ultimo alla giusta distanza. Ad essere del tutto sinceri c’è un velo davanti ai musicisti, ma è sottile. Inoltre presenta quell’immagine avanzata, tipica del periodo “manipolatorio” delle registrazioni Jazz. Ad un certo punto della storia Hi-Fi il tizio che stava seduto al mixer (Rudy Van Gelder) si rese conto che poteva davvero divertirsi, e così la registrazione divenne “artistica”.
Capisco, ripeto, per quale motivo The Phantom è sparito in poco tempo dalla circolazione: è proprio bello.
Ritengo Horace Silver un gradino superiore, però in The Phantom Duke Pearson risulta inappuntabile, sebbene…lo devo dire…mi costa dirlo…rispetto a Horace Silver…Duke Pearson è…lo dico?... più commerciale. Ecco l’ho detto.
Ma è quel commerciale colto, intelligente, efficace, diverso dal commerciale che avevo ascoltato nel Blue Note Classic Merry Ole Soul, sempre di Duke Pearson, che effettivamente è un po’ troppo sfacciatamente Pop.
Perdonami spirito di Duke Pearson!
Vinile RTI che se fosse stato più silenzioso avrei preferito. E la cosa mi fa girare alquanto le balle...gli do una lavata? Mettiamola ai voti.
Copertina Stoughton purtroppo singola. Macchecca’...Blue Note...non ce le avevi proprio due stracce di fotografie qualunque da infilare nella Stoughton doppia?
Te le mandavo io (le tiravo giù da Internet).
Pagato 37 Euro con lo sconto “Aspetta E Spera”, pari allo zero virgola,  accordato a chi aspetta cinque anni prima di comperare un disco che avrebbe fatto meglio a comperare appena uscito.
Voto artistico: 10
Voto tecnico: 9 e 1/2.
Alberto.

 

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  • 2 settimane dopo...
8 ore fa, OTREBLA ha scritto:

invenzione del contrabbassista Charles Tolliver

Ottima recensione Alberto e direi come al solito! Un solo appunto, che sono sicuro sia un svista, Tolliver è stato un ottimo suonatore di tromba e non di contrabbasso. Ti segnalo che per Pure Pleasure sono stati pubblicati molti dei dischi da lui incisi col suo amico e "geniaccio" del pianoforte Stanley Cowell.

Buon anno anche a te

Ciao

D.

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I primi giorni del nuovo anno ci fanno sentire tutti un po’ più vecchi e offrono l’occasione per ricordare i tempi della gioventù. Domenica amarcord qui in polentonia, tè domenicale in versione vecchio stile, col latte e non col limone, più una manciata di biscotti secchi, con cui da giovane aprivo la giornata, anche perché erano gli unici biscotti disponibili in caserma. Facciamo una recensione un po’ diversa? Quanto diversa? Parecchio...ma non vi ci abituate!
Donald Byrd – Royal Flush – Blue Note (1962) – AAA Blue Note Classic (2024)
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Recensione alla veloce per chi guarda gli altri correre: e Scala Reale sia!
Tra tutti i trombettisti Jazz  Donald Byrd è quello che mi piace meno. E’ troppo diritto, troppo da fanfara. Io ho fatto il militare nei Bersaglieri; ogni mattina (presto) suonava la fanfara e noialtri a correre intorno al piazzale, non si sa bene per quale motivo. Era un rito.  Due fanfare: quella dei giorni feriali, un po’ così, e quella delle grandi occasioni, fatta arrivare da fuori, molto più in squadra. Collocato avanti a tutti, il trombettista solista. Il tizio dei giorni feriali procedeva un po’ a singhiozzo, soffriva insieme a noi, a volte imbroccava la nota, molto più spesso la mancava di un paio di metri; andava a fortuna. I musicisti della fanfara, solista incluso, durante la maggior parte degli alzabandiera stavano fermi sul posto: soltanto la truppa correva. In casi del tutto eccezionali ed in presenza di pubblico correva pure la fanfara. Tuttavia, forse per mostrare vicinanza alla truppa, ancora mezza addormentata, obbligata a quell’estremo esercizio fisico allo spuntar del sole, i musici feriali si sentivano in dovere di sbandare anche loro a dritta ed a mancina, imitando la cadenza precaria dei nostri stivali anneriti. Sbandavamo noi, sbandava il solista, sbandava la fanfara all’unisono.
Il solista delle grandi occasioni, quello fatto venire da fuori, lui era di un altro pianeta. Intanto brandiva Excalibur, uno strumento argenteo, con particolari dorati, che s’incendiava al sole come la famosa lama bretone. Niente a che vedere con la fetecchia d’ottone annerito, ammaccata qua e là, in dotazione al nostro apprendista  ed appartenuta certamente a qualche spaventoso becchino, addetto ai servizi funebri musicati in chissà quale remota regione dei Carpazi; ove il sole giammai s’arrischiava di fendere lo spesso strato di nebbia infernale, tipico di quelle lande remote. Ma non basta, il principe straniero era pure un infiltrato, essendo evidente come egli non potesse in alcun modo appartenere alla categoria delle reclute accalappiate, quasi a caso, per studiare la tromba durante l’anno di naja, con i mesti risultati che ci si può immaginare. Correre con la tromba dei Carpazi a far da sottofondo era un supplizio, ogni passo una fitta al pancreas; correre col pappappà papparappappaaaa del principe bretone (in prestito) era esaltante ed eroico, pronti com’eravamo a morire per lui. Sotto la divisa del foresto si nascondeva senza fallo, oltre che certamente un titolato, barone o duca-conte, anche un autentico maestro di conservatorio, giacché la differenza di suono col nostro stalliere ripetente si poteva dire tragica. Il titolato non sbagliava una nota! Prima che facesse il suo sdegnoso ingresso nella nostra guarnigione, in non ricordo quale occasione, forse la visita di un qualche alto papavero impennacchiato, noi eravamo convinti che lo strumento tromba fosse da suonare rigorosamente cannando clamorosamente due note su quattro. Che fosse proprio la peculiarità richiesta al trombettista virtuoso, quella di premere i pistoni un po’ alla ca...dico. E invece, sorpresa! Il forestiero dalle dita di fuoco aveva cambiato la normativa! Maledetto figlio di madre ignota!
In colui tuttavia allignava una minuscola tara, a cui il nostro trombettaro per corrispondenza, date le scarse capacità tecniche, poteva dirsi totalmente immune: il bretone declamava come un condottiero di fronte ai cannoni dell’esercito avversario. 
Il timbro, l’emissione, lo stile, erano gli stessi del suonatore di buccina nell’antica Roma (passato al nemico per una sacca di pezzi d’oro) all’entrare del barbaro in città. Niente colori, sfumature, microdinamiche: ogni nota urlata a pieni polmoni. Limpido, cristallino, marziale e guerriero, si alzava il trillo del principe bretone nelle rigide albe festive di quell’inverno lontano; di quando in quando sua grazia lanciava una gelida occhiata al nostro becchino, che nelle feste comandate veniva inquadrato a correre con noialtri avanzi di galera; era come se lo designasse senz’altro per la forca: “Villano impudente!” pareva accusarlo “Come osi disgraziato? Quello è il tuo posto, tra gli altri rubagalline, che il cielo v’incenerisca! Mica qua a far bisboccia tra l’alta aristocrazia, suggendo dalle coppe di sidro, benedette dall’occhio di Taranis, signore dei fulmini e dei tuoni, il nettare dei valorosi!”.
L’avventizio candidato al cappio, sentendosi già davanti al boia, chinava vergognoso il reo capino e spazzava il duro cemento del piazzale con le piume del suo cappello d’ordinanza, sognando la coppa di sidro, benedetta da quel grandissimo cialtrone di Taranis, signore dei fulmini e dei tuoni.
Per noialtri scomunicati era uno spasso e, durante la corsa, domandavamo alla Tromba Dei Carpazi dove mai avesse infilato la peretta quella mattina e se per caso non avesse bisogno di una mano per cercarla. Dal che le risate copiose e lo sbandare vieppiù sconnesso.
Tornando a noi, o meglio a voi, perché io il disco l’ho già ascoltato, Donald Byrd, fatti i dovuti distinguo e col necessario rispetto per un eccellente trombettista Jazz, un po’ mi ha sempre ricordato il principe bretone della fanfara festiva, nel corpo dei Bersaglieri.
Il che non è per forza un difetto, infatti in Shangri-La, che apre il Lato B, l’eco orientale e spagnoleggiante ben si adatta allo stile da corrida di Byrd. Ad esso segue 6M’S, scritto dal trombettista, un blues nel quale il ritmo di Bolero guida il tenor-sassofonista Pepper Adams, dalla voce resinosa e d’ebano. 
Royal Flush si connota per un Hard-Bop di assoluta prima categoria, tra brani dello stesso Byrd (quattro pezzi), l’immancabile standard e Requiem, di Herbie Hancock, stupendo blues-soul che procede a sbalzi. 
Herbie Hancock al pianoforte è irriconoscibile, lontanissimo dal timbro freddo e modale che lo renderà famoso. Pepper Adams aggiunge note di calore col suo sax tenore, il cui legato vibra come la gomma sul rame, mentre il maestro del contrabbasso Butch Warren accompagna col suo solito modo pieno e rotondo, servendosi anche dell’archetto. Su tutti Billy Higgins, alla batteria, il quale spazia a 360 gradi, prendendosi non poche libertà. Questo disco meritava la serie ammiraglia Tone Poet. Il vinile Optimal di tanto in tanto distorce sui picchi della tromba, poca roba ma è cosa tipica degli Optimal, o meglio di alcuni di essi. O forse è il nastro, vai a sapere.
Buona la registrazione di Rudy Van Gelder, con immagine profonda e realistica e…in una parola: naturale. Tromba e sax baritono molto presenti e vivi, anche grazie ad un’eccellente trasparenza generale.
Pagato 22 Euro con lo sconto “Fanfara” che viene riconosciuto solo a chi ha sgambettato davanti ai principi bretoni investiti del potere di vita e di morte e ne è uscito indenne.
Voto artistico: 10
Voto tecnico: 10 -

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  • 2 settimane dopo...
giorgiovinyl
Il 11/1/2026 at 10:27, OTREBLA ha scritto:

Herbie Hancock al pianoforte è irriconoscibile, lontanissimo dal timbro freddo e modale che lo renderà famoso

E ti credo aveva 21 anni, doveva ancora incidere i suoi capolavori. Il timbro freddo mi ricorda l'uva non matura della volpe in fabula.

Invito tutti ad ascoltare capolavori come Mayden Voyage e Empyran Isles per non parlare dei dischi col secondo quintetto di Miles eccetera

Va sottolineata invece la magnanimità Donald Byrd che saputo che Miles voleva Hancock come pianista gli disse di cogliere l'occasione senza esitare, facendo la fortuna di Herbie e di tutti gli appassionati di Jazz

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Recensione senza parole? Ma sì dai, che la facciamo in un attimo.
Pronti?
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Hank Garland – Jazz Winds From A New Direction – Columbia (1962) – AAA Speakers Corner (2015)
Bene, ed ora passiamo alla recensione PROLISSSSSSSSSSA.

Alberto.

 

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Questa Domenica invernenga non è che abbia gran che voglia di scrivere una recensione…Non ho ben capito perché ho comperato il disco che tengo fra le mani…non so nemmeno dirvi molto sul musicista…che dite gli do un’ascoltata?…bah…intanto che ci penso prendo una cannuccia e bevo il tè. Il tè con la cannuccia mi agevola il cogito…c’è un Ferrero Rocher lì che mi guarda…quasi quasi…massì famose il Rocher…potrei anche imbastire una specie di dolcetto viennese, con due Rigoli e nel mezzo metà Rocher schiacciato...ci sarebbe la nocciola d’avanzo...potrei installarla sopra fissandola con un che di Nutella…un’operazione di alta pasticceria austriaca...come dite? Il disco? Quale disco? E non mi distraete che sono impegnato a creare!
Howard McGhee – Maggie’s Back In Town!! - Contemporary Records (1961) – AAA Craft Records (2024)
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Recensione alla veloce per chi inventa dolcetti para-viennesi: mi piace molto Howard McGhee…mi ricorda…
Bix Beiderbeck! Quando McGhee non usa la sordina, s’intende. Quel timbro rotondo, di spessore, fermo e sonoro, insomma Bix…
Prima di tutto parliamo del mio amato Roy Du Nann, che in Maggie’s Back In Town si supera. Che registrazione al bacio! Avete presente l’unione di naturalezza, calore e dettaglio? Quelle sono registrazioni perfette. Morbidezza e nitidezza. Alzate il volume e siete lì, in mezzo ai musici.
Registrazione top.
Howard McGhee fu pioniere dello stile Be-Bop. Fece parte del gruppo di Charlie Parker e credetemi, si sente; collaborò anche con Count Basie e Lionel Hampton. La sua carriera ebbe ampi periodi d’inattività, dovuti alla tossicodipendenza. Spariva dalle scene per ricomparire dopo lustri; venne a mancare nel 1987 a 69 anni.
Lo stile senza sordina mi ricorda Bix come detto, con la sordina invece è più alla Miles Davis; in entrambi i casi McGhee si esprime con un legato sassofonistico tipico di chi ha suonato con Bird. Il trombettista non sfodera la poesia di Baker, non è direttore d’orchestra come Gillespie, non ha la profondità di Davis (del Davis non commerciale intendo dire), però è bravo lo stesso. Ha un suo stile, mette assieme un po’ di cose e si fa notare; parte alla velocità della luce ma è un inganno, poiché improvvisamente rallenta e…si trasforma.
Se uno vuole ascoltare del Jazz classico, compera Verve; se preferisce del Jazz più avanzato si butta su Blue Note o Impulse!. Se punta a questo ed a quello, c’è la Contemporary. E Maggie’s Back In Town si tiene abbastanza nel mezzo.
Phineas Newborn, un po’ Tatum, un po’ Peterson, un po’ Tristano. Leroy Vinnegar lanciato nel walking di contrabbasso. Shelly Manne dalla sua batteria controlla gran parte del gioco.
Sì, mi è decisamente piaciuto questo Maggie’s Back In Town, tra l’altro la composizione di cui al titolo è molto bella e dura ben dieci minuti, con una notevolissima improvvisazione di Phineas Newborn.
Maggie’s Back In Town è un disco Jazz “Compatto” come li chiamo io, di quel Jazz che pare una locomotiva lanciata a tutta velocità; un dolcino di quelli farciti, con la bagna in mezzo, che lo mandi giù in un boccone; mica come il mio mezzo Rocher infilato tra due Rigoli, che mi si è incastrato nel gargarozzo. In questi dischi Jazz “Compatti” sembra che tutti seguano uno spartito, c’è intesa quasi premeditata ed ogni cosa è sistemata per bene.
Siamo in zona Be-Bop sperimentale su base Blues, una creatura un po’ ibrida, a volte si sente addirittura Mingus, il tutto arrangiato da esibizione Live, cioè in maniera spontanea.
Non vi dico che è il capolavoro del catalogo Contemporary, però merita l’acquisto.
Pagato 24 Euro con lo sconto “Dolcetti Sperimentali” accordato soltanto a chi si da alla pasticceria creativa e rischia di strozzarsi.
Voto artistico: 9 1/2
Voto tecnico: e bravo Du Nann, sei il mio eroe!
Alberto.

 

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  • 2 settimane dopo...

 

Per la recensione senza parole di questa Domenica ho scelto un disco che per certi versi è leggendario, perlomeno in ambito audiofilo.
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Ce l’ho da vent’anni. No, giusto per dire.
La recensione è senza parole quindi io non posso fiatare e passo d’emblée alla recensione con tantissime parole.

Alberto.

 

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Qualche anno fa Candid Records passò (anche lei) al lato oscuro della Forza, creando una serie di ristampe AAA di alcuni suoi titoli più meritevoli. Si tratta di stampe americane (ignoro quale sia la stamperia) confezionate nella classica copertina in cartoncino sottile. E’ venuto il tempo di recensirne una. Tè domenicale tanto buonino già in tazza, grattacielo di novellini pronto sulla destra e gianduiotto di rinforzo, che ho messo da qualche parte…dove non so…era qua…CHI S’E’ FREGATO IL GIANDUIOTTO? Dai che vi ho visto…tirate fuori il gianduiotto…subito!
Era qua era…se lo sarà mica mangiato il gatto...micioooo...
Steve Lacy – The Straight Horn Of Steve Lacy - Candid Records (1962) – AAA Candid Records (2023)
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Recensione alla veloce per chi come me sperava che Steve Lacy fosse un altro Eric Dolphy: no, non lo è.

L’origine interamente analogica di questa ristampa è dichiarata a mezzo piccolo rotondo cartaceo posto sulla plastica di sigillatura, il quale ci rende noto che Bernie Grundman ha masterizzato il vinile a partire dal nastro originale.
Suonare, suona benone. Guardo i miei appunti e non mi sembra di trovare alcunché di poco convincente: bello il dettaglio, il bilanciamento, sax soprano scolpito e solidissimo, il baritono profondo e completo; vinile di produzione misteriosa silenzioso.
Grundman non si smentisce, risultato top.
In più c’è quel velo di morbidezza, che personalmente associo ai riversamenti di Bernie Grundman, ed ancor più a quelli di Douglas Sax, maestro insuperato dei tagliatori di lacche viniliche; più sfumatura che coloritura, a me piace molto e trovo renda il suono naturale.
Steve Lacy principiò la carriera professionale a sedici anni, suonando nelle orchestre Dixieland;
da non credere, vista la brusca sterzata che in seguito presero i suoi interessi musicali. Veniva da un apprendistato molto classico, Pee Wee Russel , Cecil Scott, Max Kaminsky, in seguito si innamorò della musica di Cecil Taylor e Thelonious Monk, cambiando decisamente strada.
The Straight Horn Of Steve Lacy vede la luce nel 1962, all’inizio di una rivoluzione nello stile che avrebbe portato al Free Jazz. L’idea era quella di slegarsi dalla tonalità e dallo swing per giungere all’improvvisazione pura e completamente libera da qualunque vincolo. Il sassofonista tende tuttavia ad abbracciare modi meno estremi, tra la musica classica contemporanea ed il jazz, restando nell’alveo della tonalità. Per raggiungere tale scopo Lacy ricorre ad un espediente collaudato: il contrasto. Partendo da Charles Davis, il cui sax baritono risulta metallico e modernista, Lacy va in direzione opposta con il suo sax soprano, morbido e vicino al clarinetto.
Steve Lacy è molto bravo, decisamente; cosa gli manca quindi per essere Eric Dolphy? Gli manca la parte creativa.
Dolphy, come Johann Sebastian Bach, componeva mentre improvvisava, mentre Steve Lacy si limita ad improvvisare. A Lacy manca quel controllo assoluto del pezzo, che derivava a Dolphy dall’essere estremamente preparato sotto il profilo tecnico, e che gli consentiva di affrontare il brano sotto molte angolazioni, passando continuamente dalla tradizione tonale e Bop del Jazz alla musica contemporanea, senza perdersi un attimo, senza risultare pletorico, ripetitivo o semplicemente incasinarsi da solo e girare a vuoto (quanti ne ho sentiti!).
Le interpretazioni di Lacy dei pezzi di Charlie Parker e Thelonious Monk (col quale il sassofonista aveva collaborato nel 1960) risultano un po’ forzate e teatrali, nel loro tentativo di modernizzare qualcosa che è già moderno di suo e non necessita di ulteriori modifiche.
In generale The Straight Horn Of Steve Lacy vi sono dei pezzi che mi hanno convinto più di altri, è il caso di Played Twice che apre il Lato B e che risulta molto ben risolto.
Ottimi i comprimari tra cui il batterista Roy Haynes che pare attaccato alla 220 volt e non si placa un attimo. Eccellente anche il sax baritono di Charles Davis.
Per quanto mi riguarda The Straight Horn Of Steve Lacy è un lavoro di ottima qualità complessiva, sia tecnica ed artistica, a volte si perde un po’ nel tentativo di mettere troppa carne al fuoco, ma nel complesso merita senz’altro l’acquisto.
“Il musicista Jazz”, rispose Steve Lacy ad un giornalista “E’ intrattenitore, oratore e commediante, matematico, atleta, ballerino, cantante, allievo e maestro; un seduttore ed uno che si masturba in pubblico”.
Se lo dice lui!
Voto artistico: 9 ½
Voto tecnico: 10.
Pagato 26 Euro su JPC con lo sconto “Seduttore” accordato soltanto a chi c’ha la moglie bbona. Occhio che se tirate giù le foto da Internet se ne accorgono…anche perché è statisticamente provato che di audiofili con la moglie bbona ce ne sono pochissimi.
Alberto.

 

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@OTREBLA grazie molte Alberto, bella recensione di un album che conosco  molto bene e di un artista che amo particolarmente. Aggiungo qualche nota che spero  tu riesca ad apprezzare come contributo costruttivo e non come intervento a gamba tesa.

Come bene dici, Lacy fu il primo musicista jazz moderno a dedicarsi esclusivamente al sax soprano dopo Sidney Bechet. Per un creatore, la "specializzazione assoluta" rappresenta la scelta della "limitazione come libertà": approfondire un unico mezzo per scoprirne ogni sfumatura timbrica e tecnica.

In particolare il disco che recensisci si distingue come un manifesto di rigore geometrico e modernismo. È l'album che definisce Lacy non solo come virtuoso, ma come un architetto del suono, un punto di equilibrio tra tradizione ed avanguardia e l'interpretazione di brani di Monk e Taylor viene usata per "decostruire" un classico mantenendone intatto lo scheletro armonico. Parlando di Monk, al quale Lacy ha dedicato gran parte della sua vita, aveva capito che la velocità non era l'essenziale, piuttosto lo spazio ed il silenzio. In tracce come "Criss Cross", Lacy dimostra come la manipolazione del tempo e degli accenti sia più potente di qualsiasi virtuosismo tecnico fine a se stesso. Potrei parlare della formazione piano-less, per consentire la concentrazione sulle linee contrappuntistiche, come anticipazione del jazz cameristico; oppure del minimalismo timbrico per sottrarre ornamento a supporto dell'essenza della nota, ma magari varrebbe la pena di aprire un thread ad-hoc.

Insomma un artista molto importante nella storia della musica improvvisata, forse sottovalutato ma dotato di grande spessore

Ciao

D.

 

 

 

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