OTREBLA Inviato 8 Febbraio Autore Condividi Inviato 8 Febbraio Per la recensione senza parole di questa Domenica ho scelto un disco che per certi versi è leggendario, perlomeno in ambito audiofilo. . . Ce l’ho da vent’anni. No, giusto per dire. La recensione è senza parole quindi io non posso fiatare e passo d’emblée alla recensione con tantissime parole. Alberto. 1 Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1693617 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
OTREBLA Inviato 8 Febbraio Autore Condividi Inviato 8 Febbraio Qualche anno fa Candid Records passò (anche lei) al lato oscuro della Forza, creando una serie di ristampe AAA di alcuni suoi titoli più meritevoli. Si tratta di stampe americane (ignoro quale sia la stamperia) confezionate nella classica copertina in cartoncino sottile. E’ venuto il tempo di recensirne una. Tè domenicale tanto buonino già in tazza, grattacielo di novellini pronto sulla destra e gianduiotto di rinforzo, che ho messo da qualche parte…dove non so…era qua…CHI S’E’ FREGATO IL GIANDUIOTTO? Dai che vi ho visto…tirate fuori il gianduiotto…subito! Era qua era…se lo sarà mica mangiato il gatto...micioooo... Steve Lacy – The Straight Horn Of Steve Lacy - Candid Records (1962) – AAA Candid Records (2023) . . Recensione alla veloce per chi come me sperava che Steve Lacy fosse un altro Eric Dolphy: no, non lo è. L’origine interamente analogica di questa ristampa è dichiarata a mezzo piccolo rotondo cartaceo posto sulla plastica di sigillatura, il quale ci rende noto che Bernie Grundman ha masterizzato il vinile a partire dal nastro originale. Suonare, suona benone. Guardo i miei appunti e non mi sembra di trovare alcunché di poco convincente: bello il dettaglio, il bilanciamento, sax soprano scolpito e solidissimo, il baritono profondo e completo; vinile di produzione misteriosa silenzioso. Grundman non si smentisce, risultato top. In più c’è quel velo di morbidezza, che personalmente associo ai riversamenti di Bernie Grundman, ed ancor più a quelli di Douglas Sax, maestro insuperato dei tagliatori di lacche viniliche; più sfumatura che coloritura, a me piace molto e trovo renda il suono naturale. Steve Lacy principiò la carriera professionale a sedici anni, suonando nelle orchestre Dixieland; da non credere, vista la brusca sterzata che in seguito presero i suoi interessi musicali. Veniva da un apprendistato molto classico, Pee Wee Russel , Cecil Scott, Max Kaminsky, in seguito si innamorò della musica di Cecil Taylor e Thelonious Monk, cambiando decisamente strada. The Straight Horn Of Steve Lacy vede la luce nel 1962, all’inizio di una rivoluzione nello stile che avrebbe portato al Free Jazz. L’idea era quella di slegarsi dalla tonalità e dallo swing per giungere all’improvvisazione pura e completamente libera da qualunque vincolo. Il sassofonista tende tuttavia ad abbracciare modi meno estremi, tra la musica classica contemporanea ed il jazz, restando nell’alveo della tonalità. Per raggiungere tale scopo Lacy ricorre ad un espediente collaudato: il contrasto. Partendo da Charles Davis, il cui sax baritono risulta metallico e modernista, Lacy va in direzione opposta con il suo sax soprano, morbido e vicino al clarinetto. Steve Lacy è molto bravo, decisamente; cosa gli manca quindi per essere Eric Dolphy? Gli manca la parte creativa. Dolphy, come Johann Sebastian Bach, componeva mentre improvvisava, mentre Steve Lacy si limita ad improvvisare. A Lacy manca quel controllo assoluto del pezzo, che derivava a Dolphy dall’essere estremamente preparato sotto il profilo tecnico, e che gli consentiva di affrontare il brano sotto molte angolazioni, passando continuamente dalla tradizione tonale e Bop del Jazz alla musica contemporanea, senza perdersi un attimo, senza risultare pletorico, ripetitivo o semplicemente incasinarsi da solo e girare a vuoto (quanti ne ho sentiti!). Le interpretazioni di Lacy dei pezzi di Charlie Parker e Thelonious Monk (col quale il sassofonista aveva collaborato nel 1960) risultano un po’ forzate e teatrali, nel loro tentativo di modernizzare qualcosa che è già moderno di suo e non necessita di ulteriori modifiche. In generale The Straight Horn Of Steve Lacy vi sono dei pezzi che mi hanno convinto più di altri, è il caso di Played Twice che apre il Lato B e che risulta molto ben risolto. Ottimi i comprimari tra cui il batterista Roy Haynes che pare attaccato alla 220 volt e non si placa un attimo. Eccellente anche il sax baritono di Charles Davis. Per quanto mi riguarda The Straight Horn Of Steve Lacy è un lavoro di ottima qualità complessiva, sia tecnica ed artistica, a volte si perde un po’ nel tentativo di mettere troppa carne al fuoco, ma nel complesso merita senz’altro l’acquisto. “Il musicista Jazz”, rispose Steve Lacy ad un giornalista “E’ intrattenitore, oratore e commediante, matematico, atleta, ballerino, cantante, allievo e maestro; un seduttore ed uno che si masturba in pubblico”. Se lo dice lui! Voto artistico: 9 ½ Voto tecnico: 10. Pagato 26 Euro su JPC con lo sconto “Seduttore” accordato soltanto a chi c’ha la moglie bbona. Occhio che se tirate giù le foto da Internet se ne accorgono…anche perché è statisticamente provato che di audiofili con la moglie bbona ce ne sono pochissimi. Alberto. 1 1 Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1693623 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
damiano Inviato 9 Febbraio Condividi Inviato 9 Febbraio @OTREBLA grazie molte Alberto, bella recensione di un album che conosco molto bene e di un artista che amo particolarmente. Aggiungo qualche nota che spero tu riesca ad apprezzare come contributo costruttivo e non come intervento a gamba tesa. Come bene dici, Lacy fu il primo musicista jazz moderno a dedicarsi esclusivamente al sax soprano dopo Sidney Bechet. Per un creatore, la "specializzazione assoluta" rappresenta la scelta della "limitazione come libertà": approfondire un unico mezzo per scoprirne ogni sfumatura timbrica e tecnica. In particolare il disco che recensisci si distingue come un manifesto di rigore geometrico e modernismo. È l'album che definisce Lacy non solo come virtuoso, ma come un architetto del suono, un punto di equilibrio tra tradizione ed avanguardia e l'interpretazione di brani di Monk e Taylor viene usata per "decostruire" un classico mantenendone intatto lo scheletro armonico. Parlando di Monk, al quale Lacy ha dedicato gran parte della sua vita, aveva capito che la velocità non era l'essenziale, piuttosto lo spazio ed il silenzio. In tracce come "Criss Cross", Lacy dimostra come la manipolazione del tempo e degli accenti sia più potente di qualsiasi virtuosismo tecnico fine a se stesso. Potrei parlare della formazione piano-less, per consentire la concentrazione sulle linee contrappuntistiche, come anticipazione del jazz cameristico; oppure del minimalismo timbrico per sottrarre ornamento a supporto dell'essenza della nota, ma magari varrebbe la pena di aprire un thread ad-hoc. Insomma un artista molto importante nella storia della musica improvvisata, forse sottovalutato ma dotato di grande spessore Ciao D. Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1694800 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
OTREBLA Inviato 9 Febbraio Autore Condividi Inviato 9 Febbraio 44 minuti fa, damiano ha scritto: In particolare il disco che recensisci si distingue come un manifesto di rigore geometrico e modernismo Sono molto d'accordo, è proprio rigore geometrico il suo. 44 minuti fa, damiano ha scritto: un punto di equilibrio tra tradizione ed avanguardia Essenzialmente l'album è proprio questo. 44 minuti fa, damiano ha scritto: l'interpretazione di brani di Monk e Taylor viene usata per "decostruire" un classico mantenendone intatto lo scheletro armonico. In effetti è quello che fa Lacy, non sempre con risultati perfettamente centrati; d'altronde se manipoli una forma che è già perfetta di sua, ti prendi un bel rischio. Comunque bel contributo il tuo. Alberto. 1 Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1694847 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
OTREBLA Inviato 8 Marzo Autore Condividi Inviato 8 Marzo Sapete da quanto tempo ho pronta la recensione del disco a seguire? Più di un anno. Non ero convinto, del mio giudizio dico. Quindi l’ho riascoltato, e ancora, e ancora. Adèes però basta. Che’l m’ha sgiunfa’! Non mi sgiunfa mai invece il teino tiepidino, che oggi mando giù col pandorino…normale…perché quello “benefico” non si trova più. Ah maledetti! Avete fatto sparire pure i pandori benefici a prezzo di favore! E’ colpa dei giudici comunisti! Bisogna votare SI per il ritorno dei pandori benefici, fuori stagione! Il pandoro non benefico si sa…c’ha un altro sapore…meno gustoso, non so…meno pandorato. Sa quasi di panettone...e comunque non è benefico manco per il ca’! Gil Evans – Great Jazz Standards – World Pacific Records (1959) – AAA Blue Note Tone Poet (2023) . . Amo particolarmente taluni jazzisti/compositori, poiché apprezzo in loro lo sforzo di creare qualcosa di originale all’interno della musica Jazz, rispettandone i canoni tradizionali. Duke Ellington, Thelonious Monk, Horace Silver, Charles Mingus, e naturalmente Gil Evans. Recensione alla veloce per chi, avendo pagato l’abbonamento trimestrale alle mie recensioni, ha acquisito il diritto di leggere quelle alla veloce (gli altri per favore si astengano): non è il miglior disco di Gil Evans, ma è sempre Gil Evans. Standard, la magica parola per vendere i dischi Jazz. Nel nostro caso Great Jazz Standards addirittura. Great Jazz Standards è il disco di Gil Evans che più mi ha ricordato una composizione sinfonica, che più riconduco mentalmente alla musica Classica. E questo mi disturba un po’, perché io sono uno di coloro che pensano che il Jazz sia bello proprio per il fatto di non avere niente a che fare con Brahms. Va premesso che gli standards di Gil Evans sono standards sui generis: il canadese li smonta e ne fa sostanze molto più articolate e mutevoli: sì sentono gli echi di Gershwin, di Prokofiev, dei compositori americani moderni tipo Copland. In sintesi lo standard di Gil Evans è un’elaborazione colta del tipico standard jazz. Cruciale il ruolo dei solisti che di volta in volta conducono il gioco quanto, se non più di quanto lo conduca l’orchestra. Great Standards è un disco eclettico, a tratti informale; vi sono tensioni improvvise, eruzioni inaspettate, dettagli quasi celati o comunque mimetizzati, ed una ricerca molto profonda sulla struttura dei brani. Questo disco è più adatto ad un appassionato di Classica che di Jazz. Intorno ai brani si forma un’atmosfera sperimentale e libertaria. E’ il Gil Evans più spostato di là che di qua e ciò ne costituisce il limite. Esiste comunque un buon motivo per acquistare Great Jazz Standards, ovvero la splendida e di riferimento versione del famoso brano Django di John Lewis, In una registrazione orchestrale in cui i solisti sono protagonisti, questi devono emergere alla perfezione ed è ciò che fanno. Per il resto il suono è un po’ sottile, ci sarebbe voluto un cincino di bassi in più: alzando coraggiosamente il volume l’impatto è di tutto rispetto e l’immagine abbastanza scalata. Pagato 33 Euro con lo sconto “Pandori” riconosciuto soltanto a chi fa beneficenza ma non lo dice, perché se lo dice c’è il rischio che quei comunisti dei comunisti lo mandino a processo. Io ho inviato lo scontrino di un pandoro assolutamente benefico (stra-garantito) acquistato nel 2022, uno dei primi proprio. La prima serie, quella che vale di più. Niente, non andava bene: “Eh, ci dispiace commendator Otrebla, lo scontrino deve essere di quest’anno…eh…così sono capaci tutti…abbia pazienza…non vale mica la beneficenza retrodatata!”. Allora ho chiesto lo sconto sostitutivo "Dischi Di Gil Evans Che Sono Un Po' Così", e quello me l'hanno fatto. Voto artistico: 9 - Voto tecnico: 9 + Più o meno. Commendator Otrebla 1 1 Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1714314 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
OTREBLA Inviato 8 Marzo Autore Condividi Inviato 8 Marzo E va bene, vi faccio anche la recensione senza parole. Ma lo vogliamo inserire in questo thread un disco di Classica porca miseria? No, due! Recensione doppia, super lusso! . . Alla vostra destra: Camille Saint-Saëns – Symphony n.3 in Do Minore “Organ” Op.78 – EMI Records/Klavier Record (1973) – AAA – Distribuzione Cisco Music (fine anni ‘90) - Edizione limitata e numerata. Taglio lacca Douglas Sax – Stampa RTI . Alla vostra sinistra: A Berlioz Orchestra Spectacular – Emi Records/Klavier Record (1975) – AAA – Realizzato per Eastern Pacific Sounds (fine anni ‘90) - One-Step processing -Taglio lacca Douglas Sax – Stampa RTI – Edizione limitata, mille copie per stamper. In entrambi gli LP si esibiscono la England’s City of Birmingham Symphony Orchestra diretta da Louis Fremaux. Nel disco dedicato alle musiche di Berlioz è incluso anche il coro. Questi ho fin paura a toglierli dalla busta interna...non ho avuto il coraggio di tirarli fuori per la fotografia. Alberto. Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1714333 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
OTREBLA Inviato 15 Marzo Autore Condividi Inviato 15 Marzo Domenica senza parole. Facciamo una Domenica con, e una senza, alternate. Questa è senza. . . Igor Stravinsky – The Rite Of Spring – Riccardo Muti – The Philadelphia Orchestra - Emi Records – Capitol Records - Angel Records (una joint venture insomma) (1979) . Magari vi starete chiedendo per quale motivo ho inserito un vinile da me comperato usato, pubblicato nel 1979, con la copertina non proprio in buone condizioni e riparata alla meglio con del nastro adesivo. Nello stesso anno Mobile Fidelity Sound Lab pubblicava lo stesso identico disco. Adesso dovrei diffondermi in un’analisi comparativa, tecnica e storica...ma la recensione è senza parole...pertanto...vi saluto. Alberto. Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1719432 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
OTREBLA Inviato 22 Marzo Autore Condividi Inviato 22 Marzo Domenica referendaria e che referendum sia: mi faccio il solito teino o per una volta cambio e metto su il caffè?…va be’, facciamo che votate il disco: Leo Parker, Rollin’ With Leo, oppure Illinois Jacquet, disco Epic stra-vecchiotto? Votate SI se volete tanto bene all’Otrebla e NO se volete che l’Otrebla vada a zappare le prode col naso. Dopo un veloce controllo dei voti ad opera del notaio Furfanti, il quale esercita la professione su nomina governativa (pagata nemmeno troppo), avendo svolto il tirocinio legale, durato ben sei mesi (tutti i giorni), da Nando Er Pizzettaro (il nome è in codice), dell’omonimo studio notarile (con tavolini antistanti), il popolo ha saggiamente deciso che l'Otrebla oggi parlerà di: Leo Parker – Rollin’ With Leo – Blue Note (1961 – P. 1980) – AAA Blue Note Tone Poet (2025) . . Recensione per forza alla veloce perché in effetti io di Leo Parker non è che sappia gran che: un emulo di Illinois Jacquet per un ottimo disco a 33 giri contati. Mi domando per quale motivo Blue Note abbia aspettato ben ventun anni prima di pubblicare Rollin’ With Leo. Ad ascoltarlo non sembra un lavoro di seconda fila. Leo Parker nel panorama dei sassofonisti Jazz è poco noto per via del fatto che scomparve a soli 36 anni, nel 1961. Ebbe seri problemi di tossicodipendenza e fu stroncato da un infarto quattro mesi dopo la registrazione di Rollin’ With Leo. Veniva dall’aver lungamente collaborato con il più famoso tenor-sassofonista Illinois Jacquet, dal quale fu fortemente influenzato. Dopo aver ascoltato e riascoltato Rollin’ With Leo mi sono chiesto quanto Illinois Jacquet avesse inciso sullo stile di Leo Parker, e per verificarlo ho estratto dalla discoteca questa meraviglia qua, targata Classic Records (compianta): . . Alè, doppia recensione! Quanto appaiono simili i due musicisti, posto che uno suona il tenore e l’altro il baritono? Sono identici! Con l’Epic sopra fotografato a roteare 33 volte e mezzo, pare di ascoltare il secondo tempo di Rollin’ With Leo. Lo stile è Be-Bop orchestrale, senza l’orchestra ma con organico tipico da combo Jazz. Nel caso di Rollin’ With Leo si tratta di un sestetto al cui interno spicca il trombettista Dave Burns, dalla voce chiara e compatta. Il timbro e l’emissione di Leo Parker al contrario sono ruvidi e più da tenore che da baritono, che di solito da sul morbido e scende parecchio in basso. Il baritono di Parker suona un po’ da papera, con rispetto parlando, e si mantiene al centro della tastiera. La maggior parte dei brani in scaletta è frutto dell’inventiva del sassofonista, e si attesta sul genere Swing-Bop. Notevoli i colleghi di supporto, incluso il per me sconosciuto pianista Jonny Acea, scomparso anch’egli piuttosto giovane, nel 1963. Eccellentissima registrazione: dettagliata, spazio intorno agli strumenti, timbro giusto, né freddo né caldo. Trasparenza e pulizia assolute. Contribuisce al risultato il vinile RTI che non fa un tic nemmeno a corromperlo. Voto tecnico: 10, sì, il voto è quello, un bel 10…tipo…10…insomma… Accidenti a me! Non dovevo fare il confronto col Classic Records! Mi ha rovinato la recensione! Lo vedete quel disco lì marcato Epic? Non avete idea di come suona…ma proprio non avete idea… Vi dico soltanto che temporibus illis Classic Records ne licenziò una versione quadruplo quarantacinque giri stampati su una sola facciata…vi basti questo. Sarà Alberto, però ciò che conta è il giudizio artistico, e non fare sempre l’audiofilo della mutua! Avete ragione. Voto artistico di Rollin’ With Leo: 9 e ½, ecc’allà, un bel 9 e ½ convint…diciamo convint… Accidenti e stra-accidenti! Cosa mi è venuto in mente di fare il confronto col disco di Illinois Jacquet? Nel quale tra l’altro suona anche Leo Parker. Perché i due musicisti si somigliano molto sì, ma Illinois Jacquet è un altro livello proprio. Si sente netta la differenza tra il maestro e l’emulo. Dicevamo, voto artistico: … Capite che se do 9/12 a Rollin’ With Leo poi devo dare 12 all’Epic di Illinois Jacquet? Comunque, voto artistico: 9 ½. Voto tecnico…sì lo so, l’ho già dato il voto tecnico, gli ho dato 10, però a’ri-capite che se do 10 a Rollin’ With Leo…quanto devo dare all’Epic di Illinois Jacquet? Trenta come minimo! l’Epic/Classic Records era da recensione senza parole…acc…non mi è venuto in mente…era da mettere lì senza aggiungere nulla. Va be’, recensione fatta male... Pagato 30 Euro su Amazon.de con lo sconto “Referendum” concesso soltanto a chi vota NO alle recensioni confuse. Alberto. 1 1 Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1724344 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
OTREBLA Inviato Domenica alle 09:00 Autore Condividi Inviato Domenica alle 09:00 Per la recensione senza parole di questa settimana si parla dell’epoca lontana in cui Speakers Corner faceva dei bei numeri, tra i quali questo quadruplo LP 45 giri; i vinile sono stampati su una sola facciata. . . Felix Mendellshon Bartholdy – Mendelsshon In Scotalnd – Symphony n.3 – Fingal’s Cave – London Symphony Orchestra – Peter Maag – Decca Records (1960) – AAA Speakers Corner (2003) – Edizione limitata a 1.000 copie. Alberto. Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1730631 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
gabel Inviato Domenica alle 10:10 Condividi Inviato Domenica alle 10:10 Comunque sarebbe Mendelssohn… 😊 Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1730721 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
OTREBLA Inviato Domenica alle 14:19 Autore Condividi Inviato Domenica alle 14:19 Ah sì...tanto la prossima volta lo sbaglio di nuovo...sono capace di sbagliarlo anche se faccio il copia e incolla. Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1730957 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
gabel Inviato Domenica alle 14:24 Condividi Inviato Domenica alle 14:24 @OTREBLA 🤣🤣🤣 A parte le mie correzioni sui cognomi, come suona lo SC? Io possiedo l’originale London di fine anni ‘50, in condizioni pressoché perfette (non un cigolio o fruscio), ma l’idea del 45 giri mi attrae da mò… Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1730961 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
OTREBLA Inviato Domenica alle 14:53 Autore Condividi Inviato Domenica alle 14:53 Mi dispiace, la recensione è senza parole. Mendelsso...hnhnn no, ...ssohnhhh...no...sto provando a scriverlo a memoria...sshonnhs...ci vanno due acca o tre? Non si può dire Felix Bartholdy? O solo Felix? Link al commento https://melius.club/topic/548-lo-stato-del-vinile-parte-seconda/page/14/#findComment-1730986 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
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