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Melius Club

Lo Stato Del Vinile [Parte Seconda...]


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analogico_09
Il 30/6/2024 at 11:29, OTREBLA ha scritto:

 C’era un altro Coltrane in giro! ....  In Quintet In Chicago c’è il Coltrane che piace a me, blues e dal tono morbido, interamente scevro dalle a volte stucchevoli pedanterie che ne caratterizzeranno lo stile successivo

 

Mi piacerebbe se possibile sapere di quale/i stile/i successivo/i, di quali anni, di quali registrazioni in studio e live che mostrerebbe/ro le stucchevoli pedanterie  coltraniane si parla senza motivare la sentenza.
Che gli stili di Cannonball e di Coltrane siano diversi però è assolutamente vero, ed è giusto sottolinearlo, si fa opera di bene: non tutti hanno consapevolezza di ciò, nello stesso modo in cui sono pochissime le persone al mondo a sapere che l'acqua calda scotta meno di quella bollente... Non è però affatto vero che Cannonball non sia un musicista "moderno".
Il fatto che sia più legato di Coltrane allo stile sassofonistico "classico", non significa che il genio musicale di Cannonball non sia capace di rendere modernissimo il proprio "classicismo" che seguita a vivere anche in Coltrane, in Miles Davis, praticamente in tutti i musicisti coevi, in modi e misura diversi, tutti pronti a farsi protagonisti del rinnovamento del jazz che seguita a restare strettamente legato alle radici del "classico" e della "tradizione" ancora più remota.., e così fino al free jazz ed oltre.

La storia del jazz è una sola, ne andrebbero comprese e apprezzate e amate, "rispettate" da autentici appassionati, tutte le varie "stagioni" che sono in continuità l'una con l'altra con buona pace dei tentativi di separazione manichei. Di Coltrane c'è ne fu e seguita ad esserce solo uno. Idem di Mingus, di Rollins, di Davis, etc, etc.

  • Melius 2
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giorgiovinyl
18 ore fa, analogico_09 ha scritto:

Mi piacerebbe se possibile sapere di quale/i stile/i successivo/i, di quali anni, di quali registrazioni in studio e live che mostrerebbe/ro le stucchevoli pedanterie  coltraniane si parla senza motivare la sentenza.

 

Purtroppo in era social la volpe che ritiene acerba l'uva che non riesce a raggiungere non finisce nella favola di Esopo ma sui forum di recensioni 

 

18 ore fa, analogico_09 ha scritto:

La storia del jazz è una sola, ne andrebbero comprese e apprezzate e amate, "rispettate" da autentici appassionati, tutte le varie "stagioni" che sono in continuità l'una con l'altra con buona pace dei tentativi di separazione manichei. Di Coltrane c'è ne fu e seguita ad esserce solo uno. Idem di Mingus, di Rollins, di Davis, etc, etc.

Questo da te espresso è un concetto chiaro e semplice dovrebbe essere lapalissiano.

C'è una incapacità assoluta di rapportarsi al jazz e al suo legame con la cultura degli afroamericani e al trovare strade che vadano oltre la tonalità occidentale

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analogico_09
10 ore fa, giorgiovinyl ha scritto:

C'è una incapacità assoluta di rapportarsi al jazz e al suo legame con la cultura degli afroamericani e al trovare strade che vadano oltre la tonalità occidentale 

Parlo in generale, non di rado capita di imbattersi in quella sorta di prevenzione "negazionistica" a fronte di una realta' antropologica, socio-culturale ed estetica molto complessa come quella del jazz, ricca di espressioni mutevoli, di forme diverse facenti tuttavia parte di un unico, meraviglioso quadro identitario, legate insieme da un tenace fil-rouge che attraversa l'intera storia musicale e spirituale del "popolo del blues". Ci sta che alcune "tappe" della storia del jazz universalmente ritenute fondamentali possano non piacere, non essere comprese, ma perchè disprezzare immotivatamente?

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  • 2 settimane dopo...

Eccoci qua, scusate il ritardo. Le mie recensioni richiedono sempre più tempo. 
Quella che segue ad esempio ha implicato vari ascolti ed un paio di mesi di stagionatura.

Si parla di:

 

Dexter Gordon – One Flight Up – Blue Note (1964) – AAA Blue Note Tone Poet (2023)
Recensione alla veloce per chi non ha voglia di leggere: il mio tormentato rapporto con Dexter Gordon….sassofonista che proprio non riesco ad apprezzare fino in fondo; buono ma non eccelle.
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Nella mia personale classifica dei sassofonisti Jazz Dexter Gordon è l’ultimo della fila. In fondo e dietro a tutti. Per una strana combinazione di eventi, nel corso degli anni mi sono ritrovato in collezione molti dei suoi lavori su vinile.
E’ il sassofonista di cui ho più dischi. Sin da quando iniziai ad ascoltarlo, tanti anni fa, mi diede l’impressione di una certa rigidezza e freddezza di stile. Un sassofonista dall’aplomb inglese, per così dire. Austero e compassato.
L’approccio a One Flight Up è stato il mio solito: “Lo apprezzerò ma non mi farà impazzire”, sperando sotto sotto di essere smentito. E invece no, neppure questa volta.
Prendiamo ad esempio il primo brano, Tanya, della durata di ben 18 minuti, composizione di Donald Byrd. Io dico, dopo diciotto minuti, durante i quali vi è forse qualche ripetizione di troppo, caro Dexter, ti sarà venuto in mente un modo per chiudere ‘sta cosa? Manco per niente, il brano sfuma. Dopo diciotto minuti con lo stesso motivo conduttore (tenuto in evidenza da Kenny Drew), sfuma.
Il pezzo è piacevole e non ho niente da dire, ma è chiaro che io non gli darò mai dieci. La mia impressione è che si arrivi fino ad un certo punto e più in là non si vada. O forse è colpa mia, che non riesco a stabilire una sintonia col sassofonista di GO!. La ballad del Lato B l’ho trovata un po’ ingessata; l’ultimo dei tre brani è una composizione di Kenny Drew, che assieme a quella di Donald Byrd sembra sia stata scritta per un progetto da collettivo musicale, essendovi un filo che unisce i due pezzi.
Arte Taylor giganteggia, anche perché la sua batteria è stata ripresa in modo tale da risultare in primissimo piano. Donald Byrd si distingue con un timbro chiaro, ampio, pulitissimo, alla Miles Davis. Niels-Henning Ørsted Pedersen è al suo solito un riferimento del contrabbasso jazz, e Kenny Drew difende il fortino dal suo pianoforte.
La registrazione è da paura, ancora una volta il maestro Rudy Van Gelder mostra al mondo le sue qualità di tecnico del suono, e la sua capacità di fare…di fare le cose…Van Gelder…dico…momento…cos’è che c’è scritto qua…E CHI DIAVOLO E’ JACQUES LUBIN?
Come sarebbe che il disco è stato registrato in Francia, il 2 Giugno 1964, da questo tale Lubin, agli studi della CBS di Parigi?
Ah sì?
Lubin? Arsenio?
Come che sia…
AMMAPPAPETELO CHE SUONARE!
Voi mi siete testimoni che io ho sempre tessuto le lodi di Jacques Rubin…Drubin…o come cavolo si chiama. Che sono anni che ne parlo in questo Forum.
Ecco, detto ciò, One Flight Up è la dimostrazione che all’epoca d’oro della registrazione stereofonica, soltanto che lo si volesse, chiunque possedesse le giuste competenze, con un po’ di dedizione ed attenzione, avrebbe potuto confezionare una registrazione stellare, anche senza chiamarsi Rudy Van Gelder. Così come fece Jacques Lubin…Arsenio, consegnandoci una batteria che pare quasi sovra-incisa, tanto si staglia con realismo sul diffusore di destra, una trasparenza da nastro a due tracce, dinamica a profusione e sax…con leggero riverbero ma molto nitido.
Torno a ripetere, un bel disco senz’altro, Hard-Bop (con gli echi funk di Tanya) ricercato, forse anche troppo, ma il 10 non me lo strappa. Stupenda la Stoughton doppia, con un'iconica fotografia di Gordon seduto al bar.
Pagato 38 Euro su IBS.
Voto artistico: 8 1/2
Voto tecnico: 10
E’ che quando io mi metto in testa una cosa, poi è difficile che torni sui miei passi. Sono così, mi faccio un’idea e non la cambio facilmente.
Alberto.

 

 

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DIFATTI!
Dexter Gordon - Body & Soul – Black Lion (1964) – ADA Org Music (2017)

Dice, ci credo che sei pieno di dischi di Dexter Gordon, se continui a comperarli!
Era in offerta...su Amazon.fr…a 20 Euro (spedito)...l’ho dovuto prendere per forza...
Recensione alla veloce per chi non ha voglia di leggere: voi mi siete testimoni (oculari) che io ho sempre parlato bene di Dexter Gordon, che lo apprezzo, e che nella mia personale classifica questo grande sassofonista si colloca perlomeno tra i primi…INSOMMA MI SIETE TESTIMONI!
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Ma come Alberto, ti piace più ‘sto cacchio di digitalone (dal vivo…pure…) del tripla A Tone Poet?
MA NO! Vi sembra? Figuriamoci…
Ehm…ad essere del tutto sinceri…sss…sss…ì…mi piace più il digitalone….
La verità è che tra standard, Kenny Drew che pare Duke Jordan, gli assoli di Niels-Henning Ørsted Pedersen (di nuovo)…ed il Gordon che va come un treno…’sto digitalone è una gemma.

Bene ha fatto Mr. Org Music a riproporlo, sebbene in versione digitale, non essendo più disponibile il nastro master.
Parliamo quindi della registrazione…ANZI NO!, ho cambiato idea, della registrazione è inutile parlare poiché il trasferimento è da file Hi-Res; bello sistemato da Bernie Grundman e trasferito da Daniel Krieger allo SST di Francoforte, Germania (per venire a sapere 'sta cosa ho dovuto scrivere a Mr. Org Music in persona). Quindi parlarne è inutile; col trasferimento digitale Hi-Res siamo capaci tutti, so anch’io che suona (‘na favola).
Pare quasi un tripla A (sigh…me vie’ da piagne…). Trasparenza ottima (eh, però è digitale…), un’immagine altrettanto valida (l’abbiamo detto che è digitale?), che quasi si direbbe ripresa da studio (è digitaleeee!), anche perché gli applausi sono pressoché inudibili (è…voi sapete cosa).
Non vale! Questo vuol dire barare!
Voto tecnico: non pervenuto (potrebbe comunque aggirarsi sul 9. Il 10 ad un riversamento digitale non lo do manco sul patibolo, con la cravatta già annodata).
Circa l’artistico…non l’istituto, il voto dico…
Bop classicissimo…Kenny Drew che solo lui vale la spesa…
Maledettiiiii perché non lo avete ristampato in Full Analogue! Che il cielo vi strafulmini! Una copia tanto dovevate fare, una per me e basta.
Comunque il voto artistico non è importante e poi chi sono io per giudicare?
Se proprio fossi costretto a dare un voto, sotto minaccia di sequestro dell’impianto Hi-Fi, darei un 9 1/2.
Siccome questa recensione in futuro potrebbe essere usata contro di me dai digitalisti, la lascio anonima…

L’Anonimo…veneziano (Bergamo una volta faceva parte della Serenissima).

 

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  • 2 settimane dopo...

 

Continuo le recensioni dei dischi Blue Note Classic che non ho acquistato, poiché già possiedo la versione Classic Records risalente a ics decenni fa; un altro lavoro abbastanza ignorato dagli appassionati e che su Amazon, esattamente come Star Bright di Dizzy Reece, ha una sola recensione negativa, causa problemi legati alla stampa vinilica.
Recensione alla veloce per chi non ha voglia di leggere: Clifford Jordan chi?
Clifford Jordan – Cliff Craft – Blue Note (1957) – AAA Classic Records (199…vai a sapere…). Difficilmente reperibile, ma per vostra fortuna c’è la ristampa Blue Note Classic del 2024.
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Ad un certo punto della mia vita il nome di Clifford Jordan mi si è stampato permanentemente nella zucca per il fatto di essere l’autore di uno dei miei preferiti brani Jazz, una ballad dal titolo Vienna, che vi invito volentieri ad ascoltare:
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Bella no?
Fino all’età di quattordici anni Clifford Jordan non aveva mai pensato di studiare musica, fu la madre ad insistere ed a, praticamente, costringerlo. Scelse il sassofono perché nel suo quartiere andava molto di moda. Lester Young costituì la sua principale fonte di ispirazione. La prima collaborazione fu con il compagno di classe Johnny Griffin, seguirono poi la partecipazione ai gruppi di Max Roach (in sostituzione di Sonny Rollins), Horace Silver e Sonny Stitt; successivamente fece parte del sestetto di Charles Mingus, a fianco di Erich Dolphy. Registrò tre lavori per la Blue Note e Cliff Craft [L’Arte di Cliff] è l’ultimo dei tre.
L'album imbocca due strade abbastanza distinte: Il lato A include tre composizioni originali firmate dal sassofonista, e lo stile è già Hard-Bop pieno, la voce di Jordan chiara e di derivazione coltraniana, sebbene più morbida. Lo sviluppo dei pezzi è moderno.
Sul lato B abbiamo invece brani di Charlie Parker, Ellington, e della coppia Gillespie/Parker. La voce del sassofono tenore diventa più scura, ancora più morbida e si riconosce l’influenza di Lester Young. Lo stile fa qualche passo indietro, verso un Bop più tradizionale. Accompagnano Jordan l’ottimo Art Farmer, la cui tromba è ripresa benissimo ed il cui ruolo è di primo piano, Bud Pow...ehm no scusate...Sonny Clark, decisamente powelliano nello stile, la star della batteria Louis Hayes (il batterista superiore alla media lo senti subito. E’ un’altra spinta, un’altra fantasia), ed il contrabbassista George Tucker. Il Blue Note 81582 si pone a metà tra il nuovo Hard-Bop, ricercato, dissonante, elaborato, ed il precedente Be-Bop più avanzato, come a proporsi quale corridoio di passaggio tra i due stili.
Cliff Craft è stato registrato nel 1957 e noi ci crediamo anche se, per come suona, si potrebbe legittimamente dubitarne.
Bilanciato è bilanciato benissimo, trasparenza a livelli alti, coinvolgente l’immagine stereofonica, basso ben articolato, ottoni e batteria in bella evidenza, Il tutto ammantato da un generale tepore, tipico delle registrazioni anni ‘50, che è un godimento per le orecchie. Siamo sicuri che è del 1957 e non di trent’anni più tardi?
Pagato con l'argent de poche, quando i vinile audiophile (certi perlomeno) li regalavano.

Voto artistico 9 ½
Voto tecnico 10
Siccome fa un gran caldo e come dice il proverbio “Col gran caldone c’è la doppia recensione” ci vediamo sul thread Edizioni su vinile Craft Recordings.

 

 

 

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  • 2 mesi dopo...

 

Jerry Mulligan – Night Lights - Philips (1963) – AAA Acoustic Sounds (2024)
Recensione alla veloce per chi non ha voglia di leggere: affascinante ed eversivo.
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Non avevo nemmeno iniziato ad ascoltare Night Lights che già mi ero pentito dell’acquisto. Cos’è sta roba? mi son detto.
Non possiedo molti dischi del newyorkese Jeru, alias Gerry Mulligan (grave mancanza da parte mia), e quando si è profilata l’occasione di acquistare Night Lights a 33 Euro su IBS non ci ho pensato un attimo.
Se non che…l’easy listening de’ ‘sto ciuffolo anche no…che è ‘sta lagna?
Ah Alberto, te lo devo dire, hai toppato! Chissà se c’è modo di restituirlo…potrei accampare come motivo che nel mio condominio non abbiamo l’ascensore, pertanto della musica da ascensore non sappiamo che farcene.
Deciso a liberarmene in qualunque modo, continuo l’ascolto del Philips 600-108. Al secondo brano tuttavia mi viene un sospetto…che al terzo brano diventa una certezza ed al quarto un’illuminazione: è tutto pianificato. Do un’occhiata alle note di copertina e scopro ciò che mi frullava in testa: gli arrangiamenti di Night Lights sono opera dello stesso Mulligan.
Vado avanti con l’ascolto e scopro un altro disco rispetto a quel che pensavo; comincio finalmente a capire. Lo riascolto ancora e ancora nei giorni seguenti.
Jerry Mulligan non fece mistero della sua estraneità ai modi liberi del Jazz. Lo disse chiaramente al giornalista Ralph Gleason nel 1962, anno della registrazione di Night Flights:
Il bello del Jazz è il fatto di essere così ordinato, disciplinato ed organizzato. Deve esserlo, per conservare la sua attrattiva. E’ all’interno di quest’ordine che il musicista trova la sua massima libertà. Mentre l’assenza di qualunque regola significa solo caos ed il caos non è mai ordinato. Non sei veramente libero se non hai una regola da cui partire”.
Mulligan doveva essere molto attaccato alle regole, se addirittura se ne inventò una assai personale ed inedita; nonché non proprio comodissima, quella cioè di escludere il pianoforte (che egli stesso suonava e nemmeno tanto male) dai gruppi Jazz. Mulligan considerava il pianoforte una comoda “stampella” ed in effetti aveva ragione. Nessuno strumento come il pianoforte aiuta la riuscita dei gruppi Jazz. Decidere di eliminarlo per principio, significa complicarsi inutilmente la vita.
Si spiega quindi una presa di posizione tanto anacronistica e provocatoria, classicista fino all’eversione, come quella che scaturisce dall’ascolto di Night Flights. Mulligan poteva sembrare un po’ rigido ma non era uno stupido e neppure un musicista tecnicamente impreparato. Decide quindi che se Cool Jazz deve essere, che lo sia in maniera assoluta e spettacolare. Arrangia con cura certosina, attenta al più infinitesimale dettaglio, e compone un’opera di una purezza e compiutezza con pochi eguali.
Classica, perché è classica, ma inattaccabile per ricchezza e felicità di invenzione, ricerche armoniche e timbriche. Grazie al supporto di un pool di bravi musicisti, Art Farmer alla tromba, Bob Brookmeyer al trombone, Jim Hall alla chitarra, Bill Crow al basso e Dave Bailey alla batteria, l’album vive di vita propria e si pone come un riferimento nell’ambito di un certo Jazz di atmosfera, chiamiamolo così. Tra parentesi il batterista Dave Bailey è il titolare di un disco semi-sconosciuto, One Foot In The Gutter (Epic Records 1960) un piccolo capolavoro del Jazz tradizionale, a suo tempo ristampato da Classic Records (e di ciò sia essa benedetta in eterno).
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Speriamo che qualcuno si decida prima o poi a riproporre questo gioiello agli audiofili.
Tornando a Night Lights, assolutamente da segnalare è il Preludio in Mi Minore di Chopin ri-arrangiato splendidamente e sontuosamente in forma di Bossa.
Mulligan in apertura di disco è seduto al pianoforte (il brano che da il titolo al disco è suo e ricorda Vince Guaraldi), dopodiché imbraccia il sassofono baritono, che declina in modo clarinettistico evocando il Duke Ellington sound.
La registrazione, accordandosi alla musica, risulta morbida e notturna. Pianoforte ben ripreso, ottoni in primissimo piano, batteria più sullo sfondo, basso un po’ lungo ma potente. Ottime la dinamica e la trasparenza.
Nel complesso una registrazione in stile Verve, polposa e materica, però...è della Philips.

Però l'etichetta sul vinile è della Verve. Un misto insomma.
Voto artistico: 10
Voto tecnico: 9 ½

 

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  • 2 settimane dopo...

 

Eartha Kitt – Bad But Bautiful – Verve (1962) – AAA (quasi certamente…) - Verve By Request (2023)
Recensione alla veloce per chi proprio non mi sopporta: un’altra occasione mancata di questa serie Verve By Request. Peccato perché la Kitt è bravissima.
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Mi ero ripromesso di non acquistare più uscite della serie Verve By Request, dopo aver ascoltato The Awakening di Hamad Jamal, un disco da quasi dieci di voto artistico ma stampato con i piedi.
Siccome mi piace Eartha Kitt ho fatto un’eccezione. Gli ho dato la classica seconda possibilità però questa è l’ultima, giuro.
Due anni prima del momento in cui Hampton Hawes ascoltò Eartha Kitt alla radio, non avendone mai sentito parlare, nel ritornare a casa dopo aver trascorso un anno in carcere (vedi il thread “Un Legnetto In Una Cascata: Hampton Hawes"), la cantante, attrice e show-girl Eartha Mae Keith si imponeva all’attenzione del pubblico americano, cantando nello Leonard Sillman’s New Faces, che spopolava a Broadway.
Il Verve in questione si intitola Bad But Beautiful e mai titolo fu più azzeccato: “Cattiva Ma Bellissima”. In effetti la splendida Eartha aveva uno sguardo mefistofelico, forse per questo fu scelta per interpretare la parte di Catwoman nel Batman televisivo.
Ma la cosa più notevole di Eartha era senza dubbio la voce. Capace di un’estensione da cantante lirica, mobilissima, con un timbro torrido e sensuale, la Kitt era incline alla recitazione, per cui spesso modificava il tono in quello di una bambina o di un altro personaggio inventato lì per lì. Questa sua capacità camaleontica di alterare la voce le valse il ruolo di doppiatrice in alcune produzioni animate Disney. Lo stile canoro derivava da quello francese; in lei vi era una chanteuse sempre in agguato, sia che cantasse in Francese che in Inglese (la Kitt parlava anche il tedesco e lo spagnolo).
Bad But Beautiful è un lavoro notevolissimo, in cui le doti canore e teatrali della nostra bellla chanteuse raggiungono il loro culmine. Benissimo realizzati gli arrangiamenti, a comporre dei classici del genere Swing e Latino. Accanto ad una formazione più prettamente jazzistica, con fiati, pianoforte, basso e batteria, vi è l’intervento in taluni brani degli archi e dell’arpa, sebbene in maniera discreta e sempre coerente. L’apice si raggiunge con la notissima Diamonds Are A Girl’s Best Friends, declinata in stile Swing. Peccato duri soltanto due minuti.
Ottima la registrazione di Val Valentin, storico ingegnere del suono Verve, un autentico fuoriclasse, poi passato alla Pablo (diotiringrazio!). Voce avanti con un pizzico di riverbero e tutto il resto alle sue spalle. Bilanciamento da manuale, trasparenza e dinamica come nelle migliori famiglie audiofile.
Lo consiglierei volentieri, perché si ascolta che è una favola, se non fosse che la qualità della stampa vinilica è al di sotto dei miei standard.
A parte l’eccessivo rumore di fondo, che un profondo lavaggio ha solo in parte risolto, l’ultimo brano del lato B, che non è nemmeno inciso troppo vicino all’etichetta (il che poteva eventualmente servire da scusante) distorce in maniera oscena. Anche in Diamond’s Are A Girl’s Best Friends ci sono disturbi strani. Non so se le distorsioni siano presenti nel nastro master (mi sa di no…), certo è che il vinile rumoreggia un po’ troppo, esattamente come quello di The Awakening. Copertina semplice, in cartoncino sottile.
Se lo volete comperare cercate di pagarlo il meno possibile.
A me è costato 20 Euro su IBS, ma complessivamente non li vale.
Voto artistico: 10
Voto tecnico: 9 +
Voto alla confezione ed alla stampa vinilica: non ci siamo.
Alberto.

 

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  • 2 settimane dopo...

 

Bud Powell – The Amazing Bud Powell Vol.1 - Blue Note (1952) – AAA Blue Note Classic (2024)
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Recensione alla veloce per chi legge solo il titolo e poi va d’intuizione: non lo consiglierei come primo disco del grande Powell.
Se c’è un pianista che amo in modo particolare è Bud Powell, del quale possiedo parecchi dischi, e che ha contribuito in maniera determinante alla formazione di quel modo jazzistico chiamato Be-Bop. Quindi al Jazz.
The Amazing Volume 1 contiene registrazioni monofoniche, originariamente incise su acetati, risalenti agli anni 1949 e 1951 e va preso in considerazione come completamento della propria discoteca dedicata al grande pianista.
Non che suoni male, anzi. Il rumore degli acetati è molto attenuato, non ci sono distorsioni evidenti e considerata l’età del master l’ascolto offre un’esperienza sonora di tutto rispetto, trasparente, compatta e sorprendentemente dettagliata.
Ad affiancare il pianista vi sono varie star come Sonny Rollins, Max Roach, Roy Haynes e Fats Navarro. Si va dall’esibizione in puro stile Jam Session al Hard-Bop ante-literam.
Il disco apre con ben tre versioni di un brano scritto da Powell, Un Poco Loco. Le tre riprese diminuiscono in complessità, con la prima più moderna e l’ultima (quella chiamiamola così: “Ufficiale”) più classica.
Sono strettamente collegate fra loro e formano una specie di lunghissima suite (che occupa più della metà del lato A), con variazioni Bop, Latino e Hard Bop (nel 1951!) dello stesso (semplice) tema. Ci tengo a quest’ultima notazione, poiché in alcuni pezzi si ascolta con quindici anni anticipo ciò che sarà il Bud Powell degli anni ’60, già formato e definitivo. Voglio dire che nel 1951 Powell aveva già sviluppato a pieno il suo stie ed anzi era parecchio in anticipo sui tempi. Forse il disco include troppi brani (ben 12, incluso un brevissimo pezzo per piano solo); probabilmente è per questo motivo che Parisian Thoroughfare, che chiude il Lato B, s’interrompe bruscamente e senza la minima logica durante l’assolo del bassista Curly Russel. In The Amazing Vol.1 troviamo il Be-Bop da jam session in stile parkeriano; è un disco che consiglio soltanto a chi ha già altri lavori, più maturi (e meglio suonanti) del grande pianista, come The Scene Changes, Time Waits, Bud!, ecc.
Non che The Amazing Vol.1 non meriti il massimo dei voti, stiamo sempre parlando di uno dei più grandi pianisti della storia del Jazz, ma dovendo comporre una scala di priorità non si colloca ai primi posti.
Pagato su 24 Euro su Amazon.de.
Voto artistico: 10.
Voto tecnico: 8.

 

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