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Melius Club

Oltre la filologia? La Nouvelle Vague di Bach al pianoforte


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Caspita che topicone che ha aperto Damiano!! @Grancolauro 😱 😄  👍

Io 'mo sti giorni sono preso da un po' di cose varie.., evito di entrare nel club perchè poi lo so che mi lascio trascinare e devo evitare... quindi lette le prime tre righe del post introduttivo capito dove si ri-rischia di riandare a ri-parare.., per ora evito... Leggerò tutto non appena mi sarò ricapato... 😉

 

Però ll'"onda"(ta) poderosa di Bach è sempre stata nuova.., non è che la dobbiamo al "pianoforte".., semmai con il pianoforte la si rilava con "perlana"... 😄 ☺️

 

 

Un tizio aveva perso le chiavi di casa e le cercava nei pressi di un lampione. La gente si avvicinava per aiutarlo ma niente. Al che uno gli chiese: ma siete sicuri di averle perse qui? Il tizio rispose: no le ho perse in casa, ma in casa ora è buio mentre qui c'è la luce! 

Più o meno recita così un racconto Sufi....ma ora mi chiedo. Ma perché cercare la musica barocca (o Bach) dove c'è la "luce" (il pianoforte)... di sicuro si possono trovare tante e variate cose ma di certo non si trova Bach....bisogna andare al buio, per trovare quello che si cerca. Ascoltare musica è come "guidare a fari spenti nella notte".... lo dice anche una nota canzone 😄 ....ogni estetica ha il suo "buio" da essere disveltato😉

Il 10/2/2022 at 14:35, my2cents ha scritto:

E tornando al mio precedente post, secondo me dobbiamo chiederci quando siamo noi disposti a farci  'chiamare' dalla musica (e destare come quando sentiamo e riconosciamo la voce di un nostro caro scomparso che ricordiamo e riconosciamo) o quando siamo noi a 'chiamarla'.....nel secondo caso penso che erroneamente invertiamo la prospettiva e non avremo nessuna risposta

Ho l'impressione che il "farsi chiamare" dalla musica non dipenda dallo strumento che si usa. E quand'anche esistesse un originale su cui misurare il valore delle sue copie, questo non sarebbe di grande aiuto. Sarebbe anch'esso soltanto un'ombra proiettata sul muro per noi umani. Il richiamo delle musica segue percorsi segreti, temo.

Faccio un piccolo esempio personale; non so se c'entri qualcosa. Qualche giorno fa mi è capitato di ascoltare le Variazioni Goldberg suonate al clavicembalo da Jean Rondeau. Era tra le novità su Qobuz. Non conosco questo clavicembalista, mi dico, chissà com'è. Al primo ascolto ho avuto un senso di rifiuto e fastidio: tempi dilatatissimi, costate uso asincrono della destra e della sinistra, scarso rigore ritmico (ritardi continui, accelerazioni). Le mie "icone" per questo pezzo al clavicembalo sono Gustav Leonardt e Scott Ross. Se così è, Rondeau è un iconoclasta in questa sua versione (assai diversa, ho scoperto poi, da quella pubblicata in video dalla Netherland Bach Society 4 anni fa). Va in una direzione tutta sua. Eppure... dopo un primo ascolto delle prime variazioni, che mi aveva fatto allontanare, mi è venuta misteriosamente voglia di riascoltare. E così sono andato avanti: ho ascoltato tutto, e poi riascoltato, e poi riascoltato ancora. Perché non so. Io non amo il clavicembalo, preferisco il pianoforte. Eppure c'era qualcosa che mi attirava in quella interpretazione. E alla fine sono giunto alla conclusione che è meravigliosa. Bellissima. La più intrigante e attraente tra quelle che ho ascoltato al clavicembalo fino ad oggi. Il lampo è giunto alla variazione n. 14. Semplicemente geniale! Rondeau scopre lì qualcosa, nell'articolazione del brano, nella sua resa acustica, nella sua scansione ritmica, che né Ross né Leonardt avevano colto. E da lì un mondo mi si è aperto. Ho capito perché Rondeau va così lento, lentissimo, il senso dell'asincronia destra/sinistra, e altre cose ancora. Un capire comunque "secondo" rispetto al piacere di ascoltare. Un capire che, alla fine, è soltanto mio, legato alla mia immaginazione, non l'espressione di una verità.

Ora tutto questo sarebbe successo anche se quella interpretazione fosse stata eseguita al pianoforte? Difficile dirlo, ma penso proprio di sì. Qualcosa si è aperto, una gioia è nata, e questo non dipende né dall'originale, qualunque esso sia, né dalle sue copie, qualunque sia lo strumento che le produce.

A prescindere da tutto questo, consiglio senz'altro di ascoltare questo disco di Rondeau

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  • Thanks 1
3 ore fa, Grancolauro ha scritto:

Ho l'impressione che il "farsi chiamare" dalla musica non dipenda dallo strumento che si usa

Non dipende dallo strumento ma anche dallo strumento. Ho parlato di uno strumento che mi piace intendere esso stesso una "composizione". Il suo suono di uno strumento è a tutti gli effetti una composizione. Ogni strumento ha una sua composizione armonica  sua e "identitaria". Il suo suono è stato nel tempo immaginato, pensato, progettato, costruito, perfezionato, collaudato, sognato, è entrato nell'immaginario collettivo, ha espresso una sensibilità di ascolto condivisa, e lo stesso Bach ha usato stuementi che gli sono stati "consegnati" dal suo periodo storico, e in fondo la sua musica si è appoggiata, ha danzato, si è adagiata per quanto gli era consentito su un'altra "musica già costituita" , ovvero sugli strumenti che aveva a disposizione. Non si può considerare il timbro (almeno per me è cosi) come elemento secondario, ininfluente sul modo di eseguire ed immaginare la musica. Come sarebbe stata la musica di Hendrix con un liuto? Esempi simili si possono ripetere molte volte, e anche se il clavicembalo di oggi non sarà quello di Bach, di certo gli è molto vicino e di certo non è un pianoforte, o un organo Hammond che col suo suono ha marcato indelebilmente molta musica "pop". Non riesco a considerare la musica totalmente "astratta", neanche quella di Bach, e in quanto totalmente "astratta" eseguibile su qualsiasi tipo di strumento. La musica esprime anche lo spirito dei tempi, la sua peculiare visione e sensibilita', che emana da diversi e specifici strumenti, che a loro volta permettono diverse e specifiche modalità esecutive. Non conosco la registrazione di Romdeau...provvederò 😉

Il 11/2/2022 at 11:31, Alpine71 ha scritto:

mi permetto sommessamente di consigliare anche il Bach di Yuan Sheng; registra per Piano Classic, lo consiglio vivamente

Grazie per aver segnalato Yuan Sheng: le sue incisioni di Bach sono eccellenti, in particolare le Partite, direi. Tuttavia, non lo inserirei nella Nouvelle vague di cui parlavo. Il suo modo di interpretare Bach è infatti piuttosto convenzionale, ben allineato alla tradizione pianistica europea della seconda metà del '900. Non c'è in lui cioè quel tentativo di andare "oltre", di esplorare vie espressive e interpretative nuove.

Un confronto interessante in tale senso mi sembra quello tra la versione di Sheng della Toccata della VI Partita di Bach, e il medesimo pezzo esiguito da Maria Cefalà, che invece si inserisce a pieno diritto nell'indirizzo che ho cercato di descrivere.

Ecco Sheng:

Ecco invece Maria Cefalà

 

Le differenze mi sembrano anche qui macroscopiche. Sheng rimanere strettamente fedele allo spartito, non togliendo o aggiungendo nulla. Il tempo viene tenuto in modo rigoroso e ridotti al minimo sono inoltre gli elementi espressivi, i quali (questo per molto tempo si è ritenuto) emergono da sé attraverso la trama contrappuntistica del brano. Un atteggiamento, questo, che ha accomunato molti pianisti desiderosi di prendere congedo da qualsiasi incrostazione tardo romantica nell'accostarsi a Bach. Risultato raggiunto, si potrebbe dire.

Ma ascoltando Cefalà ci si accorge che qualcosa è cambiato. Qui la Toccata viene concepita così come la ricerca storica e filologiaca ci hanno insegnato: come un brano di improvvisazione dove lo spartito è soltanto un canovaccio che l'interprete ha il compito di rielaborare. Pensare a una Toccata eseguita così come sta scritta equivale a violentare lo spartito, non ha salvaguardarne l'integrità. Consapevole di questo, Cifalà ricorre a un uso dell'agogica estremamente libero, così come libere sono le scansioni ritmiche. Ma poi aggiunge qualcosa di nuovo, di squisitamente pianistico. Una componente espressiva giocata su continui crescendo e diminuendo, sugli accenti, su quel mezzo-staccato che lei esegue molto bene, e sull'aggiunta una sorta di luce, di brillantezza del timbro, quasi dorato, si potrebbe dire.

C'è qualcosa di nuovo in questo modo di legge ed eseguire Bach al pianoforte, in cui passato e presente si intrecciano in modo virtuoso, a mio modo di vedere perlomeno.   

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 8/2/2022 at 21:35, Grancolauro ha scritto:

Una spiegazione potrebbe essere la seguente. Una volta passati attraverso il “lavacro interiore” della filologia, molti musicisti hanno sentito il bisogno di andare oltre, facendo tesoro di quanto appreso senza considerarlo una limitazione espressiva, una sorta di punto di non ritorno. La consapevolezza filologica è diventata cioè uno stimolo per innovare, per sperimentare territori inesplorati dell’arte pianistica, con riguardo in particolare al tocco, al fraseggio, alla ricerca timbrica. Tornare a suonare Bach, in questo senso, è per molti un modo per reinventare il suono del pianoforte, per ripensare il modo in cui questo strumento è stato tradizionalmente concepito nelle letteratura pianistica e non solo. Non, dunque, per cammuffare il pianoforte da clavicambalo o da clavicordo, né per piegare gli spartiti di Bach all'estetica tardo romantica. Si tratta piuttosto di passare attraverso Bach per fondare l'estetica pianistica del nuovo millennio.

La domanda che volevo porvi è questa: come valutate questa Nouvelle Vague di Bach al pianoforte dal punto di vista estetico e del piacere di ascolto? Vi sembra interessante oppure no?

 

 

Non credo che la filologia voglia fungere da "lavacro" delle "oscure" forme interpretative incoerenti e inappropriate della musica antica e barocca, con le quali la filologia non intente entrare in competizione nè in diretto confronto, bensì, a prescidere, farsi specchio rappresentativo il più possibile "illuminante" e vicino allo spirito musicale, alle prassi esecutive e interpretative di detti repertori musicali i quali, lungi dall'essere in alcun modo invecchiati, rivivono più che mai non solo nelle musiche di originaria destinazione, ma che vengono per condivisione ripresi dalle musiche della modernatà, dei nostri giorni, per certe loro caratteritiche linguistiche e tecniche, se non anche estetiche, sommamente musicali, tra cui l'aspetto "improvvisativo" che non veniva quasi più praticato nel romanticismo e post... Grande in tal senso anche il contributo dato dal jazz che con la musica barocca ha notevoli affinità.

Per quanto riguarda la questione "piano vs cembalo" sulla quale ci siamo confrontati molte volte, sviscerando le varie visioni a confronto, non me la sentirei di riprendere da capo, le nostre posizioni sono state largamente chiarite, ma ciò non toglie che questo tuo nuovo punto di vista non sia interessante e che non apra su prospettive diverse ma non del tutto nuove. Non esiste una parola "fine", una ragione assoluta o un torto assoluto.., si procede là dove in definitiva c'è di fatto coesistenza pacifica e democrattica tra le due cose opposte, o solo diverse.., a volte inconciliabili, altre volte gestibili insieme...

Però è naturale anche fare una scelta di campo per vari motivi... Proverò a sintetizzare la mia idea, e per rispondere alla tua domanda finale, dico francamente che non riesco ad apprezzare, nonostante l'impegno profuso da alcuni pianisti che intendono creare la nuova onda, ovvero la nuova estetica bachiana (non se ne fa solo una questione tecnica o di mero stile), Bach suonato al pianoforte, in qualunque salsa lo si voglia proporre con lo tale strumento.
In primis  perchè amo troppo il pianoforte nei suoi inesauribili e meravigliosi repertori d'elezione e di perfetta, coerente e destinazione per vederlo zoppiacare spesso affannosamente e caricaturalmente dietro repertori musicali non pensati e creati per tale strumento, del tutto alineni al suono pianistico,  alle tecniche, caratteristiche organologiche, al tipo di linguaggio e di psico-espressione che si riesce ad estrarre dallo strumento a martelletti totalmente diverso dal clavicembalo, dove il piano non rappresenta affatto l'evoluzione di quest'ultimo.

Punto due.., amo troppo il cembalo, il suo suono, la sua ricchezza sonora, ricca di armonici, di sfumature, di colori e "profumi (il suono evoca odori; gli odori evocano i suoni); adoro la sua letteratura musicale, il fatto che il cembalo sia in grado di esprimere compiutamente, al massimo grado, sotto ogni aspetto musicale, tecnico-stilistico, estetico, linguistico, psichico, ecc, la profonda e immodificabile (a meno di non fare delle trascrizioni, parodie, variazioni tratte da...) realtà musicale barocca immortale, riproposta dalla filologia nella sua originaria autenticità, la quale non ha bisogno di mostrare se stessa nel suo pieno fulgore attraverso l'ingombrante e impropria ondata pianistica - sostenuta dagli establishment accademico-conservatoriali che più contano e "comandano" - la quale mi pare mi pare abbia già iniziato ad allungare la sua ombra sul cembalo, volendosi sostituire prepotentamente ad esso  a tale strumento che già non vive, a prescindere una grande notorietà.., non da noi perlomeno.

Basterebbe dare un'occhiata ai programmi delle varie grande istituzioni concertistiche.., quel poco di Bach strumentale che entra in programma, è al 99,9% eseguito al pianoforte.

Trovo questa sbagliata e infelice.., contribuire alla quasi sparizione di uno strumento così bello e delicato.., per fortuna ci sono i dischi, ma la perdita di contatto anche con la musica dal vivo non potrà esserci disco che possa ri-compensare la tragica perdita.

 

 

 

20 ore fa, Grancolauro ha scritto:

Pensare a una Toccata eseguita così come sta scritta equivale a violentare lo spartito, non ha salvaguardarne l'integrità ....

Ma ascoltando Cefalà ci si accorge che qualcosa è cambiato. Qui la Toccata viene concepita così come la ricerca storica e filologiaca ci hanno insegnato: come un brano di improvvisazione dove lo spartito è soltanto un canovaccio che l'interprete ha il compito di rielaborare.

 

 

Certo.., la partitura barocca "canovaccio" esige una libertà interpretativa da parte dell'esecutore.., ma quale è il discrimine tra libertà interpretativa , libertà di invenzione nel rispetto dei "codici" e delle prassi esecutive comuni e condivise, e licenza arbitraia? Ciò che fa Cefalà per me è un mettere insieme una serie ibrida di stili diversi dove si cerca di dire  tutto senza dire nulla, senza prospettare  qualcosa capace di porsi come coerente, sicura, omogenea personalità musicale. Si va dal new-age nobilitato, al romantico pieno e post-romantico, con spruzzate imitative del fraseggio clavicembalistico.., alla fine è più "sensazione" che autentica espressione, più esercizio di tecnica che omogenieità e profondità stilistica, poetica, estetica, linguistica. 

 

Sarà il segno della con-fusione che regna in questi nostri sperduti tempi.., nei quali mancano le autentiche direttrici della creatività sulla quale fondare un nuovo, innovativo e rivoluzionario umanesimo.., si cerca di campicchiare di rendita.., con poche eccezioni rappresentate dal nuovo, poco e che pertanto non avanza; si appozza a piene mani nel passato da stravolgere a piacimento.., dove sarebbe la "ricerca" in queste interprertazioni pianistiche non si sa fondate su quale tipo di ricerca, filologica o non..? 

Questa sarebbe  la musica cembalista suonata al piano, ammodernizzata.., in grado di interpretare le ansie, speranze, desideri, affetti,  tensioni ecc, dell'uomo moderno, visto che il cembalo è antico e l'uomo antico viveva altri "sentimenti", cosa non vera.., i sentimenti e gli affetti "fonfamentali", paure, desideri, timori ecc, sono gli stessi.., cambiamo solo i percorsi, gli strumenti del raggiungimento, della gestione degli stessi... altrimenti tutta la pittura, letteratura, architettura, ecc, sarebbero da riadattare all'uomo moderno.., ridipingiamo Giotto.., faciamo una doppia cupola San Pietro.., riscriviamo con lunguaggio internettistico i promessi sposi... l'uomo moderno ha le sue esigenze.., però invece di creare il niovo per rappresentarle, sfroza i mirabili equilibri musicali "antichi"...

 

Se questo è Bach.., povero Bach.., ed inoltre mi chiedo: perchè si sente così tanto , a limite.., mettiamoci un forse.., l'incoffesato desiderio di distruggere Bach?

 

Perchè non si creano nuove opere originali, personali, che siano il riflesso vero di quel che davvero siamo, con le quali esercitare ed esprimere il  desiderio di invenzione, di improvvisazione, compositiva e interpretativa, affascinati da ciò che si faceva nel barocco, ma senza violare il sacro, limitandosi semmai ad ispirarsi ad esso?

 

 

 

Il 12/2/2022 at 20:10, my2cents ha scritto:

La musica esprime anche lo spirito dei tempi, la sua peculiare visione e sensibilita', che emana da diversi e specifici strumenti, che a loro volta permettono diverse e specifiche modalità esecutive.

Ragionevole e condivisibile quanto scrivi. Ma provo a porti qualche semplice domanda. Immagina che una persona apprezzi la musica di Bach suonata col pianoforte: trovi piacere ad ascoltarla, le attribuisca un valore estetico sotto il profilo emotivo e intellettuale. Diresti che l'esperienza di questa persona è inautentica? Ancora: se uno dicesse che una certa interpretazione pianistica è esteticamente più pregevole di un'altra, non perché più vicina all'"originale" ma per ragioni diverse, di tipo strettamente pianistico, diresti che un confronto del genere è privo di senso? E ancora: immagina che una persona non attribuisce valore estetico a una certa esecuzione, filologicamente corretta, di una Partita di Bach al clavicembalo perché la ritiene brutta, e attribuisca invece valore estetico alla medesima Partita suonata al pianoforte, ritenendola invece bella; arriveresti in questo caso a dire che questa persona è in errore, a prescindere da ogni ulteriore considerazione?

@analogico_09 Grazie Peppe per i tuoi interventi! Scusami se non provo a rispondere subito. Lo faccio appena riesco, anche se questo toglie mordente alla discussione 🙂. Come tutti sono in mille faccende affaccendato, purtroppo...

2 ore fa, Grancolauro ha scritto:

Grazie Peppe per i tuoi interventi! Scusami se non provo a rispondere subito. Lo faccio appena riesco, anche se questo toglie mordente alla discussione 🙂. Come tutti sono in mille faccende affaccendato, purtroppo...

 

 

Tranquillo Damiano, quando si vuole e si puote, capisco perfettamente, anche io vado per uno.., come si dice. 😉

 

 

Altroché zampata, caro @analogico_09 questi sono altissimi fendenti!

Grazie per i tuoi contributi che, insieme a quelli di @Grancolauro e di tutti gli altri amanti della tastiera sono davvero appassionanti. 
Corro a cercare le Goldberg interpretate da Rondeau

Il 9/2/2022 at 00:10, SimoTocca ha scritto:

Mi piace paragonare l’introduzione della filologia nella musica all’introduzione della prospettiva nella pittura. Con Giotto si introducono le prime regole della prospettiva (a “spina di pesce”) e nel Rinascimento, con Brunelleschi e Michelangelo, si assiste al perfezionamento della prospettiva con calcoli matematici. Una volta capito il segreto di far assomigliare un quadro alla realtà, cioè seguendo le regole delle prospettiva, poi ci si può permettere anche di superale queste regole prospettiche. Già lo fa in qualche modo Leonardo da Vinci,  ma evidentemente lo fanno ancora di più Picasso, Kandinsky, Dalí.... non perché siano “ignoranti”, ma perché pur conoscendo le regole, ritengono di ignorarle per arrivare ad un “effetto finale” più coinvolgente.

Ecco, forse è così anche per la musica barocca e per Bach.

 

 

Non trovo calzante il paragone tra l'evoluzione di una forma tecnica ed estetica fondamentale all'interno di una specifica arte, alla quale contribuiscono attraverso i secoli i vari protagonisti della stessa arte, e la filologia musicale che non introduce nessun inizio nessuna fase centrale, nessuna fase finale.

La filologia "fotografa" un preciso insieme di cose, mette a fuoco la realtà storica interpretativa della musica antica e barocca ed è sulla base di tali osservazioni,  attraverso la ricerca lo studio approfondito della questione che nasce il "metodo" interpretativo storicamente ed esteticamente, filologicamente informato su quelle che furono e restano le prassi esecutive vigenti all'epoca dei fatti buone per tutte le stagioni.

La filologia c'entra nulla con l'esempio dell'evoluzione e il perfezionamento della prospettiva nell'arte architettonica pittorica.., non è una fase successiva del metodo interpretativo tradizionale post-romantico, non è l'anticipazione di altri metodi interpretativi di la da venire o già vigenti. La filologia è a se stante, è un'esperienza rivoluzionaria che appartiene unicamente a se stessa.

La si accetta oppure si rifiuta; il metodo è quello, espandibile unicamente al suo interno, non già al fuori dei suoi "appartamenti", un metodo tutt'altro che rigido che prevede invero la massima libertà nei vari campi d'azione interpretativi che ridonano nuova vita a partiture che hanno subito l'oltraggio di intepretazioni mortifere...
E possibile ovviamente seguire altre strade interpretative più o meno antitetiche e/o in netto contrasto con la filologia, migliori, peggiori, a ciascuno il suo, ma non non si dica che il nuovo metodo rappresenti lo stadio terzo della filologia che rivede o supera se stessa. Un'assurdità, secondo me.

 

Per concludere.., ciò che mi interessa in modo particolare sottolineare, stando agli attacchi che subisce la filologia, alla scarsa visibilità che le è concessa, in Italia soprattutto, alle forme di ibridume e di scimmiottamento dell'autentico spirito interpretativo filologico, temo che la "reazione" abbia affilato le sue armi cercando di colpire la filologia al suo interno svilendola. Si è sempre rivelato vincente tale metodo da parte degli establishment culturali dominanti: fermare la cultura "antagonista", "eversiva", rivoluzionaria senza spargimenti di sangue.., basta far finta di ospitarla al suo interno per poterla snaturare, edulcorare e ibridare meglio...

 

10 ore fa, analogico_09 ha scritto:

Non trovo calzante il paragone tra l'evoluzione di una forma tecnica ed estetica fondamentale all'interno di una specifica arte, alla quale contribuiscono attraverso i secoli i vari protagonisti della stessa arte, e la filologia musicale

Il mio paragone era in realtà molto più semplice e, forse, più intuitivo e immediato: la filologia introduce delle regole, peraltro abbastanza rigide, che regolano l’esecuzione di un brano, così come la prospettiva introduce in pittura regole ferree, matematiche, che regolano la mano del pittore nel fare un dipinto.

Tutto qui.

E a volte le rivoluzioni (quella francese, certo, ma fors'anche la filologia) prendono strade di rigidità che vanno contro le loro medesime premesse (Libertè, nel caso di quella francese...).

È vero che a volte la Reazione ne approfitta di queste debolezze per 

10 ore fa, analogico_09 ha scritto:

temo che la "reazione" abbia affilato le sue armi cercando di colpire la filologia al suo interno svilendola.

“disinnescare” la rivoluzione, ma con una certa frequenza è la rivoluzione medesima che “si tarpa le ali da sè” per scegliere modalitá affatto rigide e anelasteiche, manichee le definirebbe Guccini.

E allora dico: una volta capito che Bach ha scritto le sue opere per tastiera avendo sottomano un clavicembalo (forse però anche un clavicordo e quasi di certo anche uno dei primi fortepiano...), e che ci sono modalità filologiche da rispettare per eseguire quei brani come sono stati pensati, nulla vieta di prendersi la “libertà” di eseguirli su strumenti tecnicamente più avanzati, che rendono possibili espressività, dinamica, contrasti, controcanti,, totalmente impossibili al clavicembalo.

In fondo lo si diceva per la Messa in Si Minore: Bach lavorava con un coro di 10-12 cantanti (come emerge in maniera chiara e inoppugnabile dai documenti contabili ritrovati), ma se fosse stato per lui avrebbe voluto anche 30 o magari 50 cantanti! Insomma, filologicamente è corretto eseguire la Messa in Si Minore con 10 coristi, ma se la si esegue con un coro di 50 elementi, e con risultato sonoro assai diverso quindi, forse Bach ne gongolerebbe...😆😉.

Sono ragionamenti che ci portano forse un po’ lontano dal punto della discussione: ma penso che il rischio implicito ed ineludibile di ogni rivoluzione sia quello di portare in sè germi di “rigidità di regole” che non la rendono dissimile dalla restaurazione, se non per i contenuti di quelle regole. Detto questo, dico anche che io sono sempre a favore della rivoluzione e mai della restaurazione, epperò da anni e anni agogno una “rivoluzione gentile” che tenga conto della diversità e della unicità di ogni essere vivente (no, non solo essere umano, ma proprio ogni essere vivente) e che per questo non sia così facilmente espugnabile dalla restaurazione....

Via Peppe, lasciami sognare...🌹😍🥰

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