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Ricordando Berlinguer


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Intravedo che qualcuno dice che nel '53 a trentun'anni si era più che adulti... Certamente, ma chi a quel tempo aveva realmente capito cosa fosse l'Unione sovietica E chi o cosa fosse realmente Stalin? Siete così sicuri che l'avessero capito i democristiani di casa nostra? Suvvia, non siamo pretestuosi, ed evitiamo di accorrere in soccorso degli amici con motivazioni da azzeccagarbugli di quarta classe.

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4 ore fa, Guru ha scritto:

'53 a trentun'anni si era più che adulti... Certamente, ma chi a quel tempo aveva realmente capito cosa fosse l'Unione sovietica

Ancora nel '70 vi erano sostenitori acritici, direi troppi.

E parliamo di gente che faceva la spola.

Vediamo di capirci così magari la smetti con queste cretinate.

Ti ho scritto che nel '70 si era fuori tempo massimo e tu hai tirato fuori le elementari, e ti ho risposto che a 31 anni le elementari erano finite da un pezzo e uno che era già in punta di diamante del partito non poteva non sapere chi fosse Stalin, alla sua morte ne tesseva lodi sperticate.

Figuriamoci decenni dopo se ancora ci potessero essere dubbi, eppure.

Ora se per piacere la finisci con queste stupidaggini te ne sarei molto grato. Magari ne gode pure la discussione che peraltro mi pare piantata sul nascere su parametri nostalgici.

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La critica di Miriam Mafai concerne in primo luogo la strategia del «compromesso storico». Nel presentare questa strategia sul settimanale del Pci Rinascita tra il settembre e l’ottobre 1973, Berlinguer auspicava un’alleanza tra le forze rappresentanti del mondo popolare al fine di salvaguardare la democrazia italiana e indirizzare il Paese verso una prospettiva di progresso sociale, attraverso l’introduzione di «elementi di socialismo» nella realtà italiana. Sin dal principio, il «compromesso storico» si configurava pertanto come una strategia ambo difensiva e propositiva. Secondo Miriam Mafai, la proposta di Berlinguer rivela la concezione assembleare della democrazia propria del Pci. Non potendo accedere al governo in forza della pregiudiziale anticomunista in tempi di Guerra fredda, il Pci avrebbe puntato su un’alleanza con la Dc per aggirare l’ostacolo della conventio ad excludendum e garantirsi l’opportunità di giocare un ruolo di primo piano nelle scelte decisive per il Paese. In tale ottica, il «compromesso storico» si configura come una scelta strategica anacronistica, rivelatrice del profondo ritardo da parte del Pci nell’accettare l’inevitabilità di una evoluzione in senso riformista, sul modello delle coeve socialdemocrazie europee. Grande ingenuità è attribuita alla scelta di affidare a uno stretto rapporto con la Democrazia Cristiana un percorso di trasformazione radicale degli assetti sociali ed economici del Paese. Questa ingenuità da parte del Pci e del suo leader si paleserebbe platealmente nel periodo dei governi di «solidarietà nazionale», tra il 1976 e il 1979, con la scelta del Pci di sostenere due governi monocolore Dc guidati da Giulio Andreotti[2].

Non meno tranchant è il giudizio che Miriam Mafai riserva all’«ultimo Berlinguer», quello che, terminata l’esperienza della «solidarietà nazionale» e ripristinata la conventio ad excludendum con la nascita del Pentapartito, denuncia la «questione morale» e rivendica la «diversità» del Pci rispetto alle altre forze politiche. Il cambiamento di linea che sancisce l’inizio della nuova fase è descritto come brusco, frutto di una «scelta solitaria», a sua volta dettata dalla volontà di Berlinguer di ridare al Pci la fisionomia di «partito di lotta», dopo che gli anni della «solidarietà nazionale» ne avevano offuscato tale immagine. Mafai tratteggia un Berlinguer «insofferente di opposizione», che trincera il suo partito in una strenua difesa della propria presunta diversità, riducendolo ad esercitare un «ruolo di pura opposizione e testimonianza», in una deriva «di tipo operaistico, estremistico e radicale»[3].

Su tutto si staglierebbe l’anacronismo della visione berlingueriana della società. Secondo Mafai, all’effetto deformante delle lenti marxiste sono da attribuire la concezione catastrofistica della crisi economica degli anni Settanta e l’insistenza su una presunta centralità della classe operaia come «motrice della Storia». A pesare contribuirebbero però anche e forse soprattutto altri anacronismi, più specificamente riconducibili alla visione della società propria di Berlinguer: il riferimento è all’ostilità nei confronti dei consumi individuali e più in generale a un presunto atteggiamento di rigida chiusura nei confronti della modernità da parte del leader sardo. Secondo Mafai, la personale inclinazione antimoderna di Berlinguer lo avrebbe portato ad essere preoccupato, specialmente dopo il risultato del referendum sul divorzio, «per l’emergere nella nostra società di disordinate spinte libertarie, una modernità che stracciava antichi valori e istituti e che, nell’assenza di nuove regole, rischiava di portare la nostra società al decadimento morale e sociale»[4].

 

https://www.pandorarivista.it/articoli/l-eredita-di-enrico-berlinguer-interpretazioni-a-confronto/

 

talmente palese che pure la Mafai...

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Nella stesso articolo viene citata la Mancina, segnalata in un link in precedenza

anche qui nulla di nuovo, e il giudizio critico è pesante e inappellabile.

ma se l’analisi a sinistra esiste e raggiunge risultati chiari e inconfutabili, se tutto pare ostacolare una giusta evoluzione, a che serve e a chi serve continuare ad alimentare una tale inutile se non deleteria nostalgia?

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@appecundria la data è nell’articolo postato.

idem per la Mancina.

l'articolo è interessante e propone tesi e antitesi.

Nello stesso, trovo le ragioni di chi ancora propone una lettura positiva decisamente vacue, mentre quelle critiche ben fondate..

ovviamente l’ho proposto per poter leggere repliche con un po’ di sostanza.

 

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5 minuti fa, appecundria ha scritto:

Moro e Berlinguer erano due fessi,

Direi piglio decisamente sbagliato.

Erano figli del loro tempo chiusi in una gabbia che avevano contribuito a creare.

Oggi paioni dinosauri.

Oggi si parla del giudizio su di loro e di quello che, sempre oggi, valga ricordarli con nostalgia.

Tieni conto che i Berlusconi, i Salvini e Company sono frutto della eredità di un mancato e sano sviluppo della politica italiana.

Ma puoi obiettare...

 

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