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Edizioni su vinile Craft Recordings


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15 minuti fa, Tronio ha scritto:

Sarei interessato al consiglio per gli acquisti :classic_smile:

https://www.amazon.it/dp/B00VFYPIDO?ref=ppx_yo2ov_dt_b_fed_asin_title&th=1

Te Assam stupendo. Considerato che quando lo compravo al tea shop 20 anni fa un etto costava 8 poi 10 euro.

Ora con il black friday 13 euro (per poche ore) anche a 17 suo prezzo abituale è comunque un affare

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  • 2 mesi dopo...

Domenica soleggiata nel Sud-Svizzera...dopo tutta l'acqua che abbiamo preso...era ora!

Alura andèm con la recensiù.

Com’è noto a me il Jazz dopo l’Hard-Bop non è che faccia proprio impazzire. Nella migliore delle ipotesi tra Jazz Modale e Free Jazz finisce che mi addormento, nella peggiore ho la stessa reazione che mi assale davanti alle opere di Jackson Pollock…macchecc…?
C’è però un tipo di Jazz succeduto al Be/Hard-Bop che amo incondizionatamente e che si chiama Post-Bop o Third Stream. Conserva lo swing, diventa più scritto e colto, è politonale con sprazzi di astrattismo. Quando riesce bene ne vengono fuori gioielli assoluti tipo il Prestige a seguire. Non mi resta che dare un’altra girata al tè festivo e spaparanzarmi sulla poltrona come un satrapo, perché questa Domenica l’audiofilo ne ha da godere assai. Mando giù un misto frolle, annaffio col teino che altrimenti si bloccano nella carotide, e calo la Lyra su:
Mal Waldron – The Quest – Prestige (1962 – R. 1961) – AAA Craft Recordings - OJC Series (2024)
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Recensione alla veloce per chi è Bop, ma post…: mamma che discone! Lo consumerò.
Avete presente Where? e Mal/2 già da me recensiti qualche post più sopra? Bene, The Quest è il terzo tempo, ma è come se fosse il primo…con un altro finale.
Tutte le composizioni portano la firma del pianista Mal Waldron, che quasi non si sente. Accidenti quanto suona fievole! Lo avevo già notato ascoltando i dischi citati e la cosa si conferma ora. Ho dovuto alzare il volume più del solito perché il pianoforte divenisse intellegibile. Waldron raccoglie la lezione di Charles Mingus, com’è evidente, ma a differenza del grande contrabbassista è più dolce e romantico. Non c’è un brano che non mi sia piaciuto da matti, fino a quando non ho ascoltato Fire Waltz, che chiude il disco: strepitoso capolavoro di valzer, ho continuato a canticchiarlo per giorni. I miei due ideali Coltrane, vale a dire i John Coltrane che vorrei, quello modernissimo ma melodico e swing, e quello melodico e swing ma modernissimo, si alternano negli assoli: parlo di un signore di nome Eric Dolphy (modernissimo ma melodico e swing) e di un altro di nome Booker Erwin (melodico ma moderniss…moderno e swing). Dolphy come al solito parte per i bastioni di Orione, si sofferma a gironzolare, raccoglie rugiada intergalattica e torna sulla terra carico di sapienza extraterrestre (più una scatola di cioccolatini). Eric Dolphy è il particolare in platino su un gioiello realizzato in oro. Dolphy è lo stra-lusso aggiunto a ciò che è già di per sé lussuoso. Difficile descrivere Dolphy…un po’ Modale, un po’ Free, un po’ Swing, un po’ Be-Bop, un po’ tutto, ma con tanto senso della musica. Eric Dolphy è pura musica sotto forma di nettare.
Booker Erwin, che sembra proprio Coltrane, a differenza di quest’ultimo rimane morbido e bluesy. Il contrasto tra Dolphy (che suona anche il flauto e si materializza sulla sinistra) ed Erwin (sulla destra) è folgorante.
Come se non bastasse quel diavolo di Ron Carter trasforma il violoncello in una chitarra ed interviene con tocchi da assoluto maestro. Ogni tanto parte con l’archetto, altre volte col pizzicato, falciando l’atmosfera di sciabolate trasversali. Il commento rarefatto di Waldron seduce; Joe Benjamin al basso non perde una frase, un passaggio, ed è perfettamente incastrato nel gruppo; infine la batteria di Charlie Persip fa da segugio.
Mi corre l’obbligo di citare Duquility, Lato A, col quale Waldron si prefigge di rendere l’estratto vitaminico della melodia elingtoniana. Quando l’ho letto nelle note di copertina, ho pensato..se’, figurati…il doppio concentrato di Ellington…che grandissima c…Diavolo d’un Waldron, c'è riuscito! In Duquility si ha davvero l’impressione di giungere al centro nucleare della musica dell’immenso Ellington.
E come non menzionare Warm Canto, che apre il lato B, antiche note alla Ravel, in cui tra la cadenza pianistica di Waldron ed il flauto panteistico di Dolphy, l’alba dell’universo svela mondi vergini ed incontaminati.
Registrazione vangelderiana naturale e ricca, sotto tutti i punti di vista, ma in questi casi non ha la minima importanza: un disco come The Quest non si compera per la registrazione. Certo però che Eric Dolphy e Booker Erwin sono proprio ripresi gran bene.
Pagato 34 Euro con lo sconto “Amici Di Giorgia”, che viene accordato soltanto a chi fornisce prova di aver votato “SI” a qualunque cosa, inviando una fotocopia della scheda elettorale. Mi sono fatto regalare una scheda elettorale da un mio amico contrabbandiere che ne ha una certa scorta; dice che nel comasco vanno a ruba. Cosa se ne fanno a Como delle schede elettorali? Bah…le mangeranno…
Voto artistico: comperatelo e basta.
Voto tecnico: 10.
Discone.
Alberto.

 

 

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  • 1 mese dopo...
  • 3 mesi dopo...

 

Era un bel po’ che non mi dedicavo alla ristampe Craft Records.
L’intenzione era di recensire un disco del Principe ma poi mi sono reso conto che in realtà volevo parlare del suo maestro. Ne è quindi venuta fuori una recensione ibrida, come ibrido è il mio tè domenicale, perché c’ho messo due bustine di qualità diversa per creare un cocktail teifero. La temperatura non è più così opprimente, c'è un che di nuvoloso che tiene a bada la canicola, si tratta solo di scegliere il companatico: pastuzze di mandorluzza o classici wafer al cioccolato? Va be’, facciamo un misto. E' un po' tardi per il tè, ma io la Domenica c'ho gli orari trumpiani.

Prince Lasha Quintet – The Cry – Contemporary (1963 – R. 1962) – AAA Craft Recordings (2024)
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Recensione alla veloce per chi apprezza il fatto che io sappia esprimermi anche in pochissime parole: è un discorso lungo.

Intanto che ci penso voi comperate il cofanetto di Coleman.
Partiamo dal nome, Prince Lasha, il principe Lasha…un titolato! In realtà si chiamava William Lawsha da Fort Worth, Texas e guardando alla sua discografia, benché sia scomparso nel 2008, non pare troppo nutrita. The Cry! fu il suo primo lavoro discografico e l’inizio della storica collaborazione coll’alto-sassofonista Sonny Simmons il quale, siccome praticamente monopolizza il disco, necessita di una presentazione a parte.
Sonny Simmons dalla Louisiana, dopo promettente inizio di carriera nell’ambito di un Jazz d’avanguardia che spesso sfociava nel Free-Jazz, attraversò un lungo periodo di crisi personale; in seguito al divorzio dalla trombettista Barbara Donald visse per anni senza fissa dimora, esibendosi a San Francisco, per strada. Soltanto agli inizi degli anni ’90 riprese le redini della propria esistenza, ricominciando a suonare nei locali ed a incidere dischi.
Sono due gli elementi chiave di The Cry!, le composizioni di Prince Lasha e le improvvisazioni di Sonny Simmons, che praticamente dominano l’intera esibizione. The Cry! è disco più di Simmons che di Lasha.
Ascoltando The Cry! mi è subito venuto in mente un precedente, che però non ricordavo cosa fosse. Ma che nella mia testa vi fosse un forte richiamo a qualcosa d’altro era sicuro. Sulle prime avevo pensato ad Eric Dolphy, ma ero fuori strada. Chi poteva essere? Il mistero si è dipanato nel momento in cui ho letto che Sonny Simmons si ispirava a Ornette Colman; ma certo! Coleman! E’ ovvio, ecco dove lo avevo ascoltato!
Apprendere ciò e tirare fuori questo dalla libreria è stato un tutt’uno.
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Eh adesso dovevo fare la recensione comparativa poiché i due musicisti si assomigliano parecchio.
Prima però una parolina sul titolare. Per cominciare Lasha suona il flauto, lo suona in un modo caratteristico, da piffero indiano. Emissione sottile, essenziale ed orientale, marcatamente orientale.
Il disco contiene unicamente composizioni di Lasha, le quali per lo più si rifanno allo stile di Thelonious Monk, a volte in maniera proprio smaccata.
Le improvvisazioni di Simmons si dirigono verso il third-stream spinto, con una buona dose di modalità. Insomma molto moderne.
Quindi praticamente Ornette Coleman sotto mentite spoglie.
No. Per niente.
Ornette Coleman è sotto tutti i punti di vista un paio di gradini (almeno) più in alto. Lui e quelli che suonano con lui. E’ proprio un altro spettacolo. Cominciamo col dire che le composizioni di Coleman non si rifanno a Monk e sono decisamente più indovinate di quelle di Lasha. Inoltre Coleman ha una fantasia ed una capacità di scavare nei brani, in più direzioni, arricchendo l’arrangiamento, che Simmons proprio non possiede.
I due dischi di Ornette Coleman ristampati dalla Craft, Something Else!!!! e Tomorrow Is The Question! sono di un livello parecchio superiore a The Cry!, il quale ne costituisce la copia in buona misura diminuita.
Non che non mi sia piaciuto The Cry!, ma il confronto con i lavori contenuti nel cofanetto in fotografia mi obbliga a consigliarvi innanzitutto quest’ultimo.
In effetti se volete ascoltare The Cry! in versione compiuta e definitiva, dovete per forza regalarvi il cofanetto Craft dedicato ai primi due lavori di Ornette Coleman, nei quali il sassofonista non si dedica al Free-Jazz ma piuttosto ad un Jazz reinventato, sì d’avanguardia, ma nemmeno troppo.
Le composizioni di Coleman iniziano tutte con un motivetto orecchiabile, quasi televisivo, esposto spesso in duo col trombettista Don Cherry, dalla voce compatta ed argentina, sul quale poi il sassofonista costruisce architetture metafisiche; gli altri musicisti, per contrasto, intessono uno swing ed un be-bop assai più terreni.
Sonny Simmons ha una voce morbida ma non troppo, tra il morbido ed il metallico, Ornette Coleman ha una voce più espressiva ed imperiosa, da clarinetto sul registro alto e sax tenore su quello basso. E’ più sicuro di Simmons più…autorevole. Coleman è sempre fuori contesto rispetto a ciò che fanno gli altri musicisti del gruppo, però in qualche modo resta coerente per il pathos ed il lirismo che infonde al brano.
Lo so, la recensione riguarda The Cry!, ma io divago per poi riprendere il filo. Forse.
La registrazione di The Cry! fu affidata a Howard Holzer il quale fece un ottimo lavoro, sebbene inferiore complessivamente ai migliori Du Nann, inclusi i due Ornette Coleman del cofanetto, sebbene Tomorrow Is The Question! sia più trasparente e dinamico di Something Else!!!!.
Immagine perfetta, i bassi…considerate che ce ne sono due, uno suonato da Gary Peacock, sulla sinistra, e un altro da Mark Proctor, sulla destra.
Anche questa idea dei due contrabbassi funziona bene, davvero. Non c’è confusione, Peacock di solito è più solista mentre Proctor accompagna o risponde a seconda dei casi.
Sì ma insomma, la recensione è per The Cry! o per il cofanetto di Ornette Coleman?
E io che ne so? Sono confuso!
Facciamo così, separiamo i voti.
Prince Lasha - The Cry!:
Voto Artistico: 10 meno.
Voto Tecnico: 10
Ornette Coleman Box - Something Else!!!! (Contemporary Records 1958) e Tomorrow Is The Question! (1959 – Contemporary Records) – AAA Craft Recordings (2020)
Voto artistico: compratelo.
Voto tecnico: non ha importanza.

Alberto.

 

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