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Jazz!


analogico_09

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analogico_09

Molto interessante anche il documentario in RayPay, per chi fosse interessato.., e non vuole essere solo un'operazione nostalgia..,  a limite per ricordare in che modo si stava anche musicalmente meglio quando si stava peggio...

 

https://www.raiplay.it/programmi/cocktailbar-storiejazzdiromadinotediamori

 

 

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analogico_09
49 minuti fa, analogico_09 ha scritto:

Fu al Music Inn, nel Marzo del 1976, una vita fa, ma ricordo tutto vividamente. 

 

Ah.., mi sono ricordato che Mingus fece il suo concerto approfittando del. fatto che era a Roma per registrare la colonna sonora del film Todo Modo di Elio Petri col quale litigò e non se ne fece più niente... facile con Mingus :classic_laugh: ci pensò Ennio Morricone a tappare il buco... C'è una divertente intervista di Gianni minà realizzata in quel frangente che si tenne proprio al Music Inn in forma privata.., Mingus parla bene degi italiani... guaradte e ascoltate.., queste soino più che chicche, autentiche reliquie...

 

 

 

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analogico_09
5 ore fa, damiano ha scritto:

Prince Street ... Era il 1968 e il sassofonista, che aveva gettato le basi del free jazz, voleva un posto dove poter comporre, dormire, giocare a biliardo e ospitare i concerti degli amici.

 

 

Erano anni di grande, instancabile creatività, il jazz cercava nella sua stessa tradizione l'innovazione, incorporando elementi musicali di altre origini analoghe, saldature che creavano forma compiute organiche sotto l'egida del jazz  che anni dopo ritroveremo perso nelle (con)fusion nelle quali il jazz sin perderà senza trarne nuova linfa vitale per seguitare a vivere, a creare, impantanandosi nella maniera più routiniera e prevedibile.

Ottimo pezzo, Damiano, Science Fiction è uno dei miei album preferiti di Coleman.

 

 

 

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analogico_09

Bella segnalazione, abbiamo parlato tante volte di questo giovane vecchietto ancora in grado di interpretare un  jazz vigoroso fatto di tradizione, di modernità ed avanguardia il tutto fuso insieme anche secondo l'inestimabile "insegnamento" del demiurgo Sun Ra che capitanava le Arkestra che si pregiava dellìindispensabile contributo del grande Maresciallo Allen! 

 

L'anno scorso festeggiammo in queste pagine il sui 100 anni di vita e di musica.
 

 

Seguitammo a parlarne nella pagina successiva che segnalo https://melius.club/topic/1001-jazz/page/71/
in modo da riprendere eventualmente la chiacchierata da qualche info già pronta

 

Proprio ieri riascoltavo l'altosassofonista dal disco del pianista Paul Bley, "Barrage", ottimo jazz molto coeso e bene strutturato, direi, usando un termine inventato a braccio, un free jazz "rassicurante" per chi non strasenta per il free attraverso il quale Allen da' prova delle sue capacità di adattamento, di controllo sul piano del virtusoismo strumentale e delle profondità espressive, con ogni tipo di organico. Qui è parte del prestigioso quintetto capitanato da Bley, piano; Dewey Johnson, tromba; Eddie Gomez, bass; Milford Graves, perscussioni. Un album da non perdere.

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analogico_09
Il 08/04/2025 at 18:34, minollo63 ha scritto:

Il disco si intitola emblematicamente "New Dawn"

 

 

Vedo che nella registrazione c'è Neneh Cherry.., sto cercando dove aquistare il disco presente tuttavi in You Tube. Un filmato divertente con il "nostro" giovane" maresciallo molto scatante... 👍🏻🎷😃

 

 

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  • 4 settimane dopo...

Per la serie non si finisce mai di imparare... ho ascoltato un album, New Ideas, di un jazzista a me (quasi) sconosciuto che si chiamava Don Ellis. Avanguardia che ha fatto un po' la muffa, purtroppo sperimentalismo e passare del tempo troppo spesso non vanno d'accordo fra loro, ma un'intelligenza musicale davvero brillante. Ellis ha studiato etnomusicologia, si è avvicinato alla Third Stream, ha portato avanti esperimenti a dir poco eccentrici che mi hanno ricordato quelli – di molto successivi – messi in pratica da un altro mattacchione, John Zorn. È vero che, col passare del tempo, la sua ricerca ha perso parte della sua carica sovversiva, ma dovesse esserci qualcuno come me (curioso e ignorante in merito) consiglio caldamente un ascolto (e magari un commento, son curioso di sapere cosa ne pensate).

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Ornette Coleman - Body Meta - Artists House 1978

Body Meta di Ornette Coleman è una pietra miliare del jazz d'avanguardia (e di confine), un album che sfida ed espande i confini della “Harmolodic Theory” di Coleman già rivoluzionaria di suo. Registrato nel 1976 e pubblicato nel 1978 dalla sua etichetta Artists House, il disco segna il debutto ufficiale di Prime Time, il suo ensemble elettrico jazz-funk che avrebbe definito la sua ultima carriera. In Science Fiction del 1972 si vedono alcune fondamenta che fondevano i concetti Armolodici con una produzione densa, una strumentazione elettrica e un'intensità cruda, quasi ultraterrena. Body Meta si basa su queste fondamenta ma si spinge ancora di più nel territorio del groove, segnando un chiaro allontanamento dalla sperimentazione in studio di Science Fiction verso un suono più immediato e cinetico.

Fin dai primi istanti di “Voice Poetry”, è chiaro che Body Meta è diverso da qualsiasi cosa Coleman abbia fatto prima. Sono spariti gli esperimenti acustici e spogli del free jazz degli anni '60; qui abbiamo una sezione ritmica densa e intrecciata con due chitarre elettriche: Bern Nix e Charles Ellerbee, supportate dal basso di Jamaaladeen Tacuma e dalla batteria di Ronald Shannon Jackson. L’armamentario armonico crea un groove pulsante, quasi ipnotico, che sembra contemporaneamente strutturato e caotico, i.e. la firma dell'approccio armonico di Coleman.

Brani come “Home Grown” e “Fou Amour” mostrano la capacità della band di tessere intricate trame poliritmiche, consentendo al sax alto di Coleman di librarsi con una libertà espressiva e cruda. Il suo modo di suonare è penetrante e carico di emozioni come sempre, ma ora è giustapposto a uno sfondo elettrico che deve tanto al funk e al rock quanto al jazz. Le influenze di James Brown, Jimi Hendrix e persino di Fela Kuti si avvertono nell'intensità ritmica, ma le composizioni di Coleman mantengono la loro unica imprevedibilità melodica.

Sebbene Body Meta sia stato inizialmente trascurato a favore di dischi di jazz-fusion più accessibili dell'epoca, da allora è stato riconosciuto come un ponte cruciale tra il free jazz, il funk e la musica sperimentale della fine del XX secolo. Ha aperto la strada a successivi capolavori di Coleman come Dancing in Your Head e ha consolidato la sua posizione di artista che si spinge sempre oltre i limiti dell'espressione musicale.

 

Se siete amanti del jazz avventuroso e ad alta energia che sfuma i confini di genere, Body Meta è un ascolto essenziale. Non è solo un album, è un manifesto di liberazione ritmica e melodica.

Ciao

D.

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Complice un meteo poco propizio, questa domenica ho sfruttato lo stereo al massimo. Così ho riascoltato un album meraviglioso, perfetto da consigliare all’amico che ti chiede un titolo jazz facile facile ma che non sia poi così famoso da tracimare nel già sentito (insomma, non il solito Kind of Blue…). C’è questo disco a nome Curtis Fuller, BUES-ette, che in realtà è il prodotto di un collettivo che sembra conoscere alla perfezione l’arte del fare buona musica. Hard bop rilassato, un jazz accattivante che si finge modesto, che scivola via con disarmante naturalezza, il tono sempre sobrio e elegante. Nel 1994 la stessa Savoy pubblicherà \textit{Blues-ette Part II}, registrato nel gennaio 1993 con lo stesso quintetto del 1959 – unica eccezione: Ray Drummond al posto di Jimmy Garrison, scomparso nel 1976.

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analogico_09
4 ore fa, damiano ha scritto:

Body Meta di Ornette Coleman è una pietra miliare del jazz d'avanguardia (e di confine)

 

 

Caro Damiano, ciò che nasce saldamente "dentro", non potrà mai essere di "confine" [mi piacerebbe dover leggere questa parola nell'altro topic nato per essere dedicato ai confini del jazz, già di per s' un titolo forzatura, mentre mi pare si sia trasformato in un contenitore delle tuttologie più spatute] semmai , al contrario, una forma di espansione del territorio che ne rafforza la straordinaria identitarietà musicale di genuina natura jazzistica, del jazz che fin dalle prime note di Coleman, fu e restò jazz, musica afroamericana, estica, sociale, culturale, politica, razziale. Le tue interesanti e analisi formali del disco condiviso a mio modesto avviso confermano l'inalienabile appartenenza alla centralità del jazz da cui le stesse deric vano, il quale nel corso degli anni, prima e in concomitanza con l'apporto colemaniano, si "impossessa" di  vari corpi formali per esprimere una sostanza contenutistica dell'anima, organica e insopprimibile, altro non sono che le voci sempre vive degli "Holy Ghost" dal quale il jazz discende.

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