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Guccini ha ragione


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@ediate @UpTo11 Concordo con voi solo in parte riguardo ad una prima fase artistica di De André. Sicuramente era più scarno però il gusto c'era già altrimenti non metti una melodia di Telemann in una tua canzone e poi non dimentichiamo che De André era un cantante di altissimo livello, con una voce assolutamente peculiare.

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@Gabrilupo ma De Andrè è un altro livello in tutto...non sono neanche paragonabili per quel che mi riguarda. Anche se siamo tutti O.T., perchè il thread è stato aperto sulle dichiarazioni di Guccini, e per questo sono intervenuto, in una discussione specifica riguardante Guccini presumo proprio che non sarei neanche entrato per guardarla. 🙂

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:classic_biggrin:Mai potuto sopportare Guccini! 

 

Ma definirlo con certi epiteti e' una cosa che non si puo' sentire.

E' stato (adesso non ho la minima idea di cosa faccia) un Musicista con la M maiuscola,

ha rappresentato un fenomeno culturale, nei '70, da cui non si puo' prescindere,

ha dato voce e ha rappresentato un "sentire" e delle istanze che contribuirono a definire un'epoca.

-

Personalmente non lo potevo sentire...😁se lo trasmettevano cambiavo stazione,

ma la realta' e' quella, e IMHO non c'e' dubbio.

 

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spersanti276

 

 

Incontro

E correndo mi incontrò lungo le scale
quasi nulla mi sembrò cambiato in lei
la tristezza poi ci avvolse come miele
per il tempo scivolato su noi due.
Il sole che calava già
rosseggiava la città
già nostra ed ora straniera
incredibile e fredda;
come un istante "deja vu"
ombra della gioventù
ci circondava la nebbia.

Auto ferme ci guardavano in silenzio
vecchi muri proponevan nuovi eroi
dieci anni da narrare l'uno all'altro
ma le frasi rimanevan dentro in noi
"cosa fai ora, ti ricordi,
eran belli i nostri tempi,
ti ho scritto è un anno,
mi han detto che eri ancor via".
E poi la cena a casa sua,
la mia nuova cortesia,
stoviglie color nostalgia.

E le frasi quasi fossimo due vecchi
rincorrevan solo il tempo dentro in noi
per la prima volta vidi quegli specchi
capii i quadri, i soprammobili ed i suoi.
I nostri miti morti ormai,
la scoperta di Hemingway
il sentirsi nuovi
le cose sognate e poi viste
la mia America e la sua
diventate nella via
la nostra città tanto triste.

Carte e vento volan via nella stazione
freddo e luci accese forse per noi lì
ed infine in breve la sua situazione
uguale quasi a tanti nostri film:
come in un libro scritto male
lui si era ucciso per Natale
ma il triste racconto sembrava
assorbito dal buoi
povera amica che narravi
dieci anni in poche frasi
e io i miei in un solo saluto.

E pensavo dondolato dal vagone
"Cara amica il tempo prende il tempo dà
noi corriamo sempre in una direzione
ma qual sia e che senso abbia chi lo sa
restano i sogni senza tempo
le impressioni di un momento
le luci nel buio
di case intraviste da un treno
siamo qualcosa che non resta
frasi vuote nella testa
e il cuore di simboli pieno."

Incontro, note e significato

--------------------

Guccini racconta l'episodio alla base di "Incontro"

"Incontro parla di un'amica mia che, bontà sua, era innamorata di me. Era anche molto carina, ma aveva poche tette e io ero molto sensibile all'argomento. Oggi guardo altre cose, anche perché sono cambiati i tempi. In quegli anni avere la ragazza senza tette era un handicap mica da ridere. Con questa ragazza rimanemmo comunque amici. Diventò professoressa di ginnastica e si sposò con un americano che viveva a Bologna. Per un po' vissero in America, poi si trasferirono a Berlino e fu lì che si innamorò di un altro, un tipo piuttosto instabile, purtroppo. Così, quando a Natale lei raggiunse suo figlio in America, lui fece l'albero e si impiccò. Al suo ritorno in Italia la mia amica venne subito a cercarmi per raccontarmi cos'era successo. Andai a trovarla, e dopo quel pomeriggio trascorso insieme scrissi Incontro, forse il mio primo tentativo di scrivere per immagini veloci, molto cinematografiche. [...] Non è vero che ci siamo incontrati con lei che mi correva lungo le scale. Però tutto sommato era carino, sembrava la sequenza di un film di Lelouch al rallentatore..."

A livello letterario la canzone trae ispirazione da diversi autori:

"La tristezza poi ci avvolse come miele" è ispirato a "Suzanne" di Leonard Cohen ("The sun pours down like honey");

"Le stoviglie color nostalgia" è una doppia citazione di Gozzano. Nella poesia "La più Bella", da cui Guccini ha tratto "L'isola non Trovata", il poeta definisce l'azzurro il colore della lontananza e quindi della nostalgia. Nella poesia "La Signorina Felicita ovvero la Felicità", invece, l'azzurro diventa il colore delle stoviglie ("E gli occhi fermi, l'iridi sincere / azzurre di un azzurro di stoviglia");

"Noi corriamo sempre in una direzione / ma qual sia e che senso abbia chi lo sa" è tratta da una frase di Edmund Husserl ("Il tutto infinito scorre infinitamente in una direzione, quale sia noi non lo potremo sapere").

 

 

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spersanti276

 

 

Francesco Guccini, Eskimo: testo e significato del brano

 

Posted by Roberto Dessi

Quante volte sarà capitato, a Settembre, di pensare alla pesantezza della domenica e ai tempi andati? Magari canticchiando e arpeggiando con la chitarra questa canzone che, come un contenitore resistente all’erosione del tempo, racchiude al suo interno la storia, l’ideologia e la passione di un’intera generazione, traslata poi, con l’ascolto, a tutte le successive: questa è la forza indelebile di Eskimo, pilastro della discografia di Francesco Guccini nato nel 1978 dall’album Amerigo, capace di ritagliarsi un posto in prima fila tra le affezioni dei seguaci del cantautore modenese.

Ma che cos’è l’eskimo? Tecnicamente solo un cappotto il quale, durante gli anni ’60, costava davvero poco (Portavo allora un eskimo innocente / Dettato solo dalla povertà) che, come disse lo stesso Guccini “Non lo presi come divisa, ma come un cappotto che costava poco. Non era politicizzato, non aveva significati ideologici” (Non era la rivolta permanente). Nella realtà del cantautore, però, l’eskimo è la costante che unisce i punti di una storia, quella con la sua prima moglie, Roberta Baccilieri, alla quale aveva già dedicato anni prima Vedi cara (1970), raccontata attraverso i moti rivoluzionari del ’68 (scoppiava finalmente la rivolta), dagli occhi di chi quei movimenti li ricorda con un po’ di fierezza e un po’ di nostalgia.

Il racconto parte distante, ben prima di quegli anni (l’estate finiva più “nature” / vent’anni fa o giù di lì), mostrando fin da subito una certa malinconia per quel modo ingenuo e libero di viver la spensieratezza tipica dei giovani, i quali però non sono esenti dai propri naturali limiti di esperienza (a vent’anni si è stupidi davvero / quante balle si ha in testa a quell’età), eppure ricchi di una forza e una vitalità che, con l’arrivo dell’età adulta, sembrano amaramente affievolirsi (la paghi tutta, e a prezzi d’ inflazione / quella che chiaman la maturità), senza poter dimenticare la goliardia (quell’erba ci cresceva tutt’attorno / per noi crescevan solo i nostri guai) e le prime scoperte capaci di rivoluzionare il proprio piccolo mondo (contro il sistema anch’io mi ribellavo cioè / sognando Dylan e i provos).

Ma Eskimo è soprattutto una canzone d’amore: la relazione con Roberta e la loro distanza sociale, essendo lei una benestante da paletò, un cappotto alla moda (e mi pesava quel tuo paletò), e lui con quel suo eskimo sempre addosso, simbolo di una classe non abbiente, ma ricco di quella forza intellettuale che si sarebbe poi trasformata nella sua opera di cantautorato (Ma avevo la rivolta fra le dita / dei soldi in tasca niente e tu lo sai). Una differenza tra i due amanti così grande, e non solo a livello sociale (Portavo una coscienza immacolata / che tu tendevi a uccidere però), che lo stesso Guccini si domanda il perché della sua esistenza (Perché mi amavi non l’ho mai capito / così diverso da quei tuoi cliché /perché fra i tanti, bella, che hai colpito / ti sei gettata addosso proprio a me). Senza portar dubbio alcuno sulla sua naturale fine (si ride per non piangere perché / se penso a quella che eri, a quel che ero / che compassione che ho per me e per te), segnata da una passione oramai morente (vederti o non vederti tutta nuda / era un fatto di clima e non di voglia), in un ricordo intriso di un’antica nostalgia che, nonostante le grandi diversità di intenti tra i due (tu giri adesso con le tette al vento / io ci giravo già vent’anni fa), vive di un’immagine sincera, proprio come il ricordo di una giovinezza sì immatura e sbandata, ma pur sempre storia da conservare con la dovuta cura (Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là / sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità).

Forse proprio per questo Guccini scrive Eskimo: per omaggiare e non scordare quell’istante di vita chiamato gioventù, con tutti i propri attimi di irrazionalità, attraverso una dedica (ed io ti canterò questa canzone / uguale a tante che già ti cantai) ed un saluto al sapore di un addio già annunciato (ignorala come hai ignorato le altre / e poi saran le ultime oramai). Un po’ come in un lungo cammino verso un’immagine collettiva di esperienze, una vecchia polaroid la quale riesuma un passato non troppo lontano, fatto di sentimenti, sesso, ideali, illusioni e cose andate, ritrovata nel cassetto in una domenica di Settembre, la quale terminerà (E questa domenica in Settembre / se ne sta lentamente per finire / come le tante via, distrattamente / a cercare di fare o di capire) con la scrittura di questo testo. Una canzone portatrice di un bagno di emozioni in cui tutti, anche chi non ha vissuto gli anni descritti, si possono immergere, tra un arpeggio, una voce che, come sempre, fa quel che può, ed uno sguardo indietro, mirato, più che verso un reclamo politico, su quello che la musica può rappresentare.

Come afferma lo stesso Guccini:

“Le canzoni, che pure si possono fare con grande serietà, sono il fatto di un momento, qualcosa di semplice, etereo e volatile, senza tante trascendenze e velleità.
Insomma, a canzoni non si fan rivoluzioni, servono cose un po’ più robuste; però possono essere delle ottime compagne di strada, ecco, questo sì”.

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Questa domenica in Settembre non sarebbe pesata così,
l’ estate finiva più “nature” vent’anni fa o giù di lì…
Con l’ incoscienza dentro al basso ventre e alcuni audaci, in tasca “l’Unità”,
la paghi tutta, e a prezzi d’ inflazione, quella che chiaman la maturità…

Ma tu non sei cambiata di molto anche se adesso è al vento quello che
io per vederlo ci ho impiegato tanto filosofando pure sui perché,
ma tu non sei cambiata di tanto e se cos’è un orgasmo ora lo sai
potrai capire i miei vent’anni allora, i quasi cento adesso capirai…

Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà,
non era la rivolta permanente: diciamo che non c’ era e tanto fa.
Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però
inutilmente ti ci sei provata con foto di famiglia o paletò…

E quanto son cambiato da allora e l’eskimo che conoscevi tu
lo porta addosso mio fratello ancora e tu lo porteresti e non puoi più,
bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà:
tu giri adesso con le tette al vento, io ci giravo già vent’anni fa!

Ricordi fui con te a Santa Lucia, al portico dei Servi per Natale,
credevo che Bologna fosse mia: ballammo insieme all’anno o a Carnevale.
Lasciammo allora tutti e due un qualcuno che non ne fece un dramma o non lo so,
ma con i miei maglioni ero a disagio e mi pesava quel tuo paletò…

Ma avevo la rivolta fra le dita, dei soldi in tasca niente e tu lo sai
e mi pagavi il cinema stupita e non ti era toccato farlo mai!
Perché mi amavi non l’ ho mai capito così diverso da quei tuoi cliché,
perché fra i tanti, bella, che hai colpito ti sei gettata addosso proprio a me…

Infatti i fiori della prima volta non c’ erano già più nel sessantotto,
scoppiava finalmente la rivolta oppure in qualche modo mi ero rotto,
tu li aspettavi ancora, ma io già urlavo che Dio era morto, a monte, ma però
contro il sistema anch’io mi ribellavo cioè, sognando Dylan e i provos…

E Gianni, ritornato da Londra, a lungo ci parlò dell’ LSD,
tenne una quasi conferenza colta sul suo viaggio di nozze stile freak
e noi non l’ avevamo mai fatto e noi che non l’ avremmo fatto mai,
quell’erba ci cresceva tutt’ attorno, per noi crescevan solo i nostri guai…

Forse ci consolava far l’ amore, ma precari in quel senso si era già
un buco da un amico, un letto a ore su cui passava tutta la città.
L’amore fatto alla “boia d’ un Giuda” e al freddo in quella stanza di altri e spoglia:
vederti o non vederti tutta nuda era un fatto di clima e non di voglia!

E adesso che potremmo anche farlo e adesso che problemi non ne ho,
che nostalgia per quelli contro un muro o dentro a un cine o là dove si può…
E adesso che sappiam quasi tutto e adesso che problemi non ne hai,
per nostalgia, lo rifaremmo in piedi scordando la moquette stile e l’Hi-Fi…

Diciamolo per dire, ma davvero si ride per non piangere perché
se penso a quella che eri, a quel che ero, che compassione che ho per me e per te.
Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là,
sarà per aver quindici anni in meno o avere tutto per possibilità…

Perché a vent’anni è tutto ancora intero, perché a vent’anni è tutto chi lo sa,
a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età,
oppure allora si era solo noi non c’ entra o meno quella gioventù:
di discussioni, caroselli, eroi quel ch’è rimasto dimmelo un po’ tu…

E questa domenica in Settembre se ne sta lentamente per finire
come le tante via, distrattamente, a cercare di fare o di capire.
Forse lo stan pensando anche gli amici, gli andati, i rassegnati, i soddisfatti,
giocando a dire che si era più felici, pensando a chi s’ è perso o no a quei party…

Ed io che ho sempre un eskimo addosso uguale a quello che ricorderai,
io, come sempre, faccio quel che posso, domani poi ci penserò se mai
ed io ti canterò questa canzone uguale a tante che già ti cantai:
ignorala come hai ignorato le altre e poi saran le ultime oramai…

 

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analogico_09
5 ore fa, dariob ha scritto:

Datemi pure del gretto e meschino ma sono convinto che anche l'arte abbia bisogno di incentivi e che questi

contino enormemente nella sua produzione.

Sognare di diventare rockstar spingeva milioni di ragazzini a provarci, e alcuni riuscivano, fra cui i nostri

beniamini: Beatles,Pink floyd, Springsteen o chi volete voi.

Sostenuti dai discografici e dal dio denaro.

D'altra parte non bisogna dimenticare l'importanza dei mecenati e dei committenti dal rinascimento fino

a Mozart.

 

Certo, l'ho scritto sopra che l'arte  non vive di sola aria e che ha bisogno del "commercio", di "fondi" ed incentivi ANCHE monetari".., ma senza uscire di senno con la speranza, l'ambiziome, anzi l'illusione di poter diventare rockstar vita principesca, ragazze a frotte, jet privati ecc. Non si incentiva così il talento di chi ne sia dotato.., e noi ragazzi che ai tempi mettevamo su gruppetti musicali bit o rock lo facevamo per il piacere della musica, anche per quel poco di naturale e ingenua vanità.., per popter imitare i nostri beniamini, Beatles, R.S, Animals, ecc, ecc... senza fare sogni pindarici...
E' grazie essenzialmente alla passione per la musica, unita anche alla legittima aspettativa di poter  anche "lavorare" con la stessa, hai visto mai.., che vi era una fioritura di complessini musicali d'ogni tipo e qualità che spuntavano come funghi.., musica fatta più o meno bene o male.., non era importante, era importante iniziare, prendere confidenza con la musica fatta per "diletto" in proprio.., un modo per capire meglio in modo più pratico e diretto la musica stessa, anche se la si suonava male...

Questo è il modo di incentivare e promuovere i talenti in fiore, in divenire...
Molti gruppi in divenire andavano forte, senza raggiungere la celebrità e il "nababbato" delle grandi star del rock, lasciando tuttavia scie di ottima musica che rimane ancora viva nei ricordi di "noi" che c'eravamo ed ascoltavamo, che andava sedimentandosi nei gruppi ne raccoglievano l'eredità diretta espandendola, lanciandola verso qual futuro che, arrivati ada oggi, fanno diversi lustri.., ci appare molto più spento. Spenrasi la passione per la musica e forse anche per il denaro.., perchè la disillusione è davvero cocente..

 


Quella del mecenatismo nella classica è una stroria analoga ma anche molto diversa...

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:classic_biggrin::classic_biggrin: 

Un iscritto al Forum mi ha chiesto in privato che numero di scarpe porto.

Ragazzi, non posso, sono una persona pubblica.

Davvero non posso...

In particolare non posso rivelare:

- quanto ce l'ho lungo (sarei riconoscibile...ragazzi...non posso...davvero).

- quanti chilometri ha la mia Fiat Tipo (non posso, mi beccano subito tramite la lobby dei carrozzieri...davvero).

- quante dita ho sul piede sinistro (va be', allora volete proprio farmi scoprire!).

- se sono vaccinato contro la pertosse (sarebbe come fornire le mie impronte digitali, e dai, fate le persone serie!).

- se preferisco i tortellini Rana o Fini (e allora pubblichiamo direttamente la carta d'identità su YouPorn, abbiate pazienza!).

Alberto.

  • Haha 2
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da capra ho un solo disco di Francesco. "tra la via emilia e il west". che poi e' un pregevole "greatest" dal vivo. indubbiamente un poeta che dipinge con le parole, mi viene subito in mente la canzone "il pensionato" che ogni volta mi fa venire i brividi.

mi trovo spesso a citare le frasi della Genesi che e' puro genio. irriverente.

  • Melius 2
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1 ora fa, analogico_09 ha scritto:

andavano forte, senza raggiungere la celebrità e il "nababbato" delle grandi star del rock, lasciando tuttavia scie di ottima musica che rimane ancora viva nei ricordi di "noi" che c'eravamo ed ascoltavamo

Certo, anzi, quella che si ascoltava era per gran parte "di nicchia", cioe' musicisti poco noti, che tuttavia ne

traevano di che vivere.

Ma la musica di qualita' era molto piu' importante di adesso con riferimenti e agganci nel sociale, e con un impatto

mediamente di vari ordini di grandezza superiore, sulla vita dei giovani.

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analogico_09
44 minuti fa, dariob ha scritto:

Ma la musica di qualita' era molto piu' importante di adesso con riferimenti e agganci nel sociale, e con un impatto

mediamente di vari ordini di grandezza superiore, sulla vita dei giovani.

 

 

Assolutamente vero. La musica era più sociale, non per le ostentazioni propagandistiche ideologico-dogmatiche, ma per i contenuti musicali e testuali più autentici e creativi.

 

La "Locomotiva" di Guccini, sotto la scorza anarco-politica, è una ballata profondamente "romantica", umanistica...

Non c'erano riunioni tra amici di quei tempi in cui non si intonessero, insieme a quelli di Tenco, De Andrè,  ecc, accompagnando con le chitarre, i versi di quella ballata epocale, una delle più memorabili della canzone italiana d'autore dei tempi quelli e oltre gli stessi ...

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