neroacustico Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio è arrivato l'arrotino 1 Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1677972 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
indifd Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio 14 minuti fa, senek65 ha scritto: la vedi prosperare Condivido questa tua parte di analisi, è parziale e la più facile da identificare. Mi è rimasto l'imprinting di altri ambienti di lavoro, quando ero addetto alle pulizie senior avevo compreso e cercavo di fronte a un qualsiasi problema di fare quanto segue: a) esiste un problema da risolvere o per lo meno da ridurre ai minimi termini come effetti negativi b) prima di decidere come intervenire e di pensare di avere la soluzione migliore in tasca, si devono ricercare le cause, ma non solo quelle più vicine ovvero primarie, ma si deve procedere fino alle cause originali (esistono sistemi e metodologie consolidate da tempo nel problem solving) c) poi si analizzano i costi di ogni azione possibile d) poi si decidono le azioni per azzerare/ridurre/contenere il problema rispetto ai costi necessari per attuare le azioni richieste e) poi si attuano le azioni migliorative f) fondamentale alla fine misurare l'efficacia degli interventi ovvero quanto è stato ridotto il problema in termini oggettivi misurabili e con quale efficienza ovvero con quanti/quali costi ancora una volta misurabili, perché una qualsiasi azione non è buona in quanto tale , ma solo per i risultati che ottiene in relazione ai costi necessari per attuarla Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1677974 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
maurodg65 Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio 23 minuti fa, briandinazareth ha scritto: Non c'è niente di nuovo nella violenza giovanile, tranne per il fatto che è meno di un tempo. C’è uno studio che afferma il contrario 😁: https://www.cnr.it/it/nota-stampa/n-13170/violenza-giovanile-in-aumento-secondo-il-rapporto-espad-italia-2023 Violenza giovanile in aumento secondo il rapporto ESPAD®ITALIA 2023 09/12/2024 Un nuovo approfondimento sui dati contenuti nel Rapporto ESPAD®Italia 2023 condotto dall'Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Cnr-Ifc) evidenzia una ripresa della violenza giovanile nel nostro Paese. Il report analizza ogni anno i fenomeni di maggiore impatto sociale tra i giovani di età compresa fra i 15 e i 19 anni, monitorando in particolare dipendenze e comportamenti a rischio tra studenti e studentesse delle scuole superiori di secondo grado. Diffusione della violenza tra i giovani Secondo lo studio, quasi il 40% degli studenti delle scuole superiori, di età compresa tra i 15 e i 19 anni, ha partecipato a zuffe o risse nel corso del 2023, pari a circa 990.000 ragazzi. Questo dato rappresenta un aumento di sette punti percentuali rispetto al 2019 (33%). La prevalenza è significativamente maggiore tra i ragazzi (46%) rispetto alle ragazze (34%). Inoltre, il 12% ha preso parte ad episodi di violenza di gruppo, spesso rivolti verso sconosciuti o conoscenti, con il 41% dei casi che ha coinvolto sconosciuti e il 33% conoscenti. Violenza tra le ragazze Sebbene la violenza sia sempre stata più diffusa tra i maschi, negli ultimi cinque anni si è osservata una riduzione delle differenze di genere, soprattutto in comportamenti come il danneggiamento di oggetti, che tra le ragazze è aumentato dal 2,3% nel 2018 al 3,9% nel 2023, e negli atti di violenza fisica gravi, passati dall'1,9% al 4%. Oltre all'incremento delle prevalenze femminili, emergono differenze nella tipologia di violenza perpetrata: nel contesto online, ad esempio, le ragazze tendono a preferire forme di violenza indiretta, come l'esclusione di qualcuno da un gruppo, mentre i ragazzi sono più inclini a inviare minacce o insulti. Questi dati evidenziano la necessità di porre maggiore attenzione alle caratteristiche di genere nella violenza, non solo per il crescente coinvolgimento delle ragazze, ma anche per le specifiche forme che la violenza può assumere nel genere femminile. Comportamenti estremi in aumento In aumento anche i comportamenti più estremi: il 6,2% degli adolescenti ha danneggiato beni pubblici o privati, mentre il 5,8% ha causato gravi ferite a qualcuno, tanto da richiedere cure mediche. Questi dati sono in crescita rispetto al 2018, quando la percentuale di chi aveva danneggiato beni pubblici era del 5,2%, e di chi aveva fatto seriamente male a qualcuno era del 4,0%. Nel corso degli anni, il trend di questi comportamenti ha mostrato fluttuazioni, ma si osserva un incremento generale a partire dal 2021. “Assistiamo a un incremento degli episodi di violenza tra i giovani, un fenomeno che rispecchia le tensioni e le difficoltà sociali post-pandemia”, spiega Sabrina Molinaro, dirigente di ricerca Cnr-Ifc e responsabile dello studio ESPAD®Italia. “Il dato più allarmante riguarda l'uso di armi e la violenza verso figure di autorità, con il 4,2% degli studenti che dichiara di aver colpito un insegnante e il 3,7% di aver usato un'arma per ottenere qualcosa. Questi comportamenti mostrano un'impennata a partire dal 2021, suggerendo un disagio crescente tra i giovanissimi”. Violenza e tecnologia ESPAD®Italia sottolinea anche come la violenza non si manifesti solo fisicamente, ma sia spesso veicolata anche dall'uso dei dispositivi digitali. Il 10% degli studenti ha assistito a scene di violenza filmate con un cellulare, mentre il 3,6% ha ripreso in prima persona questi episodi. Nel contesto della violenza online, il 30% degli studenti ha ammesso di aver compiuto atti di cyberbullismo, con una prevalenza maggiore tra i ragazzi. Le forme più comuni di cyberbullismo includono l'invio di insulti in chat di gruppo, l'esclusione o il blocco di persone da gruppi online e l'invio di messaggi offensivi. Fattori di rischio associati È importante inoltre notare come i comportamenti violenti siano spesso associati ad altri fattori di rischio, come il consumo di sostanze psicoattive e l'uso problematico di Internet. Gli adolescenti coinvolti in atti di violenza riportano una maggiore tendenza all'abuso di alcol e droghe, con percentuali doppie rispetto a chi non ha messo in atto comportamenti violenti. Inoltre, tra chi ha messo in atto almeno un comportamento violento, l'8% afferma di aver danneggiato beni pubblici o privati dopo aver bevuto troppo, mentre il 4,1% lo ha fatto dopo aver utilizzato droghe. Questi giovani mostrano anche una relazione più conflittuale con i propri genitori e una minore soddisfazione nei rapporti con amici e familiari, segnalando una condizione di malessere generalizzato. In particolare, i ragazzi coinvolti in comportamenti violenti riferiscono di essere meno soddisfatti del rapporto con i propri familiari, di avere scarso controllo parentale e basso sostegno emotivo. “I comportamenti violenti tra i giovani tendono a creare un circolo vizioso, in cui si intrecciano disagio personale, problemi relazionali e abuso di sostanze. Per questo è fondamentale promuovere campagne di sensibilizzazione e interventi mirati non solo per i ragazzi, ma anche per gli adulti di riferimento”, conclude Molinaro. Conclusioni Questi dati ribadiscono l'importanza di monitorare costantemente il fenomeno della violenza giovanile e di intervenire sui fattori che ne alimentano la diffusione, al fine di prevenire le conseguenze negative per la salute e il benessere dei giovani. Il volume “Navigare il Futuro: dipendenze, comportamenti e stili di vita tra gli studenti italiani” Questi e altri dati emersi dal Rapporto ESPAD®Italia 2023 sono raccolti nel volume appena pubblicato dal condotto dall'Istituto di fisiologia clinica del Cnr “Navigare il Futuro: dipendenze, comportamenti e stili di vita tra gli studenti italiani” disponibile sul sito web http://www.epid.ifc.cnr.it/. Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1677975 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
Xabaras Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio 1 ora fa, LeoCleo ha scritto: Tre anni chiusi in casa, l’essere umano trasformato e idealizzato come un appestato che se lo tocchi muori, la nonna abbracciata attraverso un telo di plastica… ecco per me tutto questo è stato terreno fertile per far attecchire e prosperare ogni minimo disagio già presente. PS: dimenticavo, le etnie non hanno particolari incidenze. Ti prego no, questa è una immane sciocchezza. Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1677981 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
Questo è un messaggio popolare. Savgal Inviato 17 Gennaio Questo è un messaggio popolare. Condividi Inviato 17 Gennaio Il collega Gaetano non condividerà, ma questa è l'esperienza di chi dirige e insegna negli istituti professionali in Italia meridionale (se avrete la pazienza di leggere il "pippone") .... IL GIRONE INFERNALE DEL BIENNIO DEGLI ISTITUTI PROFESSIONALI La mia scuola ha avuto l’opportunità di ospitare Agostino Burberi, che è stato uno dei primi allievi di don Lorenzo Milani nella scuola della Barbiana nella prima metà degli anni ’50. Era la possibilità di portare una testimonianza vissuta della scuola della Barbiana e dell’idea di scuola di don Milani, poi espressa nella “Lettera ad una professoressa”. L’incontro era destinato agli studenti delle mie quinte e di altri studenti della due scuole superiori della città di Corato. Ho osservato gli studenti mentre Agostino Burberi parlava e nel dibattito che è seguito, constatando con amarezza che i più disinteressati erano gli studenti dell’istituto professionale, nonostante la testimonianza di Agostino Burberi era molto vicina al loro vissuto. Gli studenti del professionale provengono per la gran parte da famiglie di una condizione sociale, culturale ed economica che corrisponderebbe oggi alle famiglie degli allievi della scuola della Barbiana. Il primo impulso al disinteresse mostrato dai ragazzi del professionale sarebbe di condanna. Chi ha insegnato o insegna nel primo biennio degli istituti professionali vive la tragica e quotidiana esperienza di operare in un ambiente che può essere definito un girone infernale. Molti degli studenti provengono da famiglie in condizioni economiche molto modeste o disagiate e culturalmente povere. Ma anche gli allievi di don Milani provenivano da famiglie di condizioni economiche e culturali simili, anzi, per molti aspetti peggiori, eppure Agostino Burberi ed i suoi compagni credevano nella scuola e nell’istruzione. Nella “Lettera ad una professoressa” don Milani intendeva far emergere il pregiudizio classista in ragione del quale un figlio del proletariato incontrava grandi difficoltà ad accedere alla scuola media. I ragazzi degli istituti professionali hanno invece la possibilità di conseguire un diploma di scuola superiore, eppure sono tanti gli studenti del primo biennio del tutto disinteressati a quello che gli allievi di don Milani consideravano un grande obiettivo. Condannarli attribuendo interamente loro la responsabilità di questo disinteresse sarebbe troppo facile. Scriveva Spinoza nel Trattato teologico-politico “… humanas actiones non ridere, non lugere, neque detestari, sed intelligere: …”. Ma non è affatto facile comprendere per quali ragioni un ragazzo o una ragazza che proviene da famiglie in condizioni di disagio economico e culturale rifiuti la possibilità offerta di poter migliorare la sua prospettiva di vita con lo studio. Cercherò di seguito di formulare alcune ipotesi per comprendere tali comportamenti. Un’ipotesi è che il rifiuto dell’istruzione e della scuola ed i comportamenti che questi ragazzi mostrano a scuola sia una nuova forma di disadattamento, se non di devianza, da benessere, conseguenza dei (dis)valori di consumismo e di possesso dei beni materiali, disvalori ancor più distruttivi in contesti di relativa deprivazione materiale e culturale. Un insegnante ai loro occhi non appare un modello, bensì uno che ha passato anni a studiare per una retribuzione di poco superiore ad un operaio e che quindi non può permettersi quei beni materiali che secondo i disvalori di cui sopra sono divenuti il senso e l’obiettivo dell’esistenza. Gli allievi di don Milani volevano un’esistenza dignitosa, erano in conflitto con la società del tempo ed avevano ereditato il senso di appartenenza ad una comunità, per cui le soluzioni ai problemi erano pensate in termini collettivi (politiche, non individuali). Invece i nostri studenti dei professionali hanno purtroppo recepito e fatti propri i disvalori del consumo, del possesso dei beni materiali, dell’individualismo. Paradossalmente sono ben integrati nel tempo in cui vivono, ma il vedersi poi negati i beni materiali esibiti da chi li possiede genera in loro un sentimento di rancore che si può cogliere nei comportamenti e nelle violenze che avvengono nell’ambito scolastico. Tuttavia condannare i fenomeni di violenza e le trasgressioni alle norme non coglie un altro aspetto, ossia che con quei comportamenti gli studenti cercano di affermare una loro identità, sebbene negativa. Lo studente del professionale condivide certi (dis)valori, ma percepisce che la possibilità di accedere a ruoli sociali ad elevato reddito non gli sono accessibili in modo legittimo. Ha già sperimentato insuccessi ed umiliazioni ed ha purtroppo compreso che per emergere deve competere seguendo regole e valori che non sono della sua classe sociale di appartenenza. Ha vissuto e continua a vivere una condizione di svantaggio rispetto al suo coetaneo che ha ricevuto una socializzazione e beneficiato di un capitale familiare rispondente alle richieste della scuola. Vive sentimenti di frustrazione cui reagisce con comportamenti devianti, in reazione contro un sistema di norme e valori (e disvalori), che tuttavia ha interiorizzato. La difficoltà che incontriamo nel trovare criteri con cui comprendere i vantaggi derivanti da certi comportamenti, l’aggressività e la sproporzione di questi possono diventare in parte comprensibili riconducendoli alla funzione psicologica di difesa che svolgono. I comportamenti censurabili e devianti possono trovare altre spiegazioni. Questi consentono l’affiliazione dello studente ad altri compagni di classe con cui condivide le stesse frustrazioni. Consente di affermare, in contrapposizione con la scuola e con ciò che essa indirettamente rappresenta, una propria identità sociale ed innalzare in tal modo la stime di sé. Con il passaggio di cui sopra il problema da individuale diviene sociale, poiché la reazione della istituzione scuola alle norme violate alimenta le modificazioni negative della sua identità in conseguenza del processo di etichettamento, stereotipizzazione ed esclusione. In altri termini la scuola, senza volerlo (?), alimenta i comportamenti che condanna posto in atto. Il comportamento in violazione delle regole e la reazione della scuola, ossia la sanzione e la stigmatizzazione che segue, definiscono ed attribuiscono un determinato ruolo e pertanto hanno la conseguenza paradossale di rafforzare la convinzione di quello studente a svolgere quel ruolo. Gli adolescenti in situazioni di svantaggio economico e culturale e che in non pochi casi hanno già subito l’etichettamento di cui sopra nella secondaria di I grado (la scuola media), si trovano dopo i 14 anni quasi tutti negli istituti professionali per assolvere l’obbligo scolastico e devono quindi reciprocamente gestire e consolidare l’etichetta loro attribuita e la loro “reputazione” nel nuovo ambito. Gli adolescenti vivono quell’età in piccoli gruppi che si costituiscono per affinità, in cui ci si conosce bene, e questi gruppi sono in relazione tra loro. All’interno del gruppo e verso gli altri gruppi il singolo adolescente deve dare un’immagine di sé il più possibile coerente su come si rappresenta e lo fa gestendo più o meno consapevolmente le interazioni. I comportamenti fuori dalle regole e il loro ripetersi sono il mezzo con cui quel ragazzo comunica qualcosa di sé a chi conosce. Il comportamento censurato diviene quindi espressione di una scelta finalizzata a costruire e mantenere una certa reputazione con i pari del suo e di altri gruppi. Sono scelte intenzionali, difatti quasi mai certi comportamenti sono tenuti nascosti, anzi devono avvenire dinanzi ad un pubblico e spesso sono commessi in gruppo. Ne è prova indiretta il fatto che non si tende a nascondere i comportamenti censurati. Ciò che si dice sul comportamento ha la funzione di presentare sé a chi ha di fronte e trasgredire le regole ha significato perché consente al soggetto di presentare sé al suo gruppo di riferimento. È una scelta consapevole e quindi significativa dell’identità di chi compie la trasgressione. Questa manifesta e definisce l’orientamento dell’adolescente nei confronti della scuola e delle istituzioni e quale il suo rapporto con l’autorità formale. L’orientamento nei confronti dell’autorità consegue dalle esperienze che l’adolescente ha avuto verso le istituzioni, in particolare verso la scuola. L’immagine di sé che ha interiorizzato determina i suoi comportamenti nei confronti dell’istituzione. Se questa è stata vissuta come fonte di discriminazioni e pregiudizi, la relazione con la scuola sarà di diffidenza e sfiducia. La relazione negativa fra adolescente ed istituzione si esprime in comportamenti con cui si sfida la capacità dell’istituzione di difendere se stessa, sia sul piano concreto che simbolico, ed i suoi rappresentanti, consegue dalla valutazione negativa della scuola e di chi rappresenta l’autorità legale. Chi si percepisce come emarginato con i suoi comportamenti devianti cerca di conservare la propria reputazione nel gruppo di appartenenza, in opposizione all’autorità legale, in questo caso la scuola. Questi gruppi hanno delle loro regole non espresse e i comportamenti di sfida e violazione delle regole scolastiche definiscono l’appartenenza al gruppo. Le minacce di punizioni e le punizioni paradossalmente rafforzano la scelta di assumere comportamenti di sfida e violazione delle regole. L’esperienza scolastica già dagli inizi troppo spesso conferma il divario di risorse, di capitale familiare, che precede l’ingresso a scuola, tra chi proviene da ceti svantaggiati e i ragazzi provenienti dalle classi medie e alte. Il divario di risorse, materiali e culturali, purtroppo viene difficilmente colmato. Chi proviene da famiglie svantaggiate incorre più facilmente in sanzioni, con l’etichettamento che ne consegue, ha esiti scolastici penalizzati dalla carenza di risorse, spesso vive in classi con coetanei che provengono anche loro da famiglie svantaggiate e con loro avverte la limitatezza di prospettive. Tali situazioni alimentano diffidenza e sfiducia verso la scuola che sono parallele alla diffidenza e sfiducia verso le istituzioni. Le ipotesi sopra esposte cercano di integrare le ragioni sociali ed individuali ai comportamenti devianti degli studenti degli istituti professionali, considerando le stesse congiuntamente implicate. Non si ha la pretesa che siano esaustive, quasi sicuramente vi sono altre possibili spiegazioni ai comportamenti oggetto dell’analisi. Vi è tuttavia la necessità del passaggio successivo, all’analisi devono seguire delle ipotesi di intervento che considerino come rimediare a comportamenti prossimi se non del tutto devianti. Chi scrive è della convinzione che gli interventi che possono avvenire quando quei ragazzi entrano in un istituto professionale, ovvero a 14 anni, siano tardivi se non velleitari, che anzi i comportamenti censurati siano destinati a ripetersi ed ad aumentare poiché in quella sede si riceve l’appoggio e l’approvazione di coetanei che condividono lo stesso vissuto e l’atteggiamento oppositivo verso le istituzioni, a cominciare dalla scuola. I ragazzi provengono molto spesso da aree degradate e maggiore è il degrado, maggiore è la possibilità che l’adolescente venga in contatto e in relazione con coetanei con comportamenti devianti o oppositivi verso la scuola e le istituzioni. Le ricerche ci dicono che i comportamenti oppositivi e devianti sono in relazione inversa con il tempo che si trascorre sotto la vigilanza degli adulti nonché all’ampiezza di risorse fruibili e disponibili nell’ambito in cui si vive. I fattori che contengono il rischio di comportamenti devianti possono essere individuate in: 1) un ambiente educativo accogliente ed in grado di assicurare la sorveglianza da parte degli adulti; 2) uno sviluppo cognitivo nella norma con esiti scolastici positivi; 3) relazioni positive con i coetanei; 4) partecipazione ad attività sociali; 5) capacità di progettare il proprio futuro in termini realistici. Il tutto deve far sì che i soggetti potenzialmente a rischio costruiscano un’immagine positiva di sé congiuntamente con una rappresentazione positiva della realtà in cui vivono e delle sue istituzioni. Ciò può avvenire se vi è una “comunità educante” (che non è solo la scuola) che consenta al soggetto potenzialmente a rischio di sentirsi accolto e sia posto nelle condizioni di sviluppare competenze sociali, di progettare il proprio futuro e di assumersi i relativi impegni, di affrontare e risolvere problemi e avversità. Questa “comunità educante” quindi deve avere una presenza diffusa di luoghi di socialità, deve godere di aspettative positive da parte dei suoi membri, deve offrire costanti occasioni di partecipazione e strumenti di sostegno per affrontare situazioni avverse, costruire reti generazionali ed intergenerazionali di aiuto. In situazioni di disagio si deve purtroppo constatare che il primo problema sono le famiglie, o meglio i genitori, con il paradosso apparente che in questi casi è bene che i piccoli stiano il meno possibile con i genitori, che spesso li lasciano vivere per strada. La scuola può intervenire per evitare futuri comportamenti devianti, ma può farlo a condizione che li segua da piccoli, anzi da piccolissimi. Ma anche chi vive in situazioni di povertà culturale deve poter beneficiare della possibilità di colmare il divario, altrimenti, senza necessariamente mostrare comportamenti devianti o oppositivi, è a rischio dispersione. Una proposta è di prevedere una scuola dell’obbligo sempre della durata di 12 anni, ma a partire già dalla scuola dell’infanzia, con un tempo pieno che inizi da 4 anni e prosegua fino al termine della secondaria di I grado. Scriveva don Milani “Non c’è ingiustizia più grande che fare parti uguali tra disuguali”; a chi parte da una situazione di svantaggio economico e culturale si devono offrire le opportunità per colmarle e ciò deve avvenire dalla piccolissima età. A molte scuole professionali sono stati erogati cospicui finanziamenti destinati a contenere la dispersione. Pensare che con poche centinaia di migliaia di euro in un professionale si possano recuperare le tante situazioni sopra descritte, quasi fossero studenti liceali dei ceti medio-alti che non hanno ben appreso l’italiano o la matematica, è tardivo e velleitario. Il Meridione vede un numero di scuole del primo ciclo e dell’infanzia frazionale rispetto al Nord Italia, i ritardi di apprendimento e i numeri più elevati di dispersione e devianza ne sono l’indiretta conseguenza. La “comunità educante” è non solo la scuola, ma anche l’amministrazione locale. Ad essa compete progettare e realizzare dei luoghi diffusi di socialità, soprattutto in quei quartieri in cui più numerose sono le situazioni di disagio e di povertà culturale, con uomini e donne in grado di svolgere i ruoli che in quei casi i genitori non riescono o non sono in grado di svolgere. Attuare azioni come il tempo pieno per non meno di 10 anni a partire da 4 di età e costruire una “comunità educante” con una rete di sostegno e di interventi sul territorio, richiede tempo e grandi investimenti, che non possono che essere pubblici. Chi scrive è convinto che siano investimenti che vedranno un ritorno in futuro. Lo saranno in termini di una maggiore scolarizzazione, che indirettamente sarà una più ampia offerta di personale qualificato sul mercato del lavoro. Lo sarà in termini di contenimento della dispersione scolastica, considerando che la possibilità di compensare le situazioni di povertà culturale con una scuola a tempo pieno dovrebbe consentire a questi ragazzi di poter affrontare con maggiore fiducia i percorsi formativi delle superiori e, si auspica, anche universitari. Il vantaggio futuro dovrebbe esservi anche in termini di contenimento dei fenomeni delinquenziali, che in non pochi casi hanno i loro prodromi in quei comportamenti censurati che rendono così difficile non l’attività didattica, ma la quotidianità nel primo biennio dei professionali. Quanto sopra è un progetto di medio termine che si auspica possa realizzarsi nei prossimi anni ed ovviamente non interviene nel presente. Oggi si deve aver ben chiaro che gli istituti professionali, ed in particolare il primo biennio, sono cosa ben diversa da un tecnico o da un liceo. Si deve quindi considerare che la gestione di una classe nel primo biennio dei professionali non è possibile farla avendo lo stesso numero di studenti e le stesse risorse di un liceo. Le classi non dovrebbero avere più di 10/12 studenti per rendere più semplice la gestione delle classi e con essa l’attività didattica. Le prove INVALSI mostrano enormi differenze negli esiti tra licei e professionali. Questo divario è in parte riconducibile al fatto che la gestione della classe e dei casi difficili occupa la gran parte del tempo e ne toglie all’attività didattica. Gli studenti degli istituti professionali che giungono al terzo anno, quando i casi più difficili hanno assolto l’obbligo e quindi interrotto la frequenza, è come se avessero svolto oltre un anno in meno di scuola, senza considerare il fatto che la gran parte di loro non ha alle spalle un “capitale familiare” che sia in grado di sostenerlo durante l’intero periodo scolastico. Una cosa emerge indirettamente dalle riflessioni sopra espresse. In tempi anche relativamente recenti le attività didattiche parevano impermeabili alle contraddizioni della società, oggi ne sono invece pienamente investite. L’incapacità di società e famiglie di svolgere il loro ruolo educativo rendono il lavoro nella scuola sempre più difficile, nel caso estremamente difficile nel primo biennio dei professionali. Ambiti in cui si è dissolto il senso di appartenenza ad una comunità ed in cui gli interessi dei singoli sono divenuti prioritari rispetto a quelli della collettività chiedono alla scuola di educare al rispetto dei valori e delle regole del vivere sociale, gli stessi che al di fuori della scuola sono spesso ignorati. Famiglie assenti o pronte a difendere i comportamenti indifendibili dei figli chiedono alla scuola non solo una formazione di prim’ordine, ma anche di promuovere lo sviluppo dei valori etici, accusandola per di più di non essere in grado di svolgere quel ruolo. È l’aspetto palesemente contraddittorio per cui gli stessi attori sociali incapaci di svolgere il loro ruolo chiedono alla scuola di porre rimedio alle loro inadeguatezze. Inoltre ciò deve avvenire nel breve tempo in cui bambini e ragazzi sono a scuola. È un prodigio a cui la scuola non è ancora attrezzata. .... Le analisi e considerazioni sopra esposte e l’approccio ai fenomeni devono molto alla lettura dei saggi di Erving Goffman, in particolare “La vita quotidiana come rappresentazione” e “Stigma. L’identità negata”. Preziosa è stata la lettura di “Psicologia dell’adolescenza” a cura di Augusto Polmonari e “Devianza e controllo sociale” di Bianca Barbero Avanzini. Un ringraziamento ad alcuni docenti che hanno insegnato ed insegnano negli istituti professionali cui ho fatto leggere le mie analisi e considerazioni e con cui mi sono confrontato. Infine, la mia solidarietà a chi insegna nel primo biennio degli istituti professionali, per il fardello che quotidianamente portano sulle loro spalle nonostante tutto, e ai colleghi che devono gestire questo girone infernale. 3 Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1677988 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
P.Bateman Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio 1 ora fa, wow ha scritto: Siamo stati chiusi in casa tre anni? Ma adesso si può uscire? 1 Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1677990 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
extermination Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio Si dice che passare ore e ore sul web faccia perdere il contatto con la realtà e che tra le altre cose, possa fortemente amplificare la cosiddetta vulnerabilità emotiva - fragilità psicofisica con predisposizione a sentirsi feriti, attaccati o inadeguati. Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1677992 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
indifd Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio @senek65 Aggiungo un'altra chiave di analisi a me molto cara (ho avuto fortuna come addetto alle pulizie senior ) appresa da un grande che in altri ambiti in relazione a come si rapportava quando entrava per la prima volta in una organizzazione affermava quanto segue come sua priorità avendo poi la responsabilità di far migliorare il più possibile tale comunità, dato che il suo focus era sui problemi e come le persone si rapportano ai problemi da risolvere mi pare molto attinente anche a questa situazione, a esser b****** la si può utilizzare anche per profilare tutti i nostri commenti Il grande uomo affermava quanto segue come sua priorità per comprendere con che risorse umane entrava in contatto, e distingueva tutte le persone rispetto ai problemi purtroppo sempre presenti in ogni organizzazione/comunità/azienda/nazione ecc. "Per me esistono i seguenti gruppi di persone: 1) nel primo gruppo metto le persone che negano l'esistenza dei problemi da risolvere, facile poi trarre le conseguenze 2) nel secondo gruppo metto le persone che ammettono l'esistenza dei problemi, ma affermano che è impossibile risolverli (facile poi trarre le conseguenze ) 3) nel terzo gruppo metto le persone che ammettono l'esistenza dei problemi, provano a risolverli, ma non avendo esperienza e/o capacità non ottengono risultati 4) nel quarto gruppo metto le persone che riconoscono l'esistenza dei problemi, provano in autonomia a risolverli e ottengono dei risultati 5) nel quinto gruppo metto le persone che riconoscono l'esistenza dei problemi, hanno la capacità di risolverli e aiutano tutti gli altri membri dell'organizzazione a individuare problemi e a risolverli con la metodologia più efficace ed efficiente" Ho già scritto troppo , mi ritiro a leggere solamente perché come scritto in precedenza è fantastico Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1677996 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
neroacustico Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio aggiungi il gruppo dei megalomani Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1678009 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
Gaetanoalberto Inviato 17 Gennaio Autore Condividi Inviato 17 Gennaio 2 ore fa, Superfuzz ha scritto: dell’uso dei coltelli alla minoranza nord africana. Mah, io ne ho sequestrati a cinesi, rom, italiani. Ancora i nordafricani non m'é capitato, comunque sicuramente li hanno anche loro. A dire della IA, che si basa sulle statistiche, questa affermazione non é ancora statisticamente rilevata. Tra un po' faró una ricerca sulle spranghe... Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1678015 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
Savgal Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio @Gaetanoalberto Negli Stati Uniti un caso simile sarebbe stato oggetto di un articolo su un giornale o una TV locale. Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1678017 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
briandinazareth Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio 37 minuti fa, maurodg65 ha scritto: Violenza giovanile in aumento secondo il rapporto ESPAD®ITALIA 2023 io mi ponevo su un orizzonte temporale un po' più ampio, che ci siano percentuali diverse tra il 2019 e il 2023 fa parte della fluttuazione statistica, ma se rappresenta un trend ci dice due cose interessanti: l'aumento non è legato all'etnia, visto che la popolazione delle presunte etnie col coltello non è cambiata. il web c'entra poco dal momento che nel 2019 c'erano le stesse cose. Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1678022 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
LeoCleo Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio 1 ora fa, Xabaras ha scritto: Ti prego no, questa è una immane sciocchezza Non è mia, è di molti psicologi, ma anche genitori: ovviamente nessuno ha avuto la minima visibilità. PS: ridete sui tre anni?! Mi fa piacere, significa che vi siete già dimenticati le quarantene. Per i bambini, oggi ragazzi, l’impatto è stato più duro (sempre parole non mie: a me paiono ampiamente condivisibili e le riporto). Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1678053 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
Muddy the Waters Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio Non mi stupisce questa violenza, d’altronde se chi sta al vertice diffonde odio e lavora per aumentare il divario sociale le cose possono solo peggiorare. Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1678054 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
robem Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio 3 ore fa, wow ha scritto: Siamo stati chiusi in casa tre anni? aveva smarrito la chiave. 1 Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1678081 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
robem Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio I numeri sono talmente chiari da non consentire una discussione. Sarebbe come discutere se la Terra è piatta. Poi dal punto di vista politico si può pensarla come si crede, ma il dato di fatto oggettivo questo è, ed è innegabile, per esempio poi possiamo dibattere se chi ha deciso di commettere una rapina si porta dietro un coltello o meno. PS: L'Italia, per quanto riguarda gli omicidi, è uno dei paesi più "tranquilli" del mondo. Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1678083 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
solitario Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio @LeoCleo non mi risultano 3 anni , le pause fanno parte della chiusura🤣🤣🤣 Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1678085 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
ascoltoebasta Inviato 17 Gennaio Condividi Inviato 17 Gennaio 3 ore fa, senek65 ha scritto: Le cause sono principalmente economiche. Il disagio aumenta esponenzialmente dove la situazione economica è disastrosa. Certamente le condizioni economiche pesano in ogni circostanza,ancor di più in una società che quasi obbliga a non averne e ancor di più a non mostrarle,io continuo a sostenere che la diminuzione di certi reati non va considerata come a se stante,e se relazionata alle grandi e maggiori possibilità di accesso alla cultura e alle "comodità" odierne,di vario genere,questo scarto rispetto al passato si ridimensiona. Link al commento https://melius.club/topic/28078-il-coltello-e-le-etn%C3%ACe/page/3/#findComment-1678124 Condividi su altri siti Altre opzioni di condivisione...
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