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Iran. Si comincia


Panurge

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17 minuti fa, bost ha scritto:

domanda: Perchè l'Iran bombatda i paesi arabi vicini ( senza limitarsi alle basi usa) e non solo israele?

risposta sintetica: 

perchè destabilizzare l'area e provocare enormi danni economici (con i rischi conseguenti e cioè essere colpito  anche da altri) è l'unica leva di cui dispone per tentare di fermare gli attacchi di usa e israele 

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da decenni la politica diventava sempre di più "con la forza si raggiunge tutto" e i trattati / accordi non avevano più grande significato. Trump ha preso atto di questo e l'ha portato all'estremo. Era anche logico che prima o poi uno lo faceva. Qualcuno che sa che (quasi) tutto il mondo è dipendente dalle risorse che ha. 

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ferrocsm
56 minuti fa, bost ha scritto:

domanda: Perchè l'Iran bombatda i paesi arabi vicini ( senza limitarsi alle basi usa) e non solo israele?

Te lo scrivo in romanesco: La pace se fa co' le chiacchiere, la guera co' i fatti e i fatti da sempre ci hanno insegnato che in guera vale (di nuovo il romanesco) ndo cojo cojo, ti pare che la grande madre Russia a Kiev bombardi solo obbiettivi militari? 

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@keres

Subiamo una guerra priva di obiettivi (tranne per gli israeliani) di cui pagheremo indirettamente i costi.

Posto l'intervista a Panetta, ex direttore della CIA ed ex segretario della Difesa USA, che ritengo sia "del mestiere".

...

 

L’ex direttore della Cia Panetta: «Trump non sa cosa vuole, non si cambia un regime con le bombe. Ecco qual è il pericolo di questa guerra»

di Viviana Mazza

 

Parla l’ex direttore Cia ed ex segretario della Difesa degli Stati Uniti: «Senza un piano politico il conflitto in Iran può sfuggire di mano»

Leon Panetta: «Non si cambia un regime con le bombe. Da Trump obiettivi poco chiari, rischio escalation»

 

Dalla nostra inviata

AUSTIN (Texas) - «Il presidente ha detto: ci aspettiamo quattro o cinque settimane di bombardamenti, con la speranza che alla fine questo cambierà il regime e il popolo dell’Iran sarà in grado di sollevarsi e di sviluppare un governo migliore in futuro. Questa è la speranza. Il problema è che non abbiamo buoni precedenti di cambio di regime e di nation building. E abbiamo imparato che non puoi aprirti la strada al cambio di regime con le bombe. Ci abbiamo provato in Yemen e non ci siamo riusciti, ci abbiamo provato nel Nord del Vietnam. Perciò quello che mi preoccupa è: qual è l’obiettivo? E abbiamo una strategia per raggiungerlo e chiudere la partita? Quando schieri i tuoi uomini e donne in uniforme sulla linea del pericolo, devi loro una spiegazione chiara. Ma non sono sicuro che l’amministrazione abbia piani chiari su questa guerra», dice al Corriere Leon Panetta, ex direttore della Cia ed ex segretario della Difesa degli Stati Uniti.

 

Trump ha parlato di munizioni illimitate, è così?

«Non c’è dubbio che in passato ci sono stati problemi di catene di approvvigionamento militari. L’abbiamo visto nella fornitura di ulteriori armi all’Ucraina, La realtà è che ci sono limiti al numero di missili, di capacità di difese aeee degli Stati Uniti anche se siamo un esercito forte e abbiamo ovviamente un enorme supporto industriale. Ma alla fine nessun paese è completamente pronto per una ampia guerra regionale, ovvero ciò in cui siamo coinvolti ora. È una guerra che copre il Medio Oriente e 4-5 settimane di continui attacchi richiedono logistica, mobilizzazione, e non ho dubbi che le nostre forze sono tese al massimo».

 

Quanto può durare?

«Spero che che non duri più di 4-5 settimane perchè penso che se il regime resta al potere con una nuova leadership sarà molto difficile produrre il tipo di cambiamento che vuole il presidente. La speranza a quel punto sarebbe probabilmente che chiunque il regime nomini come nuovi leader siano pronti a impegnarsi in negoziati che possano risolvere la guerra».

 

Il presidente non ha escluso l’invio di truppe di terra. Molti sono scettici che mandi soldati americani, qualcuno parla dei curdi.

«No sarei molto sorpreso se decidesse all’improvviso di mandare le truppe sul terreno in una invasione su larga scala dell’Iran. Non solo per il costo di vite umane, ma perché abbiamo imparato in Iraq che non necessariamente produce i risultati sperati. Questo paese è ancora preoccupato per le guerre eterne in Medio Oriente, gli ultimi sondaggi mostrano che almeno il 70-80% è preoccupato per la direzione di questa guerra, per cui non prevedo truppe sul terreno. Detto ciò, ci sono altri tipi di operazioni possibili, se necessario per sviluppare la leadership e l’organizzazione necessaria in Iran per decidere se vogliono davvero rovesciare il regime. Ma è più facile a dirsi che a farsi. Hanno paura adesso, ci sono bombardamenti, c’è stato un periodo in cui 30-35mila persone sono state uccise. Scenderanno in strada e cercheranno di rovesciare il regime? deve esserci un piano per cercare di appoggiare il popolo, fornire l’organizzazione e le armi di cui avrebbero bisogno per realizzare quell’obiettivo. Non sono certo che il governo lo abbia fatto».

 

La Cia ha contribuito a localizzare Khamenei, ma sta lavorando localmente per supportare un’alternativa al regime?

«Dovrebbero. Diciamo così: sarei sorpreso se non stesse accadendo, ma d’atra parte è difficile dire esattamene cosa sta succedendo. Avrebbe senso avere la Cia e il Mossad operativi dentro l’Iran in per cercare di sviluppare non solo una leadership ma una organizzazione che possa essere stabilita se il regime dovesse crollare».

 

In questi anni non è accaduto?

«Uno potrebbe pensare di si, certamente quando io ero direttore della Cia lavoravamo sull’intelligence a proposito di ciò che succedeva internamente in Iran e su dove trovare supporto se il regime fosse crollato, e sulla possibilità di trovare altre forme di leadership».

 

E quale fu la conclusione allora?

«Lavoravamo strettamente con Israele, che ha un’ottima intelligence sull’Iran, probabilmente migliore di quella americana, abbiamo visto come sono stati in grado di prendere di mira i leader e uccidere la Guida suprema. Ma la domanda è: hanno lavorato per cercare di costruire una opposizione interna all’Iran? Non so la risposta».

 

Trump ha detto che ha attaccato perché si attendeva un attacco preventivo dall’Iran.

«Hanno detto di operare sulla base della possibilità di una minaccia imminente, ma nel briefing del Pentagono al Campidoglio hanno detto che non c’era minaccia imminente. Dubito fortemente che l’Iran avrebbe condotto un attacco preventivo, penso che quello che è successo molto francamente è che quando l’intelligence ha mostrato che c’era una opportunità di colpire i leader inclusa la Guida suprema, il presidente ha deciso che era un obiettivo importante da perseguire e penso che questo abbia portato agli attacchi».

 

Lei si aspetta che questa guerra si espanda?

«Abbiamo per le mani una guerra mediorientale, che coinvolge tutti i paesi arabi, che ha portato a una direttiva a tutti gli americani in quelle aree di andarsene. E questo vi dice qualcosa: che siamo di fronte a un conflitto regionale che potrete anche portare all’escalation. Eventi come questo a volte escono fuori controllo e portano a guerre più ampie».

 

Che genere di escalation?

«Per esempio all’improvviso il Pakistan decide che è un buon momento per invadere l’Afghanistan, altri paesi che decidono che è un buon momento per approfittare… perché l’attenzione del mondo è distratta da quello che sta accadendo in Medio Oriente».

 

 

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Questa guerra è un perfetto test per noi italiani, europei e occidentali per verificare quanto l'opinione pubblica impiega a comprendere bene e ripeto bene quanto sta succedendo dato che la guerra contro l'Iran ha dei potenziali di rischio per tutti gli occidentali italiani in testa.

Riporto un dato di un sondaggio visto ora:

a) 8% totalmente favorevole all'intervento di Israele e USA contro l'Iran

b) 22% favorevole in linea di massima, ma con preoccupazioni per le conseguenze di questo attacco

c) in varie gradazioni tutti gli altri da contrari a fortemente contrari 70%

Annoto le solite tristi scaramucce di basso livello tra i politici italiani e i loro supporters basati sul piano interno italiano, come se il piano interno politico italiano in questo momento fosse rilevante, IMHO la rilevanza del piano politico interno è = 0 rispetto a cosa sta succedendo ora in Iran

Comprendo anche le avversioni verso la parte politica di Trump negli USA, assolutamente legittima da parte di chi ha idee opposte, peccato che se si pensa di attaccare Trump per la sua scelta di attacco non si comprende bene :classic_biggrin: la dinamica attualmente in corso

Riepilogando appare abbastanza evidente che l'attuale attacco e guerra in atto contro l'Iran non ha come obiettivo primario, ma neppure secondario, terziario ecc la liberazione del popolo iraniano dalla teocrazia sciita con tutti i crimini che conosciamo molto bene, quindi consiglio a tutti anche ai fanboy :classic_biggrin: o a chi utilizza i raffinati schemi di analisi degli ultras degli stadi di calcio  :classic_laugh: di fare lo sforzo di cercare di comprendere bene quali sono i veri obiettivi e soprattutto di chi sono questi obiettivi, dopo si può fare il passaggio successivo di verifica se le ipotesi reggono e sono verosimili o meno :classic_biggrin:

Per noi italiani quali sono gli obiettivi per cui vale la pena attaccare l'Iran ora:

a) abbattere la teocrazia sciita iraniana che ci aveva battezzato come nemici mortali? Non mi pare

b) abbattere la teocrazia iraniana perché ha finanziato atti di terrorismo o di attacco al nostro paese o agli italiani nel mondo? Non mi pare

c) abbattere la teocrazia iraniana perché hanno ucciso migliaia di oppositori iraniani? Non mi pare a parte una percentuale minima che sicuramente sarebbe contraria all'uso della guerra come mezzo per conseguire tale obiettivo

d) abbattere la teocrazia iraniana per controllare le sue risorse energetiche petrolio/gas che attualmente essenzialmente riforniscono Cina e l'oriente? Non mi pare :classic_biggrin: dato che non contiamo una beata ********:classic_laugh:

Altro suggerimento per comprendere bene cosa sta succedendo e farsi la domanda chi ne ha benefici evidenti esprimendo grande soddisfazione e chi ne pagherà le conseguenze se la guerra/instabilità dovesse perdurare = noi italiani sicuramente

 

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Sánchez risponde a Trump: «La Spagna non sarà complice della guerra in Iran: è così che iniziano i disastri dell'umanità. Non siamo con gli ayatollah, ma con la pace»

di Sara Gandolfi

 

Sánchez ha difeso la posizione del suo governo progressista e ha ricordato i precedenti della guerra in Iraq. Senza citare direttamente Trump, ha poi insinuato che l'operazione di Usa e Israele contro l'Iran mira a «riempire le tasche di pochi»

 

Pedro Sánchez tira dritto e ribadisce il suo «No alla guerra», nonostante le minacce di Donald Trump. «Non saremo complici di qualcosa di pessimo per il mondo semplicemente per paura delle rappresaglie di qualcuno», ha detto il presidente del governo spagnolo in una dichiarazione istituzionale, senza giornalisti e senza contraddittorio.

 

Sánchez ha difeso la posizione del suo governo progressista e ha ricordato i precedenti della guerra in Iraq, con l'alleanza di ferro fra Bush, Blair e il suo predecessore Aznar, del conservatore Partito Popolare. «È stato inaccettabile». E ancora: «Non possiamo giocare alla roulette russa con il futuro di milioni di persone».

 

«Ripudiamo il regime degli ayatollah ma rifiutiamo questo conflitto e chiediamo una soluzione diplomatica e politica. È ingenuo pensare che la soluzione sia la violenza. La Spagna esige la fine delle ostilità», ha aggiunto.

 

«La questione non è se stiamo dalla parte degli ayatollah; nessuno lo è. La questione è se siamo dalla parte della pace e del diritto internazionale». Senza citare direttamente Trump, ha poi insinuato che questa operazione  mira a «riempire le tasche di pochi». E ha lanciato un messaggio agli altri leader europei: «Seguire servilmente non è un modo per guidare» la risposta a questo nuovo conflitto in Medio Oriente. Sánchez ha quindi chiesto rispetto per la Spagna come «membro dell'Unione Europea, della NATO e come attore internazionale».

 

E ha concluso: «Chiediamo che Stati Uniti, Israele e Iran cessino le ostilità e risolvano diplomaticamente questa guerra. Dobbiamo esigere che si fermino prima che sia troppo tardi. A un atto illegale non si può rispondere con un altro; è così che iniziano i grandi disastri dell'umanità».

 

Il premier ha riflettuto a lungo prima di dare la sua risposta ufficiale alle minacce di Trump, che ieri aveva annunciato lo stop al commercio bilaterale dopo il rifiuto di Madrid all'uso delle basi Usa nel territorio spagnolo per le attuali operazioni militari in Medio Oriente: «La Spagna è un pessimo alleato. Infatti, ho detto a Scott (Bessent, Segretario al Tesoro, ndr) che stiamo tagliando tutti i legami con la Spagna», aveva detto il capo della Casa Bianca. «La Spagna ha detto che non possiamo usare le loro basi. Possiamo usare qualsiasi base che ci interessi. Possiamo semplicemente volare lì e usarle. Decideremo cosa non usare».

 

«Le basi utilizzate congiuntamente con gli Stati Uniti sono basi sotto la sovranità spagnola, soggette a un trattato con gli Stati Uniti e rientrano in questo quadro. La nostra sovranità e il trattato stabiliscono come possono essere utilizzate», aveva dichiarato all'inizio della settimana il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares. «Quindi, non c'è nulla di strano o sorprendente, e non ci aspettiamo alcuna conseguenza».

 

In questo contesto di estrema tensione, la Moncloa si afferra al cappello Nato e alla sua "rispettabilità" nel mondo. Ieri "fonti della Moncloa" avevano anticipato la linea: «La Spagna è un membro chiave della NATO, rispetta i suoi impegni e fornisce un contributo significativo alla difesa del territorio europeo. È anche una delle principali potenze esportatrici dell'UE e un partner commerciale affidabile per 195 paesi in tutto il mondo, inclusi gli Stati Uniti, con i quali intratteniamo relazioni commerciali di lunga data e reciprocamente vantaggiose. Se l'amministrazione statunitense desidera rivedere queste relazioni, deve farlo nel rispetto dell'autonomia delle aziende private, del diritto internazionale e degli accordi bilaterali tra Unione Europea e Stati Uniti. Il nostro Paese dispone delle risorse necessarie per mitigare i potenziali impatti, sostenere i settori che potrebbero essere colpiti e diversificare le catene di approvvigionamento. In ogni caso, l'impegno del governo spagnolo è, e sarà sempre, quello di lavorare per il libero scambio e la cooperazione economica tra i paesi, basati sul rispetto reciproco e sul rispetto del diritto internazionale. Perché ciò che i cittadini chiedono e meritano è maggiore prosperità, non più problemi».

 

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