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Il disco in vinile che state ascoltando ora!


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Inizio gli ascolti con questa versione del Falstaff diretta da Solti nel 1963. La direzione risente molto degli insegnamenti di Toscanini (qualcuno dice Falstaff sia il suo più grande lascito operistico). Interpreti decisamente bravi anche se, in questa registrazione, nessuno spicca in modo particolare. Il risultato d’insieme è più che buono. Registrazione di livello come da standard Decca. 
Ottimo ripasso in vista della prossima rappresentazione alla Scala. Ho il biglietto per il 23 gennaio. Non vedo l’ora.

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Musiche magnifiche, messo a girare il vinile spprattuto per il poema sinfonico Les Preludes di Franz Lisz davvero suggestivo. Direzione di Karajan con Berliner, l'unico che posseggo in vinile. Bellissimi anche gli altri brani.
Mi sono ricordato che la parte finale dell'opera, ciò che mi ha ridestato il desiderio di ascolto, l'andante maestoso, fu la sigla iniziale di un ottimo programma televisivo  che andava in onda negli anni '60:  Almanacco di storia, scienza e varia umanità. Presentavano gli ottimi attori di teatro Giancarlo  Sbragia e poi Gianni Gazzolo, in redazioni il meglio della cultura italiana di quegli anni. Mi piaceva molto e provavo forti suggestioni all'ascolto del poema sinfonico listziano, tra le musiche che nei primi anni '60 iniziarono ad instillare in me la forte curiosità trasfrormatasi in passione inestimnguibile per la musica classica.

Ascolto strano, una cosa curiososa.., l'interpretaqzione  di Karajan mi ha lasciato insoddisfatto: solito stile legato,  grande attenzione per l'esteriore per le levigatezze sonoe, la precisione formale, in un'espressione più piccola di quanto possa apparire se ci si ferma soltanto alle rotondità estetizzanti che ripetono sempre in Karajan in qualsiasi repertorio.

Deluso, ho dovuto rifarmi ascoltando il CD della vigorosa, bellissima interpretazione di Ferenc Fricsay sempre con i Berliner. Mi si è spalancato davanti un altro mondo musicale e immaginifico. 

 

Cmq, questo è quanto...

 

 

 

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Gaetanoalberto

Comincio la passeggiata nei dischi che compongono il box "Round Trip" di Ornette Coleman.

Il primo, suonato in trio a Stoccolma al Gyllene Cirkeln il 24 novembre del 1965.

Goduria per le orecchie, nell'ascoltare una musica universale che ha avuto un'enorme influenza nel determinare il passaggio del jazz a lidi per allora ancora nuovi e poco esplorati, superando il bebop e quanto suonato dallo stesso Coleman pochi anni prima.

Roba che non tutti i contemporanei digerivano, e qualità non da tutti comprese.

Per questo il giudizio dei contemporanei è sempre da filtrare con attenzione, perché molti non sono pronti, pur in buona fede, a riconoscere la grandezza ed a superare i propri limiti culturali e generazionali.

Grande ed innovatore purenil contributo del  contrabbassista David Izenzon: il disco trova i momenti più belli nel dialogo tra Ornette e David.

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  • Melius 1
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17 ore fa, Gaetanoalberto ha scritto:

Comincio la passeggiata nei dischi che compongono il box "Round Trip" di Ornette Coleman.

Il primo, suonato in trio a Stoccolma al Gyllene Cirkeln il 24 novembre del 1965.

Goduria per le orecchie, nell'ascoltare una musica universale che ha avuto un'enorme influenza nel determinare il passaggio del jazz a lidi per allora ancora nuovi e poco esplorati, superando il bebop e quanto suonato dallo stesso Coleman pochi anni prima.

Roba che non tutti i contemporanei digerivano, e qualità non da tutti comprese.

Per questo il giudizio dei contemporanei è sempre da filtrare con attenzione, perché molti non sono pronti, pur in buona fede, a riconoscere la grandezza ed a superare i propri limiti culturali e generazionali.

Grande ed innovatore purenil contributo del  contrabbassista David Izenzon: il disco trova i momenti più belli nel dialogo tra Ornette e David.

 
Mi stavo chiedendo se i non contemporanei possano invece capire tutto oppure di più e meglio delle musiche del passato superando i propri limiti culturali e generazionali con maggiore facilità. Personalmente ne dubito. Non è questione, credo,  di quando si ascolti, ma di quanto, di come si ascolti e di quali strumenti della conoscenza si abbiano a disposizione per un ascolto il più possibile "informato", approfondito e consapevole. Specialmente a fronte di musiche oggettivamente "impegnative", non ascoltabili come sottofondo e magari quando si fa altro distraente. Non credo noltre che le specificità culturali e generazionali debbano sommariamente rappresentare un limite quando non vi sia chiusura intellettuale e sentimentale verso ciò che sia diverso da noi, erroneamente ritenute non compatibili e interagibili con le nostre caratteristiche.
Questa bobilissima "Roba" (Moretti santo subito!) resta ancora oggi per molti ascoltatori in "differita", a distanza di tanti anni, se non anche più che pria, molto ostica e di difficile assimilazione all'ascolto superficiale e "distratto" da altri fattori quali l'attenzione volta più al disco blasonato come oggetto, alla prestazione audiofila, etc. Penso che sia un falso problema creare spaccature concettuali così nette ed innecessarie, a mio modesto avviso.
L'Ornette Coleman del jazz "nordico innevato" non supera se stesso, non supera il free jazz in tutte le sue forme al quale da e pure prende, le quali riconducono ad un unico ideale musicale; non "supera" il bebop che nel 1965 da mo' che era passato, avendo tuttavia lasciato in eredità al  jazz a seguire fino ed oltre le "avant-garde" jazz le sue persistenti e inlienabili "linee guida", la sua umanità, la sua negritudine, la sua orgogliosa ribellione al razzismo in tutte le sue forme e ricadute.
Ornette Coleman opera invece una sorta di summa musicale estetica, poetica e ideale, valoriale, ridefinisce le ricorsività essenziali ed identitarie, sansisce l'integrazione tra tutte le musiche di prima e di dopo, delle origini e degli ultimi dolenti "sospiri"; esprime la ribellione, la rabbia, il sorriso e la gioia di cento e più anni di musica jazz meravigliosa che volge a ternime accettando serenemente lassù, nell'alto dei cieli, la sua fine (che è solo un inizio...).

 

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