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Melius Club

Il diario dei film


analogico_09

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"Detachment - Il distacco", un bel film molto bello diretto da Tony Kaye, protagonista  Adrien Brody come sempre eccellente circondato da un cast attoriale di livello. Ottima la fotografia, le musiche discrete...

E' la storia di  un supplente che viene assunto in una scuola della periferia degradata di una città americana frequentata da giovani studendi e insegnanti chiusi in una condizione di incomunicabilità, di abbandono sociale, sentimentale, morale, psicologico; ragazzi annoiati, delusi, aggressivi... il nuovo insegnante tenta di creare un ponte, non sarà facile ma... Insomma lo consiglio vovamente (è un po' triste ma ha da dire qualche buona "verità" con le quali tutti dovremmo confrontarci); si vede gratis per chi ce l'ha in Amazon Prime che ha sempre un buon film da offrire...

 

 

 

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"Hard to be a God" di Aleksej German

presentato al festival dl cinema di Roma nel 2013 a pochi  mesi dalla morte del regista, quest'Ultimo ci ha lavorato per circa 14 anni. durata circa 3 ore ,film difficile da classificare resta insieme a Salò di Pasolini il film più disturbante che abbia visto.

Evito per recensione e trama ce' ne sono on line.

«È probabilmente difficile essere un Dio ma è altrettanto difficile essere uno spettatore, di fronte a questo terrorizzante film di German». Umberto Eco.

 

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  • 2 settimane dopo...

"Paradise: Love" (2012), "Paradise: Faith" (2012), "Paradise: Hope" (2013) di Ulrich Seidl. 

Segnalo la trilogia del paradiso del controverso e "spietato" regista austriaco Ulrich Seidl. L'ho conosciuto con il documentario "Safari", poi ho recuperato alcuni suoi film, compresi questi. Dei tre "Paradise" il primo mi pare il piu' riuscito, grazie anche alla bravissima Margarete Tiesel; ed e' quello che mi e' piaciuto di piu'. A tratti grottesco, in alcune scene la ricerca dell'amore in Africa da parte della protagonista, commuove e rattrista. Il 2* e' per certi versi agghiacciante, e' il piu' vicino alle precedenti prove del regista. Il 3* e', dal punto di vista estetico, formalmente impeccabile, ma mi ha convinto di meno, comunque e' da vedere. I film sono in lingua originale con i sottotitoli in italiano. Gli unici film che abbia mai visto, dall'inizio alla fine, non doppiati, per dire che non e' affatto pesante seguirli. Ah, non sono film da guardare in famiglia.

Pietro.

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Registrato ai tempi in VHS e trasferito in DVD, ho rivisto "Exposed" (Star's Lovers) diretto dal regista americano James Toback nel 1983 con un cast di interpreti d'eccezione: il leggendario ballerino Rudol'f Nureev, Nastassja Kinski, Harvey Keitel, la bergmaniana Bibi Andersson, Pierre Clémenti, ecc.. attori dei più magici tempi filmici.

Film insolito, "strano", raro, da noi inedito in DVD, propone una storia thrilling di terrorismo, di sensualità, di amore e morte in una Parigi straniante, livida e minacciosa.
Pur non essendo un capolavoro, nonostante alcuni limiti e incompiutezze di scrittura, "Exposed" seguita ad intrigarmi per il suo "maledettismo", per la regia spesso visionaria, eccentrica, stimolante, per l'arte di attori che restano davvero leggendari.., anche quelli prestati al cinema come Nureev, per non parlare della sempre straordinaria Natassja Kinsky figlia di tanto leggendario padre...

 

EDIT: Cercando le foto mi sono accorto che il film è presente in Prime Video... col il titolo Stars' Lovers

 

 

ex05.jpg

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  • 4 settimane dopo...

 

Dopo tanto tempo ho rivisto un raro film dell'anima intitolato "L'Eau Froid" diretto nel 1994 da Oliver Assayas, tra i più interessanti e originali registi del nuovo cinema francese, tutt'altro che popolare in Italia.
Il film è reperibile in Amazon formato DVD edizione originale senza sottotitoli, per la modica somma di euro 97 o 159, c'è solo l'imbarazzo della scelta... 🤭

Io conservo come reliquia una copia registrata tanto tempo fa in VHS da "fuori Orario" e trasferita in DVD... qualità dell'immagine accettabile...
Non un musical, la musica coprotagonista è tuttavia presente nel film come risonanza interiore, stella rilucente nella notte, nelle oscurità della vita, viatico nel cammino delle giovani coscienze in divenire. Musica come "pezzi di sceneggiatura", a detta dello stesso regista nell'incontro con il pubblico che fece seguito alla proiezione del film che conoscevo da VHS e che rivisto sul grande schermo mi lasciò stupefatto, stretto in una morsa di emozioni che non si possono raccontare... Grazie all'iniziativa della Cineteca Nazionale del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. La musica è spesso presente nei film del regista francese; è presente in "Desordre", il suo primo lungometraggio poetico, "acerbo", singolare, appassionato sul rock , sui giovani fans degli Eurythmics; sarà presente nell'ottimo Clean, del 2004...

La musica torna ancora ne' L'Eau Froid per sottolineare il profondo dramma giovanile, per fondersi con le lunghe, estenuanti  scene della "festa" notturna conni "fuochi" riprese con la macchina a spalla flessuosa, insinuante, si ha la sensazione di essere all'interno di lungo, interminebile ed onirico piano sequenza in soggettiva.
J. Joplin; A. Cooper; L. Cohen; B. Dylan..., sono le musiche della memoria, in continuità con i valori generazionali che non crollano sotto il peso del tempo. Opera incantevole, toccante, passata da noi sotto oltraggioso silenzio, tra i “recuperati” da F.O., ancora una volta un infinito grazie ad Enrico Ghezzi e alla sua "redazione".


 

 

 

 

 

 

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@analogico_09 Di O. Assayas ho "Personal Shopper", di pochi anni fa, con la meravigliosa Khristen Stewart.

Film abbastanza "strano", per una continua atmosfera di mistero e inquietudine data dalle (supposte) percezioni extrasensoriali della protagonista, pur in una ambientazione e vicenda abbastanza "normale".

Aveva ricevuto ottime critiche, mi picerebbe sapere cosa ne pensi...

Bisogna che lo riveda, d'altra parte a me qualsiasi cosa con K.Stewart, piace "a prescindere"😭😁

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1 ora fa, dariob ha scritto:

"Personal Shopper"

 

Ne parlammo in un topic ante incendio... la prima volta che lo vidi al cinema con uno stato d'animo un po' "sonnolente" non lo apprezzai, o, per meglio dire, non fui in grado di fruirlo in modo lucido.

Risvisto qualche tempo dopo mi resi conto di trovarmi al cospetto di un sensibile, sottile, affascinante, inquietante" capolavoro diretto e interpreato con uno stile madreperlaceo. .

D'altra parte io adoro Assayas.. il quale mi ricorda un po' "Truffaut", altro regista che "amava le donne".
Se non li conoscessi gia, ti suggerisco di vedere i relativamente recenti Clean (2004), L'Heure d'été (2008 - una perla rara), Qualcosa nell'aria (2012) e Il gioco delle coppie, (2018) che non mi piaqcue, o non capii nonostante fossi in buona forma psicofisica... si tratterà di provare a rivederlo...  😉

 

 

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  • 1 mese dopo...

Provo ad uppare questo vecchio topic che ha due temibili ed agguerriti "concorrenti" ... forse analoghi, diversamente intitolati... 😄

 




In altro thread si parla di "E' stata la mano di Dio", l'ultimo film di Paolo Sorrentino acquisito da Netflix... Un film che sembra dividere il pubblico, e questo non è male, segno di varietà del senso critico. Durante la discussione si fa spesso riferimento alle precedenti e a mio avviso più unificanti opera del regista naspoletano, tra cui L'Amico di Famiglia dilm che all'epoca apprezzai e che, a forza di parlarne, mi è venuta voglia di rivedere.

La mia opinione non è cambiata da quando lo vidi in proiezione con conferenza stampa presente il regista nel 2006, quindi faròil semplice copia incolla di ciò che scritti allora...

 



L'Amico di Famiglia di Paolo Sorrentino (2006)

 

 

"Eine Symphonie des Grauens"

 

Le lascivie mani di un vecchio e ripugnante usuraio si insinuano nel petto di una bella e giovane fanciulla. Artigli della Bestia che si concede alla “donna di cuore puro che gli fa dimenticare di ritirarsi al primo canto del gallo”. (?)
La suggestione è forte, quasi irrinunciabile, durante la sgradevole ed emblematica sequenza in cui l’avido “vampiro”, che al posto del sangue si nutre di denaro (sublimazione di un eros/pathos negati), concupisce la vittima disgustata dal senso di repulsione ed insieme inaspettatamente attratta dal desiderio.
Che sia anche, l’ultimo film di Paolo Sorrentino, l’ennesima rivisitazione del “mito del freak” detestato e isolato dalla "società" malata che cerca in tal modo di esorcizzare la propria degenerante solitudine?  In fondo all’anima del solitario e deforme protagonista, mirabilmente interpretato da Giacomo Rizzo (1il quele crea il personaggio, all’intermo della sua psiche),  attore di teatro, “caratterista” del cinema di sicuro mestiere, vecchia gloria nazionale purtroppo dimenticata dalla settima arte, risuonano le corde del mostro che “martirizza un colibrì d’amore tra i denti”.
Solo la “Bella” ingannatrice – apparentemente motivata da un’istanza di vendetta, “desiderosa” invero di confrontarsi con le proprie difformità morali “prendendo contatto” con le brutture di Geremia l’usuraio - riuscirà a trasformare l’estremo ed unico atto d’amore, di cui costui si rivela capace, in arma del suicidio.
Allentati i puntelli, la (sovra)struttura su cui caparbiamente si fonda l’inespugnabile cattiveria dello strozzino, cede e diventa un letto di morte, naturale conclusione di una vicenda caratterizzata da una lucida follia che non risparmia nessun personaggio. Morte dell’anima, in una sorta di beffardo e  tragico “canto” della sofferenza priva di catarsi.

Con L’AMICO DI FAMIGLIA, film pessimista e fatalista, con ironico disincanto molto partenopeo (senza l'intenzione di scadere nel facile stereotipo), Sorrentino ripropone il tema "universale" della solitudine umana, presente anche nei suoi precedenti film, destinata a non trovare appagamento o riscatto neppure nell’amore, nell’eros, nel sentimento, prescindendo da ogni convenzionale distinzione tra bellezza e bruttezza, dove in entrambe le "qualità" potrebbe annidarsi  identica, speculare degenerazione.   

Sorrentino gioca con i registri della comicità e del dramma; si ride, si sorride nel suo film, si riflette, non si piange, ed è segno questo di buona salute in un panorama filmico italiano in cui trionfa prevalentemente il sentimentalismo lacrimevole e ricattatorio. La sua cinepresa è intrigante e immaginifica, s’insinua con plastica sicurezza  e rara intensità espressiva nel sordido e lercio antro del “mostro”, cogliendo il dettaglio e l’insieme, il segno della malattia spirituale che perverte e imprigiona chi lo abita. La decadenza esistenziale e morale dell’usuraio, su cui si sofferma  l’occhio del regista con brevi panoramiche ed “affettuosi” piani di ripresa ravvicinati, è rappresentata con la sola forza delle immagini.
Le quali, accentuate alle elgariane, dolenti note del violoncello composte da Theo Teardo, più delle parole, dei dialoghi, riescono a tratteggiare con sensibile "precisione" lo spaccato caratteriale e psicologico del soggetto.
In un crescendo di plastiche inquadrature d’elegante ma non gratuita bellezza formale, insolitamente audaci nel panorama più streaming del  cinema nazionale, cogliamo il segno metafisico/lirico, quasi 'dechirichiano', delle “fascistiche” e geometriche architetture di Sabaudia, come in una sorta di raggelante rappresentazione del sentimento che preme sotto la dura corteccia del “ruolo”.
Geremia de’ Geremei è a modo suo un “(anti)eroe”, uno specchio e una spina scoperta conficcata nel fianco del tessuto sociale sanguinante che cerca di mascherare il proprio fallimento, le angosce, ogni immoralità, con l’ipocrita facciata del perbenismo apparente.

Lui, l’usuraio, con la sua inseparabile, sciatta e patetica busta di plastica appesa ad una mano (contenitore/scatola gelosamente “custodita”, che cela forse un mondo di desideri infantili frustrati e oltraggiati, un residuo di umanità in un cuore di pietra), quasi appendice del suo corpo, "dondolante" durante il goffo e grottesco 'nosferatesco' incedere , è perlomeno cosciente del suo bastardo ruolo che ama definire, con sinistra (auto) ironia: “benefattore”. 

I limiti della pellicola, che fila liscia e convince pienamente fino ad un buon tratto del secondo tempo, emergono nella più superficiale e discascalica caratterizzazione dei personaggi secondari; nella figura femminile che, come pure in LE CONSEGUENZE DELL’AMORE, ci è apparsa poco incisiva sul piano introspettivo/interpretativo, in evidente contrasto con l’eccezionale figura a cui Giacomo Rizzo dà letteralmente l’anima.
Altra nota meno intonata risuona nell’epilogo un po' pasticciato e frettoloso, in ragione di uno script "frettoloso", in una sorta di deriva comicizzante fin troppo macchiettistica, allorché ci saremmo aspettati un maggior ricompattamento dei registri drammatici, pur  senza rinunciare all’umorismo nero, al sagace dialogo, al sarcasmo di amara ed insieme ilare comicità che pervade salvificamente l’opera.

La copia che circolerà nelle sale italiane è stata accorciata di ben sei minuti rispetto alla versione presentata al festival di Cannes, a detta dello stesso Sorrentino durante la conferenza stampa, al fine di migliorare il finale. L'"estrema" zona d’ombra sembra rimasta, ciò nonostante L’AMICO DI FAMIGLIA seguita pur sempre a rappresentare il progetto di uno spirito libero che fugge le fatiscenze e le derive estetiche, formali e contenutistiche che affliggono gran parte del cinema italiano che purtroppo “conta” mentre dovrebbe prendere esempio da quest’opera imperfetta ma ugualmente toccante, stimolante, generosa, tonica. 

 


 

 

 

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  • 1 mese dopo...

Di là si parla del regista Jashujiro Ozu. Sulla scorta di alcune suggestioni nate in loco ho provato il desiderio non di rivedere un film di Ozu, bensì il docufilm che il regista tedesco Wim Wenders dedica al "maestro" , a quello che era il suo mondo, fino all'anno della sua morte, 1963, a confronto con i "reganiani" anni '80.

Tokyo Ga, 1985, è il titolo di questo bellissimo e toccante omaggio cinematografico. Uno spaccato della Tokyo moderna, fascinosa e "alienata"; ritorni al passato che rivive ad ogni visione dei film di OZU, attraverso le commosse interviste all'ineffabile interprete "feticcio", Chisu Ryu, e al fedelissimo operatore Yuharu Atsura il quale racconta con accuratezza le straordinarie tecniche di ripresa di Ozu che poneva la macchina al altezza del "tatami" e usava esclusivamente l'obiettivo da 50 mm, quello che secondo il regista "vedeva" come vede l'occhio umano (non amava il grandangolare, condivido appassionatamente...), e che a un certo punto dell'intervista sfoga in pianto e chiede con umile, dolente, cortese sussiego di poter rimanere solo, provato, non più in grado di sostenere la profonda, nostalgica emozione, il rinnovarsi del sentimento della dedizione e della fratellanza nutrito per il Maestro, quell'amore supremo per il cinema che, dopo la scomparsa di Ozu, Atsura non riuscì a trovare con altri registi.

Mi fermo. Ci sarebbe molto da dire su questo film da non perdere, che raccomando agli appassionati di Ozu e del grande cinema.

Vorrei riportare ciò che dice la voice-off (parla per Wenders) nell'introdurre il film ambientato a Tokyo, città fisica e metafisica, mentre scorrono le immagini di "Viaggio a Tokyo" di Ozu, viaggio nella poesia cinematografica sublime, davvero unica, inconfondibile, irripetibile.


Trascritto a manina mentre scorrevano le immagini del DVD

 

 

Se il sacro avesse ancora diritto al suo posto in questo secolo e se ritenessimo giusto erigere un santuario del cinema ci metterei l’opera del regista giapponese Ysujiro Ozu […] I suoi film raccontano con mezzi ridottissimi la semplice storia della gente comune nella città di Tokyo. Questa cronaca che dura circa 40 anni registra la metamorfosi del vivere in Giappone. I suoi film parlano del lento declino della famiglia giapponese e dello sbiadirsi dell’identità nazionale. Lo fanno senza disprezzare il progresso e la presenza sempre più invadente della cultura americana, ma limitandosi a rimpiangere, con nostalgia, i valori che parallelamente perdono.
Per quanto siano giapponesi questi film possono ambire ad una comprensione universale. Vi ho riconosciuto le famiglie del mondo intero, i miei genitori, i miei fratelli, me stesso. Secondo me il cinema di Ozu non fu mai così vicino alla sua essenza e alla sua stessa funzione dando un’immagine utile, un’immagine vera dell’uomo del XX secolo dove si è riconosciuto e ha appreso qualcosa di sé.

 

 

Straordinaria la scena  madre al cimitero nel quale è sepolto Ozu. "MU" (il nulla, il vuoto) in cui  è racchiuso tutto il senso del cinema di Ozu, il senso del regista e dell'uomo per l'arte e per la vita.
Wenders cerca di "spiegare" tale dimensione trasfigurante tale scena della totale "confluenza".

Il commento alle immagini è in originale è sottotitolato in italiano, un testo al quale bisognerebbe prestare molta attenzioe ... e poi vedere i film di Ozu.., infine il Tokyo Ga di Wim Wenders.

 

 




 

 

 

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  • 2 settimane dopo...
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analogico_09

Ho rivisto Fitzcarraldo di Werner Herzog, uno di quei film "estremi" e definitivi, come il Salò di Pasolini, che lasciano il segno distinguendosi da tutti gli altri film nel determinare il punto del non ritorno giunti dal  quale anche andare avanti, oltre, diventa impossibile.

Un culmine della poetica visionaria del regista tedesco. Mi appuntai molti anni fa l'impressione ricavata da una successiva visione del film: una sola visione non basta per coglierne in pieno il senso del la lucida follia.
Poche parole (anche troppe per un film visionario ed delirante di cui non si finirebbe mai di parlare), scrissi che avevo imparato ad amare incondizionatamente Fitzcarraldo  perchè affronta il tema elettivo e della "conquista dell'inutile" a qualunque costo. Una appresentazione selvaggia, violenta, immaginifico-visionaria e letteraria, reale, materiale, fisica, non già allegorica o sostenuta dagli "effetti speciali", del primo raggio di sole che risvbegliò la scintilla della creatività nel primo uomo sulla terra. L'utopia di quel film  - in quanto "inutile", impossibile e folle - è il sale della vita e dell'arte.

 

 

 



 

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