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Melius Club

Jazz!


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  • 2 settimane dopo...

Come molti in questo club avrenno compreso, non sono avezzo alle sonorità del jazz, ma quando capita l'occasione mi avvicino sempre volentieri e con curiosità, ben sapendo i miei limiti musicali da questo punto di vista. Quindi prendete con le molle quanto scrivo e ogni mio commento ! 😁

Il visionario pianista, compositore e improvvisatore sudafricano Nduduzo Makhathini propone “In the Spirit of Ntu” (Blue Note Records), suo decimo album in studio, presentandoci una musica originale nella sua arcana bellezza che riassume i principi di una poetica che è insieme mistica contemporaneità e religiose tradizioni ancestrali. Affascinate e a tratti impetuoso oltre che coinvolgente.

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Ciao ☮️

Stefano R.

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49 minuti fa, minollo63 ha scritto:

non sono avezzo alle sonorità del jazz, ma quando capita l'occasione mi avvicino sempre volentieri e con curiosità

 

La curiosità è come una molla che mette in moto il meccanismo del "piacere", musicale nalla fattispecie 👍

 

Non conosco il disco che suggerisci , lo ascolterò invogliato dal tuo suggestivo commento. Penso tuttavia, senza voler generalizzare, nè semplificare, nè peccare di presunzioni divinatorie, parlo per istinto, sulla scorta di altri analoghi ascolti fatti, che tutto ciò che riguarda le profonde , remote radici "tribali" africane siano in qualche modo in stretta vrealazione con il  jazz afroamericano che da quelle radici trae nutrimento sonoro, formale, spirituale.

 

Ascoltiamo insieme da vinile questa musica arcana che mi è balzata in mente in modo istintivo... mi pare sentire alcune reminiscenze della stessa nel ieratico Bitches Brew di Miles Davis...)

 


 

 

 

 

 

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Il 11/11/2022 at 19:40, Look01 ha scritto:

Basta ascoltare la prima traccia per capire il profondo legame alle origini tribali con i cori di sottofondo trovo molto affascinante questo connubio tra la musica tribale e la tromba di Kenny che si staglia elegantissima nel bellissimo Album.

E' un disco bellissimo e raffinato, l'ho ascoltato decine di volte…

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  • 2 settimane dopo...

 

Massimo Urbani Rod Rodney - Live at Alexanderplatz

 

Non siamo a Berlino, è il nome di uno di quei leggendari jazz club romano ancora in attività che evocano ricordi e nostalgie dei ruggenti decenni trascorsi all'insegna del grande jazz che non è più.

Questa sera all'Alexanderplatz ci sarà la presentazione di un disco piuttosto raro, distribuito in 3000 copie. Seguirà un concerto la cui ritmica (piano, basso, batteria) sarà la stessa  che partecipò alla registrazione detto Live effettuata il 16 giugno 1993, Urbani morirà una settimana dopo, il 23 giugno. La cover del disco riporta erroneamente come data di registrazione Dicembre 1993.

Un disco che restituisce l'energia spontanea e trascinante della musica che nasce dal vivo, dal nostro grandissimo Massimo Urbani, una cima del jazz mondiale, purtroppo non ricordato e celebrato come meriterebbe in questi anni delle "levigatezze" formali e meccaniche, a da uno dei  suoi "mentori" della più alta idealità musicale, da quel Red Ronney che militò nelle leggendarie formazioni Bop di Charlie Parker tra gli ann'i '40 e '50 del secolo scorso.

Non potrò partecipare all'evento.., mi "accontento" di riascoltare il disco... Nel tubo non si trova nulla, nessun brano del CD, solo alcune registrazioni video improvvisate che si vedono alla bel e meglio.., ma documentano pur sempre un evento importante che rende l'idea dell'atmosfera che riespirava in quelle serate.. Urbani e Rodney rimasero una settimana a suonare in quintetto nel locale. Io saltai l'appuntamento, ero in Spagna, tutte le sere andavo ad ascoltare flamenco alla "Carboneria"... si ravvisano "vicinanze" con la musica afroamericana...


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New View! The New John Handy Quintet

 

Alto saxofonista di cui si è parlato poco o niente qui da noi, non particolarmente ricordato in generale, dotato di notevole personalità musicale, di una bellissima "voce", John Handy collaborò anche con Mingus nella realizzzione di alcuni celebrati album tra i quali svetta lo straordinario Blues & Roots.
La particolarità più ficcante dell'eccellente album è rappresentato dall'intensa versione di "Naima (In Memory of John Coltrane)", registrata il 28 giugno del 1967 al Village Gate di N.Y., dedicata espressamente da Handy al grande collega la cui morte prematura avvenne circa un mese dopo, il 17 luglio dello stesso anno.

C'è inoltre Bobby Hutcherson pronto come sempre a creare con il vibrafono le sue fitte e stimolanti tramature armonico-ritmiche delle volte "ipnotiche",  che fungono da sostegno e da stimolo per gli interventi solistici improvvisati, per l'intero gruppo.

 

John Handy – alto saxophone

Bobby Hutcherson - vibraphone

Pat Martino - guitar

Albert Stinson - bass

Doug Sides - drums


 

 

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Per la serie dischi meno noti, oggi ho ascoltato questo bellissimo album di Chico Freeman: Spirit Sensitive (1979).

In questo lavoro, Freeman mette in pausa il suo consueto avant-gard, e si cimenta in rivisitazione di alcuni classici  hard-bop. Un Jazz "standard" se vogliamo così definirlo.

Registrato dalla India Navigation, etichetta "minore" specializzata nell'avant-gard con la quale già il nostro lavora, ne esce un disco di rara bellezza.

Un ascolto davvero emozionante, romantico, caldo e rilassante, ma anche con momenti "musicali" di eccellenza. A condire il tutto una ottima registrazione, con scena ben definita, equilibrio tra gli strumenti, ed un contrabbasso in particolare (suona un certo Cecil McBee...) a tratti da pelle d'oca. Davvero una gemma. Spirit Sensitive, un titolo veramente centrato.

.

 

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Sui sassofonisti vorrei spezzare una lancia a favore di uno degli ultimi grandi interpreti Charles Lloyd che alla giovane età di 84 anni é più vispo che mai 🤣 e sta lavorando alla grande creando diversi album che trovo affascinanti quasi come se volesse con il suono del suo sax ricercare una  spiritualità , non so se centrero il paragone, però mi fa venire in mente da questo punto di vista  il grandissimo Coltrane .

Va bè forse mi sono sbilanciato troppo 🤣perdonate .

Vi segnalo nel caso a qualcuno fosse sfuggito questo suo non recentissimo e ne famoso disco passato immeritatamente secondo me in sordina.

Charles Lloyd : The Call

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Henry Threadgill: chi pensa, come me, che sia uno dei più significativi musicisti in circolazione?

Non scrivo nulla su di lui perché si fa prima, se interessati, a girovagare e scoprire, ad esempio, che ha preso un Pulitzer per la musica nel 2016.

È un percorso arduo perché HT è un compositore che deve essere ascoltato con mente libera da pregiudizi. Io ho iniziato dai suoi lavori con il gruppo Zooid (Tuba, chitarra, violoncello, basso e batteria, oltre i suoi fiati) sentiti anche dal vivo qualche anno fa) ed adesso sto, poco a poco andando a scoprire il Very Very Circus che è antecedente.  Forse è anche più estremo: 2 tube, 2 chitarre, trombone o corno francese e batteria, sempre oltre i suoi fiati.

Qualche titolo per Zooid: In For A Penny, In For A Pound del 2015 (premio Pulitzer) e soprattutto i due volumi di This Brings Us To (spettacolari entrambi).

Per Very Very Circus: Spirit Of Nuff...Nuff, Carry The Day e soprattutto Live At Koncepts che io amo particolarmente.

Qualcuno scrive che HT ha portato avanti e completato, in qualche senso, il lavoro di Ornette...

Ciao 

D.

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Ero su su You Tube e l'algoritmo mi ha messo davanti questo video... Ho avuto un tonfo al cuore.., mai visto prima perchè non c'è scritto da nessuna parte "Music Inn", un tag grazie al quale ho trovato diversi video della serie "schegge jazz" di RaiTre dei concerti registrati nello stesso leggendario jazz club in molti dei quali ero presente.

C'erò anche quella sera del 1979 ad ascoltare il trio di Bill Evans con Marc Johnson , basso e Joe LaBarbera,  batteria. Ricordo in modo particolare, chiaramente, lo stupore provato durante l'ascolto dell'ineffabile brano composto dallo stesso Evans: Laurie.
Scusate l'autoreferenzialismo.., ma credo sia anche una buona occasione per condividere un brano musicale di grande fascino, di comune interesse, spero, per rivedere o vedere per la prima volta, per chi non vi sia mai stato, il Music Inn, un luogo "familiare", senza fretta e senza "tempo" (le ore "blu" scorrevano lisce e spensierate, il lavoro, al mattino, diventava un effetto collaterale che bisogna affrontare...), una "caverna" oscura e senza fronzoli  illuminata ogni notte dalla musica suonata dai musicisti più "modesti", eppur di notevole interesse e talento, e dai più grandi protagonisti d'oltreoceano ancora impegnati a scrivere la grande storia del jazz.
 

 

No comment, buoni ascolti!

 


 


 

 

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Il 2/12/2022 at 19:49, damiano ha scritto:

È un percorso arduo perché HT è un compositore che deve essere ascoltato con mente libera da pregiudizi.

 

 

 

Mii pare giusto e questo vale per tutti i musicisti, per tutte le musiche.

 

Il 2/12/2022 at 19:49, damiano ha scritto:

Io ho iniziato dai suoi lavori con il gruppo Zooid (Tuba, chitarra, violoncello, basso e batteria, oltre i suoi fiati) Qualcuno scrive che HT ha portato avanti e completato, in qualche senso, il lavoro di Ornette...

 

Stessi ascolti che ho fatto anch'io, dovrei approfondire ma per il momento mi sono sembrati  lavori abbastanza interessanti, con delle ripetitività, anche comprensibili, ma non molto più di questo.

 

Per quanto riguarda una certa discendenza dalla musica di Ornette Coleman, diciamo che molti musicisti d'area "sperimentale" presentano delle affinità ereditate più o meno alla lontana dalla grande ed irripetibile "lezione" del "padre" del Free Jazz, la quale potrà essere messa a frutto ma non fatta propria o addirittura "completata", un autentico paradosso quest'ultima cosa, non sono affatto d'accordo con quel "qualcuno" che afferma ciò.
Ornette Coleman, all'interno della sua specifica ed unica sfera d'azione poetica, stilistica, estetica ed espressiva, resta non perfezionabile nè superabile; rappresenta un punto di arrivo e di ripartenza per gli altri ma per fare altre cose. Non è possibile sovrapporre, mescolare disinvoltamente i distinti piani musicali, esperenziali, espressiìvi, ecc.
Tale "lezione" potrà essere a limite assimilabile, imitabile dai "seguaci".., un po' come la musica di Coltrane che nessun sassofonista di nuova generazione potè mai portare avanti al fine di impossessarsene  o per completarla, benchè dopo la morte di Trane pochi furono i sassofonisti NON "coltraniani" ... visto che Coltrane aveva rivoluzionato in maniera irreversibile oltre il punto di non ritorno, il linguaggio, gli stili, le "tecniche" e le forme d'espressione, la "voce" stessa dello strumento che proveniva dalle profondità dello spirito.

 

 

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