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Peter Thiel oltre gli stereotipi: René Girard, il desiderio mimetico e la crisi dell’idea di progresso in Occidente


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Roberto M

Ci sono autori che offrono nuove idee. E ce ne sono altri, molto più rari, che cambiano il modo in cui interpretiamo idee che già conoscevamo. René Girard appartiene a questa seconda categoria. La sua teoria del desiderio mimetico non si limita a spiegare alcuni aspetti della natura umana: finisce per offrire una chiave di lettura sorprendente della competizione, dell’innovazione e perfino del concetto di progresso.

È probabilmente anche per questo che Peter Thiel, tra i protagonisti più originali della Silicon Valley, lo ha sempre indicato come il pensatore che più ha influenzato la sua formazione.

Girard comincia da una domanda apparentemente banale.

Da dove nasce il desiderio?

Siamo abituati a pensare che i nostri desideri siano autenticamente nostri. Ci piace un oggetto, una professione, una persona, un’idea politica o uno stile di vita perché, semplicemente, li abbiamo scelti.

Girard sospetta che le cose vadano diversamente.

La sua intuizione, sviluppata per la prima volta in Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), è che l’uomo impari a desiderare osservando gli altri. Non desideriamo soltanto gli oggetti: desideriamo ciò che vediamo desiderare.

Pensate a due bambini in una stanza piena di giocattoli. Uno prende una macchinina qualunque. Fino a un secondo prima era un oggetto come tanti. All’improvviso diventa il giocattolo più desiderato della stanza.

Che cosa è cambiato?

Non la macchinina.

È cambiato il fatto che qualcuno l’ha scelta.

Girard sostiene che questo meccanismo non appartenga soltanto all’infanzia. Continui a operare, spesso in modo invisibile, per tutta la vita.

Desideriamo carriere che altri considerano prestigiose. Quartieri in cui altri vogliono abitare. Oggetti che acquistano valore proprio perché tutti li cercano.

Perfino molte delle nostre opinioni, osserva Girard, nascono dentro una rete di imitazioni reciproche.

È quello che lui chiama desiderio mimetico.

La parola può sembrare complicata, ma il concetto è intuitivo: impariamo a desiderare imitando. Fin qui potrebbe sembrare soltanto una curiosa osservazione psicologica.

In realtà è molto di più.

Perché se gli uomini tendono a desiderare le stesse cose, inevitabilmente finiranno anche per contendersi le stesse cose.

Ed ecco il paradosso più affascinante di Girard.

Siamo abituati a pensare che i conflitti nascano dalle differenze.

Lui sostiene quasi il contrario.

Molte delle rivalità più intense nascono tra persone che si assomigliano moltissimo.

Fratelli, Colleghi, Aziende concorrenti, Partiti vicini.

Non combattono perché sono troppo diversi.

Combattono perché stanno correndo verso lo stesso traguardo.

Girard svilupperà questa intuizione nei libri successivi, soprattutto in La violenza e il sacro (1972) e nel suo capolavoro, Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo (1978). Ma il nucleo della teoria è già tutto qui.

Più ci imitiamo, più rischiamo di perdere originalità.

Ed è proprio questa idea che Peter Thiel porterà fuori dalla filosofia e dentro il mondo dell’impresa.

Provate a osservare ciò che accade oggi in qualsiasi settore.

Le aziende studiano i concorrenti, Le università studiano le classifiche, Gli investitori osservano dove investono gli altri investitori, Le startup inseguono i settori di moda.

I professionisti costruiscono il proprio curriculum seguendo percorsi sempre più simili.

Naturalmente tutto questo è comprensibile. Imitare riduce il rischio. Se molti stanno andando nella stessa direzione, è rassicurante seguirli.

Ma è proprio qui che nasce una domanda.

Che cosa succede a una società quando tutti diventano bravissimi a seguire il percorso già tracciato, ma sempre meno persone provano ad aprirne uno nuovo?

È questa domanda, più ancora delle sue posizioni politiche o imprenditoriali, a segnare il punto d’incontro tra Girard e Peter Thiel.

 

II – L’innovazione come uscita dal mimetismo

È a questo punto che Peter Thiel sviluppa il pensiero di Girard.

La maggior parte dei libri di economia parte da una domanda molto semplice: come si crea ricchezza?

Thiel ne sceglie un’altra.

Come nasce qualcosa di veramente nuovo?

La differenza sembra sottile. In realtà cambia completamente la prospettiva.

In Zero to One (2014), scritto con Blake Masters a partire dalle lezioni tenute a Stanford, Thiel insiste su un’idea che, letta isolatamente, ha fatto discutere moltissimo. Ma letta attraverso Girard assume un significato diverso.

L’innovazione non consiste nel fare leggermente meglio ciò che già esiste.

Consiste nel fare qualcosa che, fino a quel momento, non esisteva affatto.

È il passaggio dallo “zero all’uno”.

Il resto, scrive Thiel, è semplicemente passare da uno a n: copiare, migliorare, espandere, ottimizzare. Non che questo non sia utile. Ma non è ciò che cambia davvero il mondo.

A questo punto provate a rileggere questa idea con gli occhi di Girard.

Se gli esseri umani tendono naturalmente a imitarsi, allora anche le organizzazioni finiranno per imitarsi. Le imprese osservano i concorrenti. I concorrenti osservano i leader del mercato. Gli investitori osservano gli altri investitori.

Perfino gli innovatori rischiano di inseguire ciò che è già diventato di moda.

All’improvviso ci si accorge che il problema non è la mancanza di competizione.

È l’eccesso di imitazione.

Questo, probabilmente, è il passaggio più originale del pensiero di Thiel.

Per decenni ci siamo abituati a considerare la concorrenza come un bene in sé. E, in larga misura, è vero: mercati aperti e contendibili hanno prodotto prosperità e innovazione.

Ma Thiel introduce una distinzione più sottile.

Esiste una competizione che spinge a creare. Ed esiste una competizione che spinge semplicemente a rincorrere.

Quando tutti cercano di migliorare dello 0,5% lo stesso prodotto, di servire gli stessi clienti e di conquistare lo stesso mercato, si genera un’intensa attività economica.

Ma non necessariamente un salto in avanti.

La domanda decisiva diventa allora un’altra.

Che cosa state costruendo che nessun altro sta costruendo?

È forse la domanda più famosa di Zero to One. Ma, prima ancora che una domanda imprenditoriale, è una domanda profondamente filosofica.

Perché invita a fare esattamente ciò che Girard riteneva tanto raro quanto difficile: sottrarsi al desiderio mimetico.

Naturalmente nessuno crea nel vuoto. Ogni innovazione nasce anche dal lavoro di chi è venuto prima.

Ma c’è una differenza enorme tra imparare dagli altri e limitarsi a seguirli.

Thiel insiste spesso su questo punto.

Le aziende di maggior successo non sono quelle che hanno vinto una gara.

Sono quelle che hanno cambiato il percorso della gara.

Pensiamo a Google.

Non è diventata dominante perché offriva un motore di ricerca appena migliore degli altri. Ha ridefinito il modo stesso in cui organizziamo l’informazione.

Pensiamo a SpaceX.

Per anni l’industria spaziale aveva dato per scontato che certi costi fossero inevitabili. SpaceX ha rimesso in discussione quel presupposto.

Si può discutere il successo o i limiti di ciascun esempio. Ma il punto è un altro.

L’innovazione, nella visione di Thiel, nasce quasi sempre da qualcuno disposto a mettere in dubbio ciò che tutti considerano ovvio.

Per questo motivo il suo rapporto con la concorrenza viene spesso frainteso.

Si sente ripetere che “Thiel è contro la concorrenza”.

In realtà la sua tesi è molto più interessante.

Una competizione puramente imitativa può assorbire enormi quantità di intelligenza senza produrre altrettanta originalità.

È una differenza decisiva.

Quando decine di aziende combattono per conquistare lo stesso spazio, il rischio è che dedichino sempre più energie a osservare i concorrenti e sempre meno a esplorare territori sconosciuti.

Il mercato continua a muoversi, ma il suo orizzonte tende a restringersi.

A questo punto assume un significato diverso anche un’altra parola che ha reso famoso Thiel: monopolio. Fuori dal contesto sembra quasi una provocazione. Dentro il suo ragionamento, invece, indica qualcosa di molto preciso.

Un’impresa che crea una tecnologia davvero nuova si trova, almeno per un periodo, in una posizione unica. Non perché qualcuno le abbia concesso un privilegio, ma perché nessun altro ha ancora trovato quella soluzione.

È un vantaggio conquistato innovando, non impedendo agli altri di competere.

Thiel vede in questa posizione temporanea una condizione favorevole per continuare a investire nella ricerca, assumere rischi e immaginare il passo successivo.

Che si condivida o meno questa conclusione, è difficile non riconoscere che deriva in modo coerente dal ragionamento precedente.

Se il vero nemico dell’innovazione è il mimetismo, allora il problema non diventa semplicemente quanta concorrenza esista, ma quale tipo di concorrenza una società incentivi.

È una domanda che, una volta formulata, continua a riaffiorare.

Perché non riguarda soltanto il mercato, Riguarda anche le università, La ricerca, Le istituzioni.

Perfino il modo in cui immaginiamo il futuro.

Ed è proprio seguendo questa domanda che il ragionamento di Thiel inizia lentamente a uscire dall’economia per diventare una riflessione molto più ampia sulla cultura contemporanea.

  • Thanks 1
Roberto M

 

III – Quando una civiltà smette di costruire

A questo punto il ragionamento di Thiel esce dall’impresa e diventa una riflessione sulla società.

La domanda non è più come nasca un’azienda innovativa.

La domanda diventa: che cosa rende innovativa un’intera civiltà?

La risposta di Thiel è meno ovvia di quanto possa sembrare.

Una società continua a innovare finché premia chi esplora strade nuove.

Smette di innovare quando diventa più conveniente perfezionare ciò che già esiste.

La differenza può sembrare sottile, ma cambia tutto.

Per buona parte del Novecento l’idea di progresso aveva un significato molto concreto. Significava costruire infrastrutture, produrre energia, sviluppare nuovi farmaci, rendere possibili cose che fino a pochi anni prima sembravano fantascienza. Era un progresso che si poteva quasi toccare con mano.

Negli ultimi decenni, osserva Thiel, il mondo ha continuato a fare passi da gigante nell’informatica e nel software. Sarebbe assurdo negarlo.

La domanda, però, è un’altra.

Perché la stessa accelerazione sembra essersi affievolita in molti settori del mondo fisico?

Perché costruiamo meno centrali nucleari di quante immaginassero gli anni Sessanta?

Perché il trasporto supersonico civile è scomparso invece di evolversi?

Perché molte grandi promesse della modernità sembrano essere rimaste tali?

Naturalmente non esiste una sola risposta.

La tecnologia è complessa. L’economia ancora di più.

Thiel, però, propone una spiegazione che merita attenzione.

Una civiltà può rallentare non soltanto perché le mancano le risorse o le conoscenze. Può rallentare perché cambiano gli incentivi.

Quando il premio più grande non va più a chi apre una strada nuova, ma a chi interpreta meglio il sistema esistente, l’energia creativa cambia direzione.

È una trasformazione silenziosa.

Non avviene in un giorno.

Avviene lentamente.

Le organizzazioni iniziano a dedicare sempre più tempo al rispetto delle procedure.

Le università imparano a misurare ciò che è facilmente misurabile.

Le grandi aziende diventano sempre più attente a ridurre ogni rischio.

Perfino la ricerca tende a privilegiare risultati prevedibili rispetto a intuizioni che potrebbero fallire.

Tutto questo ha una sua logica. Ogni istituzione cerca stabilità. Ogni regolazione nasce, almeno nelle intenzioni, per risolvere un problema reale.

Ma Girard ci invita a osservare un fenomeno curioso.

Gli esseri umani tendono naturalmente a prendere come modello ciò che viene premiato.

È una conseguenza del desiderio mimetico.

Se il riconoscimento va soprattutto a chi si adatta meglio alle regole esistenti, sempre più persone investiranno le proprie energie nell’adattamento.

Non perché siano meno intelligenti.

Perché è lì che il sistema orienta il desiderio.

A questo punto l’idea di Thiel acquista un significato diverso. La regolazione non rappresenta soltanto un insieme di norme. Può diventare anche un potente meccanismo culturale.

Non dice soltanto ciò che è consentito fare. Finisce, indirettamente, per suggerire ciò che vale la pena fare.

È una differenza sottile, ma decisiva. Quando il successo dipende soprattutto dalla capacità di muoversi all’interno del quadro esistente, l’immaginazione tende a lasciare spazio all’ottimizzazione.

Si migliora ciò che già c’è, si rischia meno, si esplora meno.

Ed è qui che il ragionamento torna, quasi naturalmente, a Girard.

Il desiderio mimetico non riguarda soltanto gli individui,  riguarda anche le istituzioni, le  università imitano le università, le imprese imitano le imprese, gli Stati osservano gli altri Stati.

Tutti imparano rapidamente quale comportamento venga premiato, molto più lentamente imparano a immaginare qualcosa di radicalmente diverso.

Se si segue fino in fondo il ragionamento di Girard e di Thiel, diventa difficile non chiedersi se una parte del progressismo contemporaneo non rischi, talvolta, di premiare più la conformità che la creatività; più l’adesione ai codici culturali dominanti che la capacità di aprire possibilità nuove; più la corretta interpretazione del presente che il coraggio di costruire il futuro.

Non è una critica al progresso.

Al contrario.

È una domanda sul significato stesso della parola “progresso”.

Perché una civiltà può continuare a produrre nuove regole, nuovi linguaggi, nuove procedure e nuove forme di organizzazione.

Ma il punto resta un altro. Sta ancora producendo abbastanza futuro?

È probabilmente questa la domanda che attraversa tutto il pensiero di Peter Thiel. Ed è anche la ragione per cui ridurlo a una semplice etichetta politica rischia di essere fuorviante.

Prima ancora che una teoria economica o una posizione ideologica, la sua è una riflessione filosofica sulle condizioni culturali che rendono possibile l’originalità.

Che cosa accade quando una società diventa straordinariamente capace di imitare, ma sempre meno capace di sorprendere?

Forse è proprio lì che il progresso comincia, lentamente, a cambiare significato.

 

Roberto M

 

IV – L’originalità è la risorsa più rara

A questo punto è più facile capire perché Peter Thiel venga così spesso frainteso.

Se si prendono alcune sue frasi isolate — sulla concorrenza, sui monopoli o sul ruolo delle istituzioni — è facile liquidarle come idee bizzarre deliranti. Ma lette all’interno del percorso iniziato da Girard raccontano una storia diversa.

Non parlano soltanto di economia, parlano della natura umana.

Girard descrive un uomo che tende spontaneamente a imitare. Thiel si chiede che cosa accada quando questo meccanismo diventa il principio dominante anche nell’economia, nella ricerca, nelle istituzioni e, più in generale, nella cultura.

La sua risposta non è che la competizione sia sbagliata, ma che una società dovrebbe chiedersi quale tipo di competizione stia premiando.

Esiste una competizione che costringe tutti a rincorrersi, ma esiste anche una competizione che nasce dall’apertura di strade completamente nuove.

La prima rende il sistema più efficiente, la seconda cambia il sistema.

È una distinzione che vale ben oltre il mondo delle imprese, vale  per la scienza, per  l’università, per la politica e perfino anche per la cultura.

Ogni civiltà, prima o poi, deve decidere se investire le proprie energie soprattutto nel perfezionare ciò che conosce o nel creare ciò che ancora non conosce.

Naturalmente nessuna società può vivere senza regole, istituzioni e procedure. Sarebbe una conclusione tanto semplice quanto sbagliata.

La domanda è un’altra.

Quando questi strumenti, nati per rendere possibile la creazione, rischiano di diventare essi stessi il centro dell’attività, l’equilibrio può cambiare.

Se il riconoscimento va prevalentemente a chi interpreta meglio il sistema esistente, è naturale che sempre più persone concentrino lì il proprio talento.

Non è un problema di buona o cattiva volontà.

È il modo in cui funzionano gli incentivi.

Ed è proprio qui che, forse, il dialogo tra Girard e Thiel diventa più attuale.

Entrambi ci invitano, da prospettive diverse, a diffidare del conformismo.

Girard mostra come il desiderio umano tenda continuamente a convergere sugli stessi modelli.

Thiel si domanda se una civiltà possa continuare a innovare quando questa convergenza diventa la sua forza dominante.

Non offre una risposta definitiva.

Offre una domanda.

Ed è forse la domanda più importante del suo pensiero.

Una società produce davvero progresso quando diventa sempre più abile a gestire l’esistente?

Oppure il progresso nasce, ogni volta, da qualcuno disposto a mettere in discussione ciò che tutti gli altri considerano ormai inevitabile?

Forse è questa la ragione per cui vale ancora la pena leggere Peter Thiel.

Non tanto per condividere ogni sua conclusione.

Ma perché costringe a riconsiderare alcune convinzioni che diamo spesso per scontate.

E forse è questa anche l’eredità più profonda di René Girard.

Averci ricordato che la forza più potente nelle società umane non è quasi mai la coercizione.

È l’imitazione.

Se questa intuizione è corretta, allora anche il progresso assume un significato diverso.

Non dipende soltanto dal capitale, dalla tecnologia o dalle istituzioni.

Dipende dalla capacità, sempre più rara, di immaginare qualcosa che nessun altro sta ancora immaginando.

In fondo, tutta la riflessione di Thiel potrebbe essere riassunta in una domanda semplice.

Che cosa state costruendo che nessun altro sta costruendo?

È una domanda rivolta agli imprenditori.

Ma forse riguarda tutti noi.

 

Se volete approfondire

Se questo percorso vi ha incuriosito, vale la pena leggere direttamente gli autori. Le loro opere sono molto più ricche di qualsiasi sintesi.

René Girard

Menzogna romantica e verità romanzesca (1961). È il libro in cui nasce la teoria del desiderio mimetico. Una lettura sorprendente, ancora oggi.

La violenza e il sacro (1972). L’applicazione della teoria all’origine della violenza, del sacrificio e delle istituzioni.

Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo (1978). Il suo capolavoro. Più impegnativo, ma probabilmente uno dei grandi libri di filosofia del Novecento.

Peter Thiel

Zero to One (2014). Il libro che ha reso celebre la sua filosofia dell’innovazione.

The Diversity Myth (1995). Meno conosciuto, ma utile per comprendere le origini della sua riflessione sul conformismo culturale.

Il modo migliore per farsi un’idea di questi autori resta sempre lo stesso: leggerli direttamente. Molte etichette attribuite a Girard e a Thiel, in un senso o nell’altro, tendono a semplificare un pensiero che merita di essere affrontato nelle sue fonti originali.

 

briandinazareth

Mi chiedevo due cose:

Come sarebbe uscito Roberto m dal numero enorme di previsioni, vaccate e simili, su trump vannacci, iran ecc, senza dover mettere in discussione qualcosa ed ammettere che non ci aveva capito una fava. 

 

Mi chiedevo anche chi sarebbe stato il primo a, rimanere affascinato da Girard e i suoi tentativi di applicazione che thiel apertamente supporta.

Compresa la negazione della democrazia e della libertà in nome del potere di pochissimi semidei selezionati per censo.

 

ps @Roberto M hai letto tutti i libri che con così tanto ardore consigli nel tuo intervento?

  • Melius 1
Gaetanoalberto

Affascinante. C’è solo un problema: Girard, in modo neutrale e con ispirazione cristiana, critica l’omologazione forzata ed una certa cultura del vittimismo, in chiave antitotalitaria  e da superare attraverso la fede e l’amore verso il prossimo, accettandone e coltivandone le differenze.

Thiel, usa le idee di Girard in chiave turbocapitalista, per giustificare il monopolio, criticare le democrazie e legittimare gli autoritarismi, con la finalità prima di eliminare ogni forma di possibile controllo e fiscalità redistributiva.

  • Melius 1
briandinazareth

@Gaetanoalberto

Per questo chiedevo se i libri fossero stati letti.

 

la mia impressione è che ci troviamo di fronte ad un nuovo innamoramento... 

 

15 minuti fa, Roberto M ha scritto:

Che cosa state costruendo che nessun altro sta costruendo?

È una domanda rivolta agli imprenditori.

Ma forse riguarda tutti noi.

 

Questo pensiero è quel tipo di roba che si trova nei libri di autoaiuto americani... 

 

  • Melius 1
  • Haha 1
Gaetanoalberto
Adesso, briandinazareth ha scritto:

Questo pensiero è quel tipo di roba che si trova nei libri di autoaiuto americani... 

mah…  quella dell’idea innovativa è una sollecitazione rispettabile, non si vede perchè debba essere praticata in chiave distruttiva dei legami sociali.

Roberto M
9 minuti fa, Gaetanoalberto ha scritto:

C’è solo un problema: Girard, in modo neutrale e con ispirazione cristiana, critica l’omologazione forzata ed una certa cultura del vittimismo, in chiave antitotalitaria  e da superare attraverso la fede e l’amore verso il prossimo, accettandone e coltivandone le differenze.


Caro Gaetano,  

Sto finendo di leggere Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo e, con tutto il rispetto, ho l’impressione che questa lettura di Girard sia un po’ riduttiva.
Girard non mi sembra anzitutto il filosofo dell’“accettare e coltivare le differenze”.

Il focus è un altro: il desiderio mimetico, cioè la tendenza degli uomini a imitarsi fino a desiderare le stesse cose.
È proprio questa crescente somiglianza — non la differenza — a generare rivalità, crisi mimetica e violenza.

Il cristianesimo, nella sua lettura, non si limita a proporre un’etica dell’amore: soprattutto smaschera il meccanismo del capro espiatorio, rivelando l’innocenza della vittima.

Mi sembra che la sua antropologia sia molto più complessa di un semplice invito a “coltivare le differenze”.

 

briandinazareth
2 minuti fa, Gaetanoalberto ha scritto:

mah…  quella dell’idea innovativa è una sollecitazione rispettabile, non si vede perchè debba essere praticata in chiave distruttiva dei legami sociali.

 

Perché nel pensiero di thiel non si tratta dell'idea innovativa in se e del suo apporto positivo nella società e del singolo,  certamente rispettabile e positiva, ma della classificazione degli untermensch e della casta per censo,  ammantata di una legittimazione inventata che giustifica la divinizzazione di se.

Roberto M
17 minuti fa, Gaetanoalberto ha scritto:

Thiel, usa le idee di Girard in chiave turbocapitalista, per giustificare il monopolio, criticare le democrazie e legittimare gli autoritarismi, con la finalità prima di eliminare ogni forma di possibile controllo e fiscalità redistributiva.

 


Su Thiel e’ vero che rielabora le idee di Girard focalizzandola sul mondo dell’impresa e dell’innovazione.
Però mi sembra riduttivo dire che utilizzi Girard semplicemente per giustificare il monopolio o l’autoritarismo.
In Zero to One il monopolio che difende non è quello fondato su privilegi o protezioni statali, bensì quello che nasce dall’innovazione radicale: creare qualcosa che prima non esisteva.

La sua tesi, condivisibile o meno, è più sottile: una competizione puramente imitativa può spingere imprese e istituzioni a rincorrersi reciprocamente invece che ad aprire strade nuove.

Si può non condividere questa lettura, naturalmente, ma credo meriti di essere discussa nel merito, senza ridurla a una semplice giustificazione del “turbocapitalismo”.

Magari e’ più turbocapitalista il mimetico copiatore seriale che copia, delocalizza, risparmia sulla mano d’opera e soprattutto su ricerca e sviluppo,  e così tarpa le ali sul nascere a chi innova. 
Forse è proprio qui che il dialogo con Girard diventa più interessante e, almeno per me, vale la pena continuare ad approfondirlo.

 

briandinazareth
11 minuti fa, Roberto M ha scritto:

l desiderio mimetico, cioè la tendenza degli uomini a imitarsi fino a desiderare le stesse cose.
È proprio questa crescente somiglianza — non la differenza — a generare rivalità, crisi mimetica e violenza.

 

La violenza non è mai stata così bassa almeno da quando siamo diventati pastori e agricoltori,  basta questo a smontare questo mito. 

Non che non esista l'imitazione,  è quasi scontato, ma è solo uno dei tanti fattori sociali che intervengono nella competizione umana.  

 

in più la società moderna è molto più ricca di modelli diversi rispetto ad un tempo,  dove l'imitazione era più forte e necessaria per essere accettati.

 

basta pensare a quanto i ruoli,  sociali,  di genere,  estetici ecc. Siano molto più vari oggi rispetto alle società meno secolarizzate e obbligatoriamente conformiste.

5 minuti fa, Roberto M ha scritto:

non è quello fondato su privilegi o protezioni statali, bensì quello che nasce dall’innovazione radicale: creare qualcosa che prima non esisteva.

Mi pare di aver capito che PT non critichi i privilegi e le protezioni statali, ma la direzione in cui questi vengono indirizzati. 

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