campaz Inviato Sabato alle 14:02 Inviato Sabato alle 14:02 Nel mio peregrinare per la storia del jazz mi sono imbattuto in una recensione di Down Beat davvero peculiare. La rivista americana, quando recensisce i dischi, assegna da una a cinque stelle. Ebbene, nel numero del 23 settembre 1965 al buon Albert Ayler, con una mossa senz'altro coraggiosa... non ne ha assegnata nessuna! Mi era capitato di leggere doppie recensioni per dischi controversi (una scritta da un giornalista aperto alle novità, l'altra da un conservatore), ma un caso come questo non lo ricordo. Devo essere sincero: ascoltando il disco non mi sono scandalizzato più di tanto, ma è anche vero che sono passati 61 anni... Riporto una traduzione della recensione (per la quale mi sono avvalso di Google Translate e OpenAI). Una stroncatura del genere, comunque, sicuramente restituisce valore a un'operazione coraggiosa. […] L'esibizione di Ayler è stata registrata durante il concerto di musica d'avanguardia tenutosi il 1° maggio alla Town Hall di New York, sotto l'egida di Bernard Stollman e della ESP-Disk, etichetta di proprietà dello stesso Stollman. È difficile ipotizzare il motivo di tale registrazione, poiché ciò che è stato conservato su questo LP (inciso su un solo lato) rappresenta forse l'espressione più informe, incoerente e — molto probabilmente — più maldestra di quegli esiti estremi della "New Thing" che mi sia mai capitato di ascoltare. La prima metà dell'opera è un caotico e turbolento miscuglio infernale di suoni disparati: stridii, belati, grida, nitriti e quant'altro; un guazzabuglio musicale praticamente impossibile da descrivere. Sembra un pollaio in preda alla follia. Ayler è indubbiamente capace di ottenere una vasta gamma di effetti dal suo strumento, ma la musica è qualcosa di più di un semplice catalogo di effetti. Il fatto di esibire sul palco una sequenza di emozioni non compiute attraverso uno strumento musicale non equivale, di per sé, alla creazione di un disegno musicale coerente. Pur riconoscendo l'importanza dell'atto creativo nella musica odierna, ciò che viene generato attraverso tale atto consapevole deve essere guidato da un'intelligenza musicale e deve poter reggere e essere giudicato secondo i propri termini — come opera compiuta — indipendentemente dall'atto stesso. Ed è proprio questo il difetto del lavoro di Ayler: ascolti ripetuti non rivelano alcun disegno, alcuna intelligenza, alcuna coerenza; nessuna arte, insomma. (Il fatto di poter riprodurre a piacimento la sequenza di suoni udita quella sera sul palco della Town Hall, semplicemente mettendo questa testimonianza registrata sul piatto di un giradischi, non equivale certo all'esistenza di un disegno o di un'unità musicale. L'unità deve essere intrinseca all'esperienza musicale stessa e deve scaturire dalla consapevolezza degli artisti coinvolti). La seconda metà della composizione utilizza alcuni motivi semplici, di ispirazione popolare, sui quali gli esecutori tornano di tanto in tanto (dunque, un piano c'era, dopotutto). Ciò che fa da ponte fra questi segmenti, tuttavia, è quel disordine febbrile e ancora informe che caratterizza la prima parte; ancora una volta, forse la grande importanza che questi musicisti attribuiscono al ruolo dell'intuizione in questo genere musicale può portare a risultati significativi; non resta che sperare che abbiano ragione. Ma ciò sembrerebbe richiedere musicisti più preparati e sensibili di quelli saliti sul palco della Town Hall quella sera; oppure, semplicemente, hanno avuto una serata no. […] 1
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