ferdydurke Inviato 19 Settembre Inviato 19 Settembre A dopo 5 anni stiamo ancora a parlare di Ucraina? 1
Questo è un messaggio popolare. wow Inviato 19 Settembre Questo è un messaggio popolare. Inviato 19 Settembre Soprattutto c'è una vecchia massima che recita che a trattare occorre essere in due. Qui non solo una delle due parti non si sogna minimamente di farlo, ma più dall'esterno si spinge l'altra parte a farlo, più quella che non vuole scendere a patti si irrigidisce sulle proprie posizioni. Questo regola, che non so se è compresa nella teoria dei giochi (in caso contrario si provveda 😁) o non vuole entrare nella testa dei falsi pacifisti o conferma il fatto che quest'ultimi in realtà chiedono agli ucraini la resa. Resta il fatto che se i russi cessassero le azioni militari e non minacciassero più gli ucraini, si avrebbe la pace, se lo facessero gli ucraini cesserebbero di esistere nello spazio di pochi giorni, quanto meno come popolo libero. I pacifisti per convenienza, per altro, ignorano che una resa ucraina non si risolverebbe in un grandissimo accordo a tarallucci e vino, ma comporterebbe uno stato di guerriglia continua, una sanguinosissima repressione di tutti gli ucraini coinvolti nella resistenza antirussa e in massicci spostamenti di popolazione anche verso la UE. Se invece di pappagallare travagliate ... 4
criMan Inviato 19 Settembre Inviato 19 Settembre 3 ore fa, claravox ha scritto: Purtroppo contro certe ossessioni non c'è reattore che tenga. 😉 ma stai parlando di te in terza persona. Grande😁
Questo è un messaggio popolare. wow Inviato 19 Settembre Questo è un messaggio popolare. Inviato 19 Settembre Da facebook DIEGO BIANCHI, LA RESISTENZA UCRAINA E QUELLA FRASE: «IN ITALIA HA VINTO PUTIN» __Diego Bianchi, Zoro, mi è sempre stato simpatico. Proprio perché, pur venendo da un mondo culturale chiaramente di sinistra, a Propaganda Live ha spesso saputo usare l’ironia per guardare la politica senza trasformarla continuamente in una predica. Poi arriva una sera a Otto e mezzo. In studio ci sono Pier Luigi Bersani, Diego Bianchi e Virginia Libero, segretaria dei Giovani Democratici. Ed è proprio lì che Bianchi dice qualcosa che, nel panorama televisivo italiano di oggi, merita di essere ascoltato fino in fondo. La puntata è quella del 17 settembre e LA7 ha poi pubblicato il passaggio integrale. Il punto di partenza sono le parole pronunciate da Virginia Libero alla Festa dell’Unità: ___se le destre ci porteranno alla guerra, «alle armi andateci voi», perché «noi organizzeremo i disertori». ___Parole che avevano già provocato una discussione dentro lo stesso PD: ___Giorgio Gori, per esempio, aveva ricordato che non fu precisamente questa la scelta dei giovani che parteciparono alla Resistenza. Ed è qui che interviene Bianchi. Non urla. Non fa comizi. Non ha bisogno di inventarsi una teoria geopolitica. Fa una cosa molto più semplice: ricorda la storia. Quando cominciò l’invasione russa su larga scala dell’Ucraina, dice, quella era innanzitutto «una storia di resistenza». E una persona di sinistra avrebbe dovuto riconoscervi qualcosa di tremendamente familiare: __un popolo aggredito che decide di non consegnarsi all’aggressore. Poi Bianchi racconta di avere intervistato dei partigiani italiani. Gli parlavano degli aviolanci degli americani e degli inglesi e della felicità con cui ricevevano quelle armi. E pone la domanda che manda in frantumi tanta retorica pacifista: __quelle armi, esattamente, a cosa servivano? Servivano a combattere. I partigiani non ricevevano dagli Alleati mazzi di fiori. Ricevevano armi e le utilizzavano contro fascisti e nazisti. La pace sarebbe arrivata dopo. E Bianchi aggiunge una cosa ancora più importante: ___quella non è semplicemente una storia «di sinistra». È una storia italiana. La storia dell’Italia libera e pacifica nasce anche da uomini e donne che, quando fu necessario, decisero di combattere. Poi arriva la frase che mi ha colpita più di tutte: «Non so chi stia vincendo in Ucraina, ma ho l’impressione che in Italia abbia vinto Putin». Una frase enorme. Non significa affermare che chiunque sia contrario all’invio di armi sia putiniano. ___Né significa sostenere che ogni scelta compiuta dall’Ucraina o dai suoi alleati debba essere sottratta alla critica. Significa porre una domanda molto più scomoda: ___come siamo arrivati, dopo anni di guerra, a discutere così spesso dell’aggredito dimenticandoci progressivamente dell’aggressore? Ed è significativo che oggi, 19 settembre, ___Il Foglio abbia dedicato proprio a questo intervento un editoriale dal titolo __La perfetta lezione partigiana di Zoro sull’Ucraina ai disertori e all’Italia putiniana. Il giornale sottolinea precisamente la contraddizione di una parte della sinistra che celebra ogni 25 aprile la Resistenza e contemporaneamente fatica a riconoscere il problema posto da un paese che chiede armi per resistere a un’invasione. ___L’editoriale de Il Foglio su Diego Bianchi E c’è qualcosa che trovo particolarmente interessante: a pronunciare quelle parole non è stato un uomo della destra italiana. È stato Diego Bianchi. Zoro. Il conduttore di Propaganda Live, davanti a Bersani e alla segretaria dei Giovani Democratici. Ed è forse proprio per questo che quelle parole hanno fatto tanto rumore. Perché costringono una certa sinistra a confrontarsi non con Giorgia Meloni, non con la NATO, non con il solito avversario politico al quale attribuire automaticamente intenzioni guerrafondaie, ma con la propria storia. La pace è il fine. Certamente. Ma la storia europea ci ha insegnato qualcosa di terribile che fingiamo continuamente di dimenticare: non sempre basta desiderare la pace perché la pace esista. A volte qualcuno decide di attraversare un confine con i carri armati. E a quel punto la domanda non è più soltanto «volete la pace?». La vogliono quasi tutti. La domanda diventa molto più difficile: che cosa deve fare chi viene aggredito? Diego Bianchi, per una sera, ha ricordato una risposta che gli italiani conoscono benissimo. Perché prima di diventare memoria, celebrazione e corone di fiori, anche la nostra Resistenza fu fatta da persone che decisero di non arrendersi. E quelle armi che arrivavano dal cielo non impedirono la pace. Contribuirono a rendere possibile la liberazione dalla quale quella pace nacque 2 3
motta Inviato 19 Settembre Inviato 19 Settembre Cita Superfuzz, forse non ti rendi conto che L'Ucraina è spacciata. E che poi toccherà a noi la ricostruzione. Avanti così PS Meglio una pace ingiusta che una guerra giusta. Io mi chiamo Tommaso.
loureediano Inviato 20 Settembre Inviato 20 Settembre Nel PD le cariatidi non si contano più a cominciare dalla segretaria Se li spazzassero via i giovani del PD potrei tornare a votarli
claravox Inviato 20 Settembre Inviato 20 Settembre Chi pontifica di guerra comodamente da casa dimentica quale sia la realtà: in Ucraina la vera resistenza la stanno portando avanti le famiglie e la gente normale che tentano di sottrarre i propri cari ai rastrellamenti forzati e alle aggressioni dei reclutatori militari, che prelevano la gente per strada per mandarla al massacro.
claravox Inviato 1 Ottobre Inviato 1 Ottobre Chi attacca chi In mancanza di droni freschi per foraggiare la “guerra ibrida” di Putin, il Giornale Unico titola che la Russia minaccia la Nato con le atomiche. In realtà il Cremlino ha sì scritto di esser pronta a usare “l’intero arsenale di armi a sua disposizione”, ma per “difendere” ciò che è suo in base agli accordi di Potsdam del 1945: la regione di Kaliningrad, l’exclave russa staccata dal resto della Federazione, pinzata fra Lituania, Polonia e mar Baltico. Kaliningrad è la Könisberg fondata nel 1255 dai Cavalieri teutonici, poi capitale della Prussia orientale, città natale di Kant (il filosofo della pace perpetua), devastata nel 1944 dalle bombe inglesi, strappata dall’Armata rossa ai nazisti nel 1945, ribattezzata in onore del bolscevico Kalinin e quartier generale della Flotta del Baltico sovietica (è l’unico porto che in quel mare non ghiaccia tutto l’anno). Nel 1991, col crollo dell’Urss e l’indipendenza delle Repubbliche baltiche, Kaliningrad si ritrova isolata dal resto della Russia e la situazione si aggrava quando la Nato ingloba Estonia, Lettonia e Lituania che – aspramente russofobi per ragioni storiche – iniziano a discriminare le minoranze russe (oltre un quarto del popolo lettone, il 24% di quello estone e l’8% di quello lituano): limiti all’uso della lingua e caccia ai simboli della vittoria sul nazismo. L’escalation si acuisce con la guerra in Ucraina. Basta sentir parlare l’estone Kaja Kallas, rappresentante della politica estera Ue, che sogna “una Russia più piccola e divisa in tanti Stati”. Nel 2026 parte l’offensiva su Kaliningrad. Il 19 maggio il ministro degli Esteri lituano, Budrys, dichiara: “Dobbiamo dimostrare ai russi che possiamo penetrare la piccola fortezza che hanno costruito a Kaliningrad. La Nato ha i mezzi necessari per distruggere le basi russe nell’exclave”. Il 18 agosto la Nato avvia un’esercitazione militare di quattro giorni intorno a Kaliningrad simulando un assedio: manovre terrestri e navali, cieli sbarrati da decine di caccia intercettori e sistemi di disturbo elettronici. Il 15 settembre il ministro degli Esteri estone Tsahkna butta lì: “Potremmo semplicemente occupare Kaliningrad”. “Potremmo” nel senso di “armiamoci e partite”: l’esercito estone non potrebbe occupare neppure un pollaio e la guerra alla Russia agognata dai Baltici dovremmo farla noi. Infatti la Lituania, per trascinarci in guerra, passa a El Mundo un falso report della Cia su inesistenti piani russi per attaccare Italia, Spagna e Francia. E il 22 settembre il Parlamento lituano modifica la Costituzione per rimuovere il divieto di installare sul territorio basi militari straniere e armi di distruzione di massa: cioè testate nucleari americane puntate su Kaliningrad. Ossia contro la Russia. Secondo voi, chi sta minacciando chi? Di Marco Travaglio 1
claravox Inviato 3 Ottobre Inviato 3 Ottobre Nel dibattito attuale si trascura una spaccatura evidente: da un lato le élite politiche e mediatiche che spingono per riarmo ed escalation, dall'altro una popolazione in gran parte refrattaria alla narrazione bellicista. Più che da un pacifismo organizzato, questo rifiuto nasce da un puro istinto di autoconservazione: in una società frammentata, il cittadino rifiuta il sacrificio e non riconosce più come legittima la classe politica. Il rischio concreto è che, mancando un vero consenso, si cerchi di fabbricare l'ossessione del "nemico esterno" per compattare il fronte interno e giustificare deriva autoritaria ed economia di guerra. Sottrarsi a questa "cattura cognitiva" è la vera sfida.
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