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Demolire il benchmark


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17 minuti fa, Panurge ha scritto:

non è così, o meglio fino ad ora non è stato così, solo  adesso cominciano a vedersi segni preoccupanti di potenziale dialogo fra afd e una parte della grande imprenditoria, se ci sono stati appoggi prima scommetterei sull'est e sui tecno monarchi.

 

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44 minuti fa, simpson ha scritto:

Se quei tre MILIARDI di euro all'anno spesi in farmaci li dessimo tutti gli anni all'università per fare il lavoro della casa farmaceutica, secondo me le cose andrebbero diversamente.

Sicuramente.

 

45 minuti fa, simpson ha scritto:

Sono scelte politiche

Dovrebbero esserlo: ma se il cittadino non ha il senso dello Stato, inteso come insieme di persone che convivono seguendo regole comuni, ma solo il senso di se stesso, e solo il senso del denaro non si va da nessuna parte.

Ci sono anche virtuosi esempi di fondazioni private che raggiungono grandi risultati: ma alla base c'è sempre la solidarietà, c'è una grande massa di persone che si priva di qualcosa per raggiungere una meta che non necessariamente riguarda lui direttamente.

Se togli l'elemento profitto le cose cambiano drasticamente: in meglio.

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@Velvet

Riflettevo su come i social siano il ribaltamento delle maschere di Pirandello. Scriveva l'autore: “C’è una maschera per la famiglia, una per la società, una per il lavoro.”

I social, ed anche questo lo è, grazie al relativo anonimato, consentono di indossare la maschera che desidera e si vorrebbe mostrare, non le maschere imposte dal contesto sociale in cui si vive.

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41 minuti fa, senek65 ha scritto:

Se togli l'elemento profitto le cose cambiano drasticamente: in meglio.

Eh, però la vecchia smetterà di trottare, prenderà dei kili di troppo, abbasserà la produttività, deprimerà le borse...e provocherà sincero dispiacere al super liberista di turno.

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mariovalvola
1 ora fa, Panurge ha scritto:

@mariovalvola basta aver studiato sia i keynesiani che i cosiddetti  super liberisti per vedere la differenza, il bazooka utilizzato per difendere l'euro come le richieste di intervento delle istituzioni in vari ambiti sono quanto di meno super liberista esista

 

Draghi stesso, nel 2014, ricordando Caffè, ammise esplicitamente di aver avuto una «vita professionale» molto diversa da quella del maestro e parlò di «differenti interpretazioni» dei suoi insegnamenti. È un'ammissione piuttosto significativa. Nello stesso discorso ricordò anche che la sua tesi di laurea del 1970, svolta sotto la guida di Caffè, sosteneva che le condizioni per una moneta unica non esistevano ancora.
1. Draghi al Tesoro non si comporta da continuatore della tradizione di Caffè.
Dal 1991 al 2001 è direttore generale del Tesoro e dal 1993 presiede il Comitato per le privatizzazioni. La stessa Banca d'Italia ricorda che in quel periodo guidò le principali cessioni pubbliche effettuate dallo Stato.
Nel famoso intervento del 2 giugno 1992 sul Britannia, Draghi presenta la privatizzazione come una scelta destinata a modificare profondamente il rapporto tra settore pubblico e privato. Non stiamo parlando di un dettaglio marginale della sua carriera: la privatizzazione delle imprese pubbliche fu uno dei grandi processi economici che Draghi contribuì concretamente a realizzare negli anni al Tesoro. Questo è difficilmente conciliabile con l'idea di Caffè come semplice sostenitore del primato dell'efficienza dei mercati. La cultura economica di Caffè era invece profondamente critica nei confronti dell'idea che il mercato, lasciato a sé stesso, fosse sufficiente a garantire occupazione, equilibrio sociale e benessere.
2. La filosofia istituzionale di Maastricht è lontana dalla discrezionalità keynesiana.
L'architettura nella quale Draghi opera e che da uomo delle istituzioni europee difende è quella della disciplina fiscale: il Trattato stabilisce i riferimenti del 3% di deficit e del 60% di debito, mentre il successivo Patto di stabilità rafforza la sorveglianza sui bilanci nazionali. E' proprio qui che emerge la differenza con Keynes che attribuisce alla politica fiscale discrezionale un ruolo fondamentale nella stabilizzazione della domanda e dell'occupazione; l'architettura europea costruita intorno a Maastricht nasce invece per limitare e disciplinare la discrezionalità fiscale nazionale. Non significa che ogni regola fiscale sia «anti-keynesiana» in assoluto: sarebbe una semplificazione. Significa che la filosofia istituzionale della moneta unica non nasce dalla tradizione di Caffè.

3. La BCE di Draghi è ancora più istruttiva.
Draghi è stato un presidente della BCE estremamente interventista. Il «whatever it takes» del 2012 e il successivo OMT sono stati strumenti potentissimi per impedire la disgregazione dell'euro. Chiamare tutto questo «keynesismo» significa confondere strumento e teoria economica.
Il QE è politica monetaria, non politica fiscale. E può essere sostenuto da tradizioni teoriche differenti. Inoltre il mandato della BCE ha come obiettivo primario la stabilità dei prezzi; crescita e occupazione sono obiettivi da sostenere senza pregiudicare la stabilità dei prezzi. La stessa BCE lo ribadisce esplicitamente.
Quindi Draghi non ha trasformato la BCE in una banca centrale keynesiana. Ha utilizzato al massimo della potenza gli strumenti che il suo mandato gli consentiva di utilizzare quando la sopravvivenza dell'euro era in pericolo.
Ed è proprio questo il tratto caratteristico di Draghi: il pragmatismo.
4. La prova migliore contro l'etichetta semplicistica di «keynesiano» è lo stesso Draghi.
Nel suo discorso del 2014 dedicato a Caffè, Draghi parla della necessità di combinare politiche dal lato della domanda e dell'offerta, ma contemporaneamente insiste sulle riforme strutturali, sulla concorrenza e sul funzionamento dei mercati del lavoro e dei prodotti.
Questa non è la concezione di uno Stato che sostituisce strutturalmente il mercato: è la concezione di un'economia di mercato nella quale lo Stato deve intervenire quando il mercato e le istituzioni producono risultati inefficienti o quando si verifica una crisi sistemica.
5. Poi arriva il 2020, e qui Draghi cambia registro.
Il 18 agosto 2020, al Meeting di Rimini, pronuncia il passaggio sul «debito buono» che effettivamente ricorda molto Keynes: il debito può essere sostenibile se finanzia investimenti nel capitale umano, infrastrutture e ricerca; diventa invece problematico se finanzia impieghi improduttivi.
E soprattutto Draghi dice una cosa molto importante: nella pandemia la politica economica è diventata «più pragmatica» e i governi possono usare «maggiore discrezionalità».
Questo è certamente un Draghi molto più vicino alla sensibilità keynesiana.
Da presidente del Consiglio, poi, mette effettivamente al centro investimenti pubblici, sanità, scuola, ricerca, infrastrutture e politiche espansive. Nel discorso programmatico del febbraio 2021 afferma esplicitamente che la risposta alla pandemia e alla transizione ecologica deve comprendere politiche monetarie e fiscali espansive capaci di agevolare gli investimenti e creare domanda.
Ma anche qui il contesto conta: siamo dentro la più grave crisi economica dal dopoguerra e dentro il nuovo quadro europeo inaugurato da Next Generation EU. Infatti lo stesso Draghi, nel 2021, non abbandona affatto la sua impostazione precedente: parla di concorrenza, riforma della pubblica amministrazione, giustizia, riduzione della pressione fiscale, attrazione degli investimenti privati e ruolo dello Stato come soggetto che utilizza «spesa per ricerca e sviluppo, istruzione, formazione, regolamentazione, incentivazione e tassazione».

Quindi, se vogliamo essere seri, la conclusione non è «Draghi è un neoliberista e basta», perché sarebbe altrettanto caricaturale quanto definirlo keynesiano.
La conclusione è questa:
Draghi è stato un economista mainstream e un uomo delle istituzioni europee, fortemente favorevole all'economia di mercato, alle privatizzazioni, alla disciplina finanziaria e alle riforme strutturali. Ma è anche un pragmatico che, davanti alle crisi sistemiche, ha utilizzato senza esitazione strumenti espansivi e interventi pubblici di dimensione straordinaria.

Ed è proprio qui che la distanza da Caffè rimane fondamentale.

Caffè non pensava all'intervento pubblico come a una flebo da attaccare al malato quando sta morendo. Lo considerava parte permanente dell'architettura economica e sociale: occupazione, welfare, redistribuzione e regolazione dei mercati erano elementi strutturali della politica economica.
Draghi, invece, tende a considerare l'intervento pubblico come uno strumento da usare pragmaticamente quando necessario, senza mettere in discussione il primato dell'economia di mercato.

Perciò essere stato allievo di Caffè è un fatto biografico importante. Essere stato influenzato da Caffè è un'altra cosa. Essere «keynesiano» nel senso inteso da Caffè è un'altra cosa ancora.
E se si guarda non alle fotografie prese nei momenti di emergenza ma all'intera carriera di Draghi, la definizione di «keynesiano» semplicemente non regge molto bene.

 

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2 ore fa, Panurge ha scritto:

Nel programma per i 100 giorni, denominato «Vision 2026»

2 ore fa, Panurge ha scritto:

E soprattutto, c’è la «remigrazione», le espulsioni di massa. Magari per reagire alla supposta sostituzione della popolazione tedesca con i migranti, uno dei più oscuri complotti denunciati dall’estrema destra di tutta Europa, al quale Siegmund dice di credere. E pazienza se la Sassonia-Anhalt ha una delle più basse quote di stranieri tra i Länder tedeschi (meno del 9%).

È la versione vetero-continentale del Project 2025. Portano avanti la stessa agenda. Viene tutto da lì. Tutti i programmi delle estreme destre europee sono ciclostilati a partire dal Project 2025.

.

2 ore fa, Panurge ha scritto:

tagliare i fondi ad associazioni e organizzazioni di sinistra e abolire le visite scolastiche ai memoriali dell’Olocausto. Inoltre, vuole che il Land esca dal sistema di emittenza pubblica e promette la revisione dei programmi di storia delle scuole, nelle quali, sostiene, vanno vietate le bandiere arcobaleno, visto che l’inclusione dovrebbe essere abolita.

Sono quelli del free speech e prove me wrong. Solo fino a un secondo dopo l'ingresso nella stanza dei bottoni. Tutto già visto, se uno conosce un po' di storia del '900, ma proprio il bignamino del bignami, ma se li chiami ignoranti fanno i finti offesi, in realtà se ne compiacciono.
Bentornati all'era:

"War is peace
Freedom is slavery
Ignorance is strength"

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1 ora fa, Gaetanoalberto ha scritto:

Mah. Il profitto è stato anche la base di molti aspetti del progresso.

Non butterei il bambino con l'acqua sporca.

Non è il profitto in sé: è il profitto in determinati aspetti dell'esistenza umana.

Ovviamente è una mia personale visione, ma non puoi paragonare la vita umana al profitto economico.

Così come non puoi parametrare determinati eventi al loro costo economico. 

La storia è piena zeppa di catastrofi accadute per motivi economici, di profitto. Ci sono un'infinità di esseri umani la cui miserrima esistenza è tale per ragioni di profitto economico.

Facciamo guerre in nome del profitto economico.

Abbiamo inquinato i mari nel nome del profitto economico. 

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