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Ristampe in vinile Blue Note Tone Poet e Blue Note Classic


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6 ore fa, aemme ha scritto:

Vedrò quindi anche se alcune volte acquisto da jpg Germania.... 

Prima lo facevo anche io...soprattutto su amazon, nel momento in cui mi sono reso conto che acquistare su la feltrinelli è più conveniente, ormai sono rari i miei acquisti su altri store.

Il 16/2/2023 at 14:00, OTREBLA ha scritto:

Ciò che mi ha più colpito di Genius Of Modern Music Vol.1 è la sua incredibile modernità.

 

A me piace (quasi) tutto il jazz. Ma sono convinto che fra tutti i grandi nomi, quello di Monk sarà sempre il più grande. Un genio, un genio assoluto perché unico e originale. E il fatto che le sue dissonanze ancora oggi possano stupire la dice lunga sulla forza rivoluzionaria della sua musica. Ci sono stati splendidi esempi di crescita evolutiva (Miles Davis, che ha rivoluzionato la musica afroamericana tre o quattro volte e probabilmente ci ha visto giusto quando ha schivato il free) ma Monk è sempre stato Monk, dal primo momento e per sempre. 

  • Melius 1

Capisco e non discuto.

Continuo comunque a pensare di Monk ciò che ho scritto, ovvero che si collochi in cima alla scala e che guardi gli altri dal punto più alto. 

E' vero che resto a tutt'oggi molto freddo se non indifferente di fronte al Free-Jazz ed a molto Jazz Modale.

Pur amando la Storia Dell'Arte, moltissimo dell'arte contemporanea mi lascia del tutto indifferente. Conosco le varie scuole, le avanguardie, tuttavia le vivo in maniera totalmente distaccata, senza alcun coinvolgimento: da studioso. Si vede che non sono portato per certi linguaggi.

Non voglio nascondermi dietro ad un dito, io appartengo a quella categoria di persone che pensa che vi sia molto più genio artistico e talento in uno qualsiasi dei dipinti di Sorolla che in una qualsiasi delle opere di Andy Warhol. Non so cosa farci, davvero non so cosa farci. Certo non voglio mentire a me stesso, perché sarebbe la cosa più umiliante.

Nel recensire i dischi, non posso far altro che esprimere un'opinione inevitabilmente influenzata dal mio gusto, dalla mia indole, dal mio bagaglio culturale. Dovendo recensire Out To Lunch di Dolphy (cosa che mi guardo bene di fare) non potrò mai scrivere che è il più importante disco di Dolphy, perché non lo penso. Lo reputo un un lavoro sperimentale, a tratti anche interessante, nulla di più. Non è un disco che porterei sull'isola deserta (e nemmeno We Insist! di Roach).

Lo ascoltato diverse volte, e per quello che ne ho tratto in termini di emozione, comprensione, stimolo intellettuale e ciò che vuoi tu, potrei anche rivenderlo. Cosa dovrei fare, raccontare una bugia?
A che scopo, per farmi passare per quello che non sono e che temo non sarò mai?

 

Alberto.

@giorgiovinyl perdonami se mi inserisco nella discussione fra te ed Alberto, ma è troppo interessante e non so resistere :classic_biggrin: in realtà gli autori che citi (Roach, Dolphy ecc.) sono grandi, grandissimi classici. Anche Graham Moncur e Jackie McLean fanno parte della grande tradizione: credo siano finiti i tempi in cui il free (e mi riferisco ad Ornette Coleman) era considerato antimusicale. A mio personale (e modestissimo) avviso Miles Davis ha "scansato" il free perché, da artista intelligentissimo quale era, aveva capito che con quel capitolo si chiudeva la storia del jazz (e infatti con Bitches Brew poi è migrato su altri lidi). Una storia che era finita perché a un certo punto era stato detto tutto quello che c'era da dire. Probabilmente il free che è arrivato negli anni settanta (politicizzato, arrabbiato, elitario) è stato davvero troppo per chi ha amato (e ama ancora) il jazz-jazz. Ma, soprattutto, è stata tutta un'altra cosa. E infatti io che amo il jazz-jazz di solito evito di ascoltare Braxton (che mi sta simpatico e che ammiro) così come quando, più raramente rispetto alla afroamericana, ascolto classica preferisco il Don Giovanni di Mozart a Nono o alla dodecafonica. Da Coleman in avanti i dischi belli non sono certo mancati, sono mancati i dischi rivoluzionari (come Birth of the Cool o Kind of Blue) inseriti in un contesto jazz piuttosto che puramente avanguardistico. Sono mancati i Parker, i Coltrane (anche se, per fortuna, siamo pieni di ottimi artisti che suonano come Parker e Coltrane). Ma al jazz più coraggioso è toccato lo stesso destino della musica classica contemporanea: per pochi, per veri appassinati, per chi possiede un bagaglio culturale adeguato (il mio personale limite è la quinta di Mahler, di più non ci riesco). Scusate, sono andato OT, mi sono inserito a gamba tesa, probabilemte non mi sono nemmeno riuscito a spiegare. abbiate pasiensa! :classic_blush:

  • Melius 1
giorgiovinyl
1 ora fa, campaz ha scritto:

perdonami se mi inserisco nella discussione fra te ed Alberto, ma è troppo interessante e non so resistere :classic_biggrin: in realtà gli autori che citi (Roach, Dolphy ecc.) sono grandi, grandissimi classici. Anche Graham Moncur e Jackie McLean fanno parte della grande tradizione: credo siano finiti i tempi in cui il free (e mi riferisco ad Ornette Coleman) era considerato antimusicale. A mio personale (e modestissimo) avviso Miles Davis ha "scansato" il free perché, da artista intelligentissimo quale era, aveva capito che con quel capitolo si chiudeva la storia del jazz (e infatti con Bitches Brew poi è migrato su altri lidi). Una storia che era finita perché a un certo punto era stato detto tutto quello che c'era da dire. Probabilmente il free che è arrivato negli anni settanta (politicizzato, arrabbiato, elitario) è stato davvero troppo per chi ha amato (e ama ancora) il jazz-jazz. Ma, soprattutto, è stata tutta un'altra cosa. E infatti io che amo il jazz-jazz di solito evito di ascoltare Braxton (che mi sta simpatico e che ammiro) così come quando, più raramente rispetto alla afroamericana, ascolto classica preferisco il Don Giovanni di Mozart a Nono o alla dodecafonica. Da Coleman in avanti i dischi belli non sono certo mancati, sono mancati i dischi rivoluzionari (come Birth of the Cool o Kind of Blue) inseriti in un contesto jazz piuttosto che puramente avanguardistico. Sono mancati i Parker, i Coltrane (anche se, per fortuna, siamo pieni di ottimi artisti che suonano come Parker e Coltrane). Ma al jazz più coraggioso è toccato lo stesso destino della musica classica contemporanea: per pochi, per veri appassinati, per chi possiede un bagaglio culturale adeguato (il mio personale limite è la quinta di Mahler, di più non ci riesco). Scusate, sono andato OT, mi sono inserito a gamba tesa, probabilemte non mi sono nemmeno riuscito a spiegare. abbiate pasiensa! :classic_blush:

Hai fatto benissimo a inserirti anzi invito anche gli altri ad esternare cosa ne pensano.

Sono d'accordo con te anche Mingus, Roach, Dolphy sono dei grandi del jazz e i loro  dischi dei classici.

Era proprio questo che volevo sostenere, perchè Monk si e Il Mingus più sperimentale no?

D'accordo anche su Miles Davis, scanso sì il free ma poi arrivò a superare l'hard bop prima con il jazz modale poi con la commistione tra jazz e rock. Citiamo sempre BB ma anche un capolavoro meno appariscente come In A Silent Way non va ignorato.

giorgiovinyl
2 ore fa, OTREBLA ha scritto:

Capisco e non discuto.

Continuo comunque a pensare di Monk ciò che ho scritto, ovvero che si collochi in cima alla scala e che guardi gli altri dal punto più alto. 

E' vero che resto a tutt'oggi molto freddo se non indifferente di fronte al Free-Jazz ed a molto Jazz Modale.

Pur amando la Storia Dell'Arte, moltissimo dell'arte contemporanea mi lascia del tutto indifferente. Conosco le varie scuole, le avanguardie, tuttavia le vivo in maniera totalmente distaccata, senza alcun coinvolgimento: da studioso. Si vede che non sono portato per certi linguaggi.

Non voglio nascondermi dietro ad un dito, io appartengo a quella categoria di persone che pensa che vi sia molto più genio artistico e talento in uno qualsiasi dei dipinti di Sorolla che in una qualsiasi delle opere di Andy Warhol. Non so cosa farci, davvero non so cosa farci. Certo non voglio mentire a me stesso, perché sarebbe la cosa più umiliante.

Nel recensire i dischi, non posso far altro che esprimere un'opinione inevitabilmente influenzata dal mio gusto, dalla mia indole, dal mio bagaglio culturale. Dovendo recensire Out To Lunch di Dolphy (cosa che mi guardo bene di fare) non potrò mai scrivere che è il più importante disco di Dolphy, perché non lo penso. Lo reputo un un lavoro sperimentale, a tratti anche interessante, nulla di più. Non è un disco che porterei sull'isola deserta (e nemmeno We Insist! di Roach).

Lo ascoltato diverse volte, e per quello che ne ho tratto in termini di emozione, comprensione, stimolo intellettuale e ciò che vuoi tu, potrei anche rivenderlo. Cosa dovrei fare, raccontare una bugia?
A che scopo, per farmi passare per quello che non sono e che temo non sarò mai?

 

Ma infatti io non discuto i tuoi gusti, ormai grazie alla frequentazione nel forum, anche se virtualmente ci conosciamo.

Non posso certo obbligare te o qualcun altro ad apprezzare Out Of Lunch, quello che dico altri è dategli una possibilità magari prima o poi scatta la scintilla. 

Però come ha precisato @campaz Out of Lunch e altre opere "sperimentali" fanno parte della storia del jazz e sono dei classici...

La “marcia in più” di Monk rispetto agli altri grandi, a mio avviso, sta nell’unicità, nella spontaneità della sua ricerca. Monk nasce Monk e rimane per sempre Monk. Pur collaborando con gli altri protagonisti del jazz è sempre contraddistinto da una cifra stilistica unica e originale. Gli altri grandissimi assorbono, metabolizzano, trasformano, migliorano. In Mingus sento gli echi del jazz tradizionale, se ascolto Tristano rintraccio spunti che venti anni dopo saranno considerati rivoluzionari. Monk è, invece, un mondo a parte: perfettamente integrato, eppure distinto come nessun altro dal resto della comunità artistica. Inventa un linguaggio musicale come se fosse appena arrivato dalla luna, le sue dissonanze sono solo sue. Mingus lo sento reinterpretato, rimasticato in tanto jazz, Monk viene eseguito. Il mio cent e mezzo (due erano troppi).

Peraltro io mi sento responsabile nei confronti di chi legge le miei modeste recensioni. Non mi piace parlare di cose che non conosco o fingere di aver compreso stili musicali che mi sono alieni, anche dopo ripetuti ascolti. Cerco di essere sincero, senza atteggiamenti impostati, falsi entusiasmi per ciò che percepisco come estraneo. Farei molto prima a scrivere che We Insist! è un capolavoro del Jazz, un disco imprescindibile che segna una linea di demarcazione tra il passato ed il futuro.

Ma non lo trovo onesto verso chi mi legge.

Alberto.

 

 

 

 

7 ore fa, campaz ha scritto:

Sono mancati i Parker, i Coltrane (anche se, per fortuna, siamo pieni di ottimi artisti che suonano come Parker e Coltrane). Ma

Intervengo anche io a gamba tesa e quindi mi scuso in anticipo 🙂

Penso che ci siano tanti altri musicisti che hanno lasciato e (per fortuna) lasciano tracce nella musica jazz. Ad esempio Steve Lacy, Don Cherry, John Surman e chiudo l'elenco che per me sarebbe (quasi) interminabile, sono importanti nell'evoluzione del modo di suonare e di gestire lo strumento che usano. Certo non sono tutti afro americani ma credo che è inevitabile che la globalizzazione e le innumerevoli possibilità di contatto e contaminazione oggi vadano ascoltate con orecchio e mente aperta. Nel 3ad dedicato a Wayne Shorter ho appena postato il link di un suo concerto del 2016 proprio per evidenziare l'evoluzione (per me) di uno dei grandissimi della musica improvvisata.

Ciao 

D.

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