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1887 – 2019. I primi 130 anni del disco nero


oscilloscopio

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Ha centotrenta anni l'oggetto più cool per la generazione dei nativi digitali. Ripercorriamo la storia di uno degli oggetti più iconici del Ventesimo secolo: il disco fonografico.

 

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Le origini
Era il 1887 quando Emile Berliner presentò il primo disco con relativo apparecchio fonografico. Il materiale utilizzato per fabbricare i dischi, era il Duranoid, composto di nuova invenzione e molto costoso, che venne però presto soppiantato dalla più economica e prestante gommalacca (Shellac), o almeno fino agli anni ’40, quando si sostituì nuovamente col policloruro di vinile. Nel 1888 venne presentato al Franklin Institute di Filadelfia, oltre al nuovo disco, quello che possiamo considerare il primo prototipo di giradischi: comparve infatti per la prima volta il braccio che, realizzato da Werner Suess, (meccanico di Berliner), aveva il compito di raccordare il diaframma con la tromba di emissione. La trazione di questa macchina era manuale ed avveniva tramite una manovella ed ingranaggi, collegati al piatto del giradischi. Nel 1893 il disco venne lanciato sul mercato insieme alla macchina per riprodurlo, che montava un motore a molla costruito da Eldridge Johnson. La società di Berliner prese il nome di United States Gramophone Company.

I primi dischi realizzati avevano un diametro di 18 centimetri, ed una velocità di circa 70 rpm, successivamente il diametro aumentò a 25 e 30 cm e la velocità portata a 78 rpm, che permetteva un’incisione della durata da due a quattro minuti. Fino all’inizio del 1900 i dischi erano incisi su una sola facciata, fu la Columbia intorno al 1908 ad introdurre sul mercato i primi dischi incisi su entrambe le facciate (ma prove simili erano state già effettuate da Johnson nel 1900) anche se la produzione di dischi “monofacciali” proseguì fin oltre il 1910.Una lunga serie di battaglie legali relative ai diritti di commercializzazione del disco, seguirono il suo lancio sul mercato, ma limitiamoci a seguire l’evoluzione del disco nero. Fino al 1924 le registrazioni furono eseguite acusticamente, senza cioè l’ausilio di apparecchiature elettroniche. Le sale d’incisione erano costituite da stanze, nelle quali una parete ospitava un enorme imbuto che captava i suoni, e li trasmetteva al diaframma incisore, la cui puntina tracciava i solchi nella matrice: un disco di zinco rivestito di cera. La puntina incideva nella cera, scoprendo la superficie di zinco. Successivamente, tale matrice veniva immersa in una soluzione di acido cromico, che lasciava sullo zinco un solco corrispondente ai movimenti della puntina.
La limitata sensibilità e risposta in frequenza dell’incisione acustica, insieme all’elevata velocità di rotazione ed alla larghezza dei solchi del disco che ne limitavano fortemente la durata, non permettevano incisioni particolarmente complesse; sui primi dischi vennero quindi incisi brani per bande di ottoni, scene comiche recitate ed arie di opere liriche, spesso accompagnate dal solo pianoforte.IMG_20191129_104233.thumb.jpg.b82928cb28ccb00c6adeaff6b4a684b9.jpg

E’ del 1919 la prima registrazione dove appare il termine “Jazz” o meglio “Jass”, si trattava della “Original Dixieland Jass Band”, anche se già precedentemente si potevano trovare registrazioni assimilabili a tale genere musicale.  Con l’evolversi delle tecniche di incisione, si arrivò anche a registrare musica orchestrale, ma per incidere il suono dei violini, si inventò un nuovo strumento: il violino Stroh, che al posto della cassa di risonanza in legno, utilizzava, per amplificare il suono, una tromba, con risultati alquanto discutibili.

Esperimenti e curiosità
Nei primi anni di vita del disco nero, sono apparse sul mercato diverse varianti e/o interpretazioni del tema. Nel 1904 la Neophone Records propose sul mercato un disco realizzato in cartone pressato, registrato (probabilmente per la prima volta nella storia) con incisione verticale al posto di quella orizzontale, tecnica correntemente utilizzata.

 

IMG_20191129_104308.thumb.jpg.5eb6abe684da346f4465b4a138ac2ae2.jpgLa Pathè francese adottò anch’essa l’incisione verticale, e propose per prima l’utilizzo di puntine di zaffiro a punta arrotondata che, rispetto a quelle in acciaio appuntite, rovinavano meno i dischi. La lettura del disco avveniva inoltre partendo dal centro dello stesso verso l’esterno, contrariamente a quanto siamo abituati, e la velocità di rotazione era personalizzata ad 80 rpm.

Risale all’epoca del Primo conflitto mondiale la comparsa dei primi bootleg: l’embargo imposto da Francia ed Inghilterra alla Germania, aveva imposto a quest’ultima il blocco dell’import/export di matrici e dischi, peccato che le presse e molte matrici, fossero ubicate proprio in Germania la quale, infischiandosene dell’embargo, continuò a stampare e vendere i dischi di cui possedeva le matrici, evitando oltretutto di pagare le royalties a chi ne deteneva i diritti. Altro gadget curioso che comparve negli anni ’20 furono le cartoline sonore, ovvero delle cartoline illustrate che si spedivano regolarmente via posta, aventi un foro al centro e che, nella parte posteriore, avevano preinciso un breve messaggio musicale. Altra variante sul tema, furono i Flexidisc realizzati dalla Durium sempre intorno agli anni ’20. Questo tipo di dico, era realizzato in acetato e risultava quindi infrangibile, anche se la qualità dell’incisione era decisamente inferiore rispetto alla gommalacca. Visto il basso costo, vennero spesso inseriti nelle riviste specializzate, per proporre i brani più in voga del momento, denominati “Hit of the week”. Altra importante applicazione dei Flexidisc fu quella relativa alle fiabe per bambini, a cui era poco conveniente far maneggiare dischi in gommalacca, data la loro grande fragilità (ed elevato costo per l’epoca).


Nipper
Vi chiederete: “di chi si tratta?” Semplicemente del cane che appare su milioni di dischi stampati dalla Gramophone company e dalle aziende che negli anni successivi ne acquisirono i diritti. L’immagine che siamo abituati a vedere, deriva direttamente da un dipinto che Henry Barraud fece del suo cane, mentre osservava incuriosito la tromba di un fonografo Edison. Barraud si presentò presso la Gramophone a Londra, nel 1899 con una fotografia del suo dipinto. Barry Owen, direttore della società, si offrì di acquistare il dipinto per 50 sterline, a patto che Barraud sostituisse sul dipinto il fonografo Edison, con un grammofono modello Improved. Concluso l’accordo, il dipinto fu posizionato nell’ufficio di Owen e l’immagine utilizzata come etichetta, inizialmente solo sui dischi, ma in seguito divenne il marchio della società. In America il marchio venne rilevato da Eldridge Johnson della Victor, ed il buon Nipper divenne famoso in tutto il mondo.

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Dall’incisione acustica a quella elettrica
La prima incisione elettrica di cui si è a conoscenza, avvenne nel novembre del 1920, in occasione di una cerimonia in memoria del Milite ignoto nell’abbazia di Westminster, e fu effettuata da Lionel Guest e Horace Merriman, due militari che avevano svolto delle ricerche nel periodo bellico, su apparecchiature elettriche per la rilevazione di sommergibili. Essi collegarono dei microfoni a carbone caricati a tromba, mediante cavi telefonici, a degli amplificatori collocati in un furgone, e registrarono parte della celebrazione. Questa è anche la prima registrazione conosciuta, effettuata al di fuori da uno studio di registrazione. L’esordio in grande stile della registrazione elettrica, può essere assegnato alla Columbia, che nel 1925 annunciò la registrazione dell “Adeste Fideles” a 4.850 voci, registrato al Metropolitan il 31 marzo di quello stesso anno.

Le nuove tecnologie vennero subito acquisite e sviluppate dalle diverse case discografiche. Anche l’industria cinematografica era seriamente interessata alla riproduzione audio, per poter sonorizzare le pellicole cinematografiche. Il maggior limite in tal senso, derivava dalla durata limitata di un disco, che non superava i quattro o cinque minuti. Le nuove tecniche di incisione, le quali, oltre ad aumentare la fedeltà di riproduzione e permettere di ridurre la larghezza fra i solchi del disco, unite alla riduzione della velocità di rotazione dello stesso, da 78 a 33,33 rpm, consentirono di ottenere registrazioni della durata di 12/15 minuti, che era la stessa di una bobina cinematografica da 300 metri in uso all’epoca.

Tempo fa, in un thread, venne chiesto: perché proprio 33,33 rpm? Semplicemente perché i motori dei grammofoni giravano a 3600 rpm, che, con un rapporto 46 : 1 davano la velocità di 78,26 giri. Per allungare la durata del disco, vennero rapportati a 108 : 1, dando il risultato di 33,33 rpm, velocità tuttora utilizzata nei vinili LP.

Nel 1925, la General Electric Company, inventò per conto della Brunswich, un metodo di registrazione  assolutamente innovativo, chiamato “Panatrope”. Il Panatrope, adottava come “membrana” per l’incisione, uno specchio di cristallo sospeso, su cui veniva concentrato un raggio di luce. Il riflesso, modulato acusticamente, veniva convertito in segnale elettrico da una fotocellula, amplificato ed inviato al fonoincisore. Insieme ai dischi incisi con questo metodo, venne commercializzato quello che può essere considerato, il primo grammofono dotato di amplificazione valvolare ed altoparlante (che fu, per certi versi, il predecessore del lettore cd). Dato comunque l’elevato costo, sia della macchina, che dei supporti musicali, tale sistema venne presto abbandonato.

Un’altra novità di rilievo, dedicata alle trasmissioni radio, fu presentata nel 1931 dalla RCA e consisteva in dischi di grande diametro a microsolco, registrati a 33,3 rpm con incisione verticale, la cui risposta in frequenza si estendeva a 9.000 Hz, con una dinamica che raggiungeva i 50/60 db. Il passaggio graduale dalla produzione di dischi in gommalacca, a quelli in policloruro di vinile, avvenne durante il secondo conflitto mondiale. Gli Stati Uniti, fra i generi di conforto che inviavano alle truppe al fronte, fornivano anche dei grammofoni e relativi dischi, prevalentemente di “swing” e musica “pop”, i cosiddetti V-DISC (dischi della vittoria). Lo shellac non era certo il materiale ideale per questo tipo di applicazione, vista la sua fragilità, venne quindi utilizzato quello che ancora oggi si usa e chiamiamo abitualmente vinile: molto più leggero e resistente rispetto al predecessore. Va comunque segnalato che passarono ancora una decina di anni, prima che il nuovo materiale del supporto mandasse definitivamente in pensione il vecchio shellac, quantomeno nei paesi occidentali, dato che in India ed in altri paesi asiatici, la produzione dei vecchi dischi a 78 giri si protrasse anche negli anni ’60. Un particolare interessante relativo ai V-DISC, è che vennero incisi quando in America era in corso uno sciopero dei cantanti e dei musicisti, per ottenere il riconoscimento dei diritti d’autore.

 

IMG_20191129_104637.thumb.jpg.07d95672170ce41a767b2664df4e0ec3.jpgGli artisti si prestarono gratuitamente con spirito patriottico all’incisione di questi dischi, ma dopo la guerra, la quasi totalità delle matrici ed una gran parte di questi dischi, venne distrutta; oggi sono articoli piuttosto rari e collezionabili. Come accaduto nel primo conflitto mondiale, anche il secondo pose le basi per un ulteriore miglioramento delle qualità del disco. Nel 1945, la Decca, grazie agli studi effettuati da Arthur Charles Haddy su elettroniche in grado di distinguere i sommergibili tedeschi da quelli alleati, presentò sul mercato i dischi Ffrr “Full Frequency Range Recording” che erano incisi e potevano riprodurre l’intero spettro sonoro udibile (20-20.000 Hz).

La nascita del vinile odierno
Nel 1948, la CBS presentò al mercato il “Long playing Micro groove”. Grazie alle nuove tecniche e macchine da incisione, realizzarono un disco da 30 cm di diametro con velocità di 33,33 rpm ed una larghezza dei solchi di solo 64 micron. Questo nuovo formato permetteva una durata complessiva dell’incisione di circa 46 minuti: era nato l’attuale LP, o vinile. L’anno successivo anche la RCA, che aveva già adottato la stampa dei dischi su vinile, adottò il microsolco, ma al posto di incidere a 33,33 giri, optò per la velocità di 45 giri, ed adottò il formato da 18 cm di diametro.  
Fino a questo momento, ogni casa discografica aveva adottato le proprie equalizzazioni in fase di incisione, ma nel 1949 si accordarono per una forma di equalizzazione “standard”, che prese il nome dall’associazione dei produttori discografici e venne denominata R.I.A.A. (Recording Industry Association of America), al fine di uniformare il modo di suonare di tutti i vinili, indipendentemente da chi li avesse prodotti. Anche in questo periodo non mancarono le sperimentazioni: vennero infatti proposti vinili a 33 giri, ma in formato da 25 o 18 cm, come i vecchi 78 giri o 45 giri. Fu anche testata l’incisione di due brani per facciata sui 45 giri, riducendo ulteriormente la larghezza dei solchi, ma gli scarsi risultati qualitativi ottenuti, ne segnarono la rapida estinzione. Stesso risultato per le incisioni ad una velocità di 16 giri, ancora accettabile per registrazioni di parlato, ma qualitativamente inaccettabili in ambito musicale. La fine degli anni ’50 vide la comparsa sul mercato dei primi dischi stereofonici. Sebbene esperimenti analoghi vennero eseguiti fin dagli anni ’30 (Fantasia di Walt DisneyIMG_20191129_112628.thumb.jpg.bf53a66b8b24030002a72721ef7f56d1.jpg venne registrato nel 1940 su otto piste magnetiche), le prime case discografiche ad adottare questo sistema, furono la Audio Fidelity americana e le Pye e Decca inglesi. Il nuovo disco stereofonico, unito all’evoluzione ed al miglioramento di tutte le apparecchiature necessarie alla riproduzione, portarono alla nascita di quello che noi oggi chiamiamo alta fedeltà o Hi-Fi. Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio dei ’70, le nuove tecnologie permisero anche di provare ad incidere lacche in quadrifonia, ma la soluzione che uscì commercialmente vincitrice, fu la stereofonia tuttora utilizzata per le registrazioni sonore.


Conclusioni
L’avvento del cd e della registrazione digitale, ha fatto crollare l’interesse nei confronti del vinile dalla metà degli anni ’80. Il disco nero sembrava condannato all’oblio, o comunque a restare relegato nelle collezioni di pochi appassionati. Ma con l’inizio del nuovo secolo si è timidamente riaffacciato sul mercato, e con il passare degli anni, ha riconquistato una sua precisa collocazione nel settore musicale. Non è dato sapere se e quanto resisterà agli attacchi delle nuove tecnologie, ma è un dato di fatto che nel 2019 a 132 anni dalla sua comparsa, è ancora vivo e vegeto sugli scaffali dei negozi e dei grandi magazzini e, certamente, è il più longevo supporto fisico da quando esiste la riproduzione sonora.

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