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Il restauro dell'orologio notturno di Santa Maria delle Grazie in Milano


oscilloscopio

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Un po’ di storia.
L’orologio notturno può essere considerato, come cita il Brusa “l’apoteosi dell’orologeria italiana ed insieme, la sua superba conclusione”. In effetti con l’inizio del 1700, i maestri orologiai italiani, non seppero mantenere la supremazia conquistata nel corso del XV e XVI secolo, nei confronti della concorrenza, soprattutto inglese e francese. Questo genere di orologi è definito “notturno”, in quanto all’interno della cassa, realizzata prevalentemente in ebano, noce o legno di pero ebanizzato, trova posto un lume o una candela, posti sotto l’apposito camino, atto a smaltire il calore. Tale candela retroillumina la mostra (o quadrante) dell’orologio, realizzato in vetro e spesso decorato da valenti artisti dell’epoca tra i quali il
Maratti, il Trevisani o il Mattioli. Nella mostra è ricavata un’apertura ad arco, lungo la quale scorrono le cifre delle ore, realizzate in metallo traforato, rivestito nella parte posteriore, di materiale traslucido che, nell’oscurità, permette la lettura dell’ora.

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L’invenzione dell’orologio notturno è attribuibile ai fratelli Pietro Tommaso, Giuseppe e Matteo Campani, attivi a Roma intorno alla metà del 1600. La richiesta pervenne loro direttamente da Papa Alessandro VII, il quale richiedeva “un orologio per la notte, che mostri bene e distintamente le ore, ma in modo che il lume della lucerna o lampada, non venga ad offendere gli occhi di chi lo riguarda”. Contemporaneamente all’invenzione dell’orologio, i Campani inventarono anche un nuovo tipo di scappamento denominato “a manovella”, che permetteva all’orologio di funzionare senza fare rumore. Per tale invenzione gli ingegnosi fratelli, ricevettero anche dei privilegi (brevetti) anche se (come sovente succede) tale scappamento fu presto copiato da molti orologiai italiani.


La riscoperta.
Estate 1999, era da poco terminato il restauro de “L’ultima cena” di Leonardo da Vinci ed in compagnia di mia moglie e dei miei genitori, siamo andati a visitare l’opera restaurata. Terminata la visita ci siamo recati in chiesa poiché, avendo letto su vecchi libri dell’esistenza dell’orologio, volevo visionarlo. Non trovandolo,chiesi lumi ad un frate lì presente. Non era un frate qualsiasi, bensì Padre Lorenzo Celeghin, il Priore della chiesa che, alla mia richiesta, rimase alquanto perplesso, chiedendomi come sapessi di quell’orologio.
Date le spiegazioni del caso, fummo accompagnati nella sagrestia del Bramante, allora chiusa al pubblico. Ci trovammo in un ambiente mozzafiato, la volta affrescata (presumibilmente dal Bramante), un imponente doppia fila di armadi per arredi sacri in legno finemente intarsiati ed al centro si ergeva questo splendido orologio. Padre Celeghin mi invitò ad aprirlo e visionarlo. Mi resi subito conto che la cassa in legno era stata danneggiata (inizialmente credevo dal bombardamento inglese sulla chiesa, avvenuto nel 1943, cosa però smentita da successivi accertamenti). La testa della Vergine era mozzata, monco uno degli angeli alla base del timpano e la struttura lignea era scheggiata in diversi punti. Visionando poi la meccanica, vidi che fortunatamente, era completa (mancava solo il pendolo) anche se, i tentativi di ripristino avvenuti nei secoli precedenti, erano stati eseguiti con evidente imperizia ed approssimazione. Terminata l’osservazione dell’orologio, Padre Celeghin espresse il desiderio di rimetterlo in funzione (chiaramente a titolo gratuito, non possedendo la curia, i fondi per finanziare l’operazione). Presi a questo punto contatti con Luigi Pippa, massimo esperto italiano e non solo, nel restauro meccanico di orologi e pendoleria antica (sono sue le ricostruzioni dell’astrario di Giovanni de Dondi, presenti al Museo della scienza e della tecnologia di Milano e del museo dell’orologeria di La Chaux de Fonds in Svizzera. Già conoscevo il Pippa per altri motivi ed insieme, organizzammo un secondo sopralluogo per visionare la macchina; contestualmente ci trovammo anche con Claudio Fociani, restauratore accreditato presso la chiesa, che avrebbe dovuto occuparsi della cassa lignea e della ricostruzione delle parti mancanti. Con l’approvazione dei due restauratori ad effettuare gratuitamente il lavoro (vista l’importanza di quell’orologio) e con la benedizione di Padre Celeghin, iniziò il processo di restauro.

 

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L’orologio 
L’orologio fu costruito da Jean Baptiste Gonnon, orologiaio francese originario di Thiers e trasferitosi a Milano nella seconda metà del XVII secolo, al seguito del conte Antonio Lopez Fuensalida, vicerè di Spagna e governatore del ducato milanese. Gonnon ottenne la cittadinanza nel 1667 con il nome di Gio Batta Gonone. Oltre a quello in oggetto, sappiamo costruì un grande orologio a pendolo, per il campanile di San Gottardo a Milano, di cui fu anche temperatore (addetto alla manutenzione e regolazione) sino al 1704. Di questo Maestro orologiaio, sono conosciuti anche un orologio da tasca senza conoide, con cassa in ferro forgiato ed appartenente ad un collezionista americano, una pendola ad edicola su piedi in bronzo, realizzata a Milano ed ora nel museo di Lione, ed un secondo orologio notturno, molto simile per dimensioni e caratteristiche, a quello di Santa Maria delle Grazie.  L’esemplare che è stato restaurato, poggia su una base con quattro leoni che lo sorreggono ed è alto 170 centimetri, incluse la base stessa e la statua della Vergine. La cassa è interamente realizzata in legno di noce, con colonne tortili, capitelli ionico-corinzi e struttura a doppio timpano. Il quadrante è posto all’interno di una cornice intagliata e dorata, ed ha dipinta un’allegoria sulla provvisorietà della vita terrena; si osserva infatti una grande barca, con i passeggeri che vogano, mentre il tempo regge il timone. Completa l’immagine, la consueta apertura ad arco, al cui interno scorrono le placchette con incise le ore. Sopra il quadrante, è posizionato un cartiglio dorato e inciso, che recita: “MDCLXXX F. Felix Barberivs felice expectas exitv nescies mortis horam horarvm mesura sacrestie sacravit die III aprilis” che può essere tradotto come: “Nel 1680 frate Felice Barbieri, nell’attesa di una fine felice, ed ignaro dell’ora della morte, volle dedicare la misura delle ore, a questa sagrestia il giorno 3 di aprile”. Non è chiaro se l’orologio, sia stato solo posizionato da frate Barbieri, o sia stato commissionato dallo stesso al Gonnon, che lo ha poi realizzato. Considerando comunque gli eventi e l’epoca che hanno portato il Gonnon a Milano, la data 1680 potrebbe1272278622_FOTOB.thumb.jpg.2e69de0fbd39838b81e2782c522c8147.jpg corrispondere, a quella di realizzazione dell’orologio. Sopra il cartiglio, è presente un secondo quadrante metallico, sul quale è possibile leggere: il mese, la data, le fasi lunari, l’età della luna, i segni zodiacali, le allegorie delle quattro stagioni e, nell’apertura in basso a destra, le allegorie dei pianeti, che danno nome ai giorni della settimana. In alto sul quadrante, è incisa una seconda iscrizione che recita: “Menses atq dies planetas tempora lunas cerne sed in vita sydera nulla colas” che può essere visto, come un ammonimento a non tener conto degli oroscopi e delle superstizioni e si può tradurre con: “Conosci i mesi, i giorni, i pianeti, lo scorrere del tempo, le lunazioni, ma nella vita, non considerare i corpi celesti”.

Il movimento è a platine circolari, separate da quattro colonnine, molla a rocchetto e cricchetto, con conoide a budello. Lo scappamento doveva essere originariamente a manovella, modificato in tempi successivi a verga. Un’asta rotante, collegata al movimento principale, trasmette la marcia al quadrante superiore del calendario, con quattro ruote dentate.


Il restauro
Il processo di restauro, ebbe inizialmente una battuta di arresto, in quanto nei primi mesi del 2000, venne improvvisamente a mancare Padre Celeghin. Dopo alcuni mesi Padre Stefano Rabacchi, fu nominato suo successore. Il nuovo Priore apprese con entusiasmo l’iniziativa del restauro ed i lavori poterono proseguire. La prima fase consistè, nell’ottenere l’autorizzazione dall’Intendenza delle Belle arti, a cui sia il sig. Pippa che il sig. Fociani, dovettero presentare il progetto di restauro relativo ai loro interventi. Come purtroppo sappiamo, le tempistiche dell’amministrazione pubblica sono bibliche e si dovette aspettare quasi un anno per ottenere l’autorizzazione a procedere. Qui termina la mia parte “attiva” in questa storia, riporterò adesso un riassunto, della procedura di restauro meccanico, cortesemente fornitami dal sig. Pippa. Purtroppo non sono in possesso della documentazione relativa al restauro della cassa, che resta nelle mani del sig. Fociani.

“Per prima cosa sono state rimosse le meccaniche dalla cassa, quindi, completamente smontate per la pulitura ed aggiustatura. La maggior parte dei danni, sono stati creati da vecchi interventi, eseguiti in modo maldestro. Il danno più grave, è stato causato dalla molla di carica, con l’occhiello di fissaggio talmente slabbrato, che, sganciandosi durante la ricarica, scaricava tutta la forza sulla prima ruota, stortandone leggermente alcuni denti. E’ stato quindi rifatto l’occhiello della molla e rinforzato l’aggancio al bariletto. Sono stati raddrizzati i denti della prima ruota e sostituito il budello usurato, con una nuova corda in budello naturale. Quando venne sostituito lo scappamento a manovella, con quello a verga, il ponte posteriore della verga, era stato privato delle spine di posizionamento, ed il foro della vite di fissaggio allargato, per permettere un posizionamento empirico della verga. Lo scappamento è stato quindi rettificato, ed una volta messo a punto, sono state ripristinate le spine di posizionamento, del ponte della verga. Per rimbussolare il perno del conoide, era stata inserita nella platina, una bussola più alta di quella originaria, ed era stata poi spianata con una lima, graffiando ed abradendo parzialmente la firma del Gonnon. Una frattura alla forchetta del pendolo, era stata rabberciata mediante fil di ferro, eliminato l’accrocco, i monconi sono stati inguainati, con un tubetto di ottone saldato ad argento.

Le ruote ed i perni sono stati disossidati in bagni sgrassanti e lucidati a mano, con spazzole di diversa robustezza.

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Non è stato necessario il rimbussolamento dei perni, in quanto, vista l’ottima qualità dei materiali, ancora in buone condizioni. I bracci di ferro che sostengono il movimento, sono stati raschiati e protetti, con vernice giapponese. Il pendolo mancante è stato ricostruito e tarato, nello stile dell’epoca. Le targhette delle ore sono state pulite e protette, è stata sostituita la seta che le rivestiva, ed è stata revisionata la catena, in quanto non permetteva un fluido scorrimento delle ore sul quadrante. La ricarica dell’orologio è giornaliera e si effettua sul fianco sinistro della cassa. E’ stata costruita una chiave allungata, bloccata sul perno di carica da due bulloncini a mano e, la cui impugnatura, si raggiunge aprendo lo sportello laterale della cassa. Il meccanismo del calendario, non presentava usura o rotture, era solo bloccato da incrostazioni e lubrificanti essiccati. Le parti meccaniche, sono state immerse in bagni sgrassanti e le parti arrugginite, raschiate e protette con paraffina liquida. I dischetti rotanti, dipinti con le allegorie, sono stati tamponati con soluzione antiossidante ed i dischetti argentati, protetti con vernice giapponese, come la piastra anteriore, ed il disco rotante. La fascia della data, è stata riargentata manualmente, con nitrato d’argento, mentre l’indice d’acciaio che era leggermente ossidato, è stato spazzolato e conserva la brunitura originale.”


foto13.thumb.jpg.71b60180553a125b8d76a608aa6a7e34.jpgConclusioni
Alla fine del 2002, un sabato mattina, ci ritrovammo tutti e quattro nella sagrestia del Bramante: Fociani con la cassa restaurata, il Pippa con il movimento rimesso a nuovo, Padre Stefano ed il sottoscritto, ad osservare compiaciuti le ultime fasi dell’assemblaggio: l’orologio era finalmente restaurato e funzionante!  Terminata l’operazione e fatta la foto di rito, fummo invitati a pranzo alla mensa dei frati, dove venimmo pubblicamente ringraziati, e ci venne donato un libro sulla storia della chiesa e del convento di Santa Maria delle Grazie, con tanto di benedizione e dedica di riconoscimento. Oggi la sagrestia del Bramante, viene aperta in occasione di particolari eventi che si tengono nella chiesa, quindi non posso fare altro che suggerire, a chi si trovasse in zona, di visitarla e visionare di persona, il grande orologio notturno di Jean Baptiste Gonnon. Da destra: Luigi Pippa, Padre Stefano Rabacchi, Claudio Fociani, il sottoscritto).

 

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  • Melius 3

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