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Scherchen e Temirkanov: due modi diversi di concepire l’arte direttoriale


Parsifal1959

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Nel corso dell’articolo che recensisce la coppia di diffusori Indiana Line Diva 655, vengono citate due registrazioni discografiche che sono state utilizzate appunto per provare la resa dei suddetti loudspeakers, ossia le Rapsodie ungheresi di Franz Liszt dirette da Hermann Scherchen e l’Aleksandr Nevskij di Sergej Prokof’ev eseguito da Jurij Temirkanov. Siccome si tratta di due dischi la cui pubblicazione risale a diverso tempo fa, più che una recensione la mia vuole essere una presentazione di queste due incisioni, soprattutto da un punto di vista artistico e dello stile direttoriale.

 

Hermann-Scherchen.jpg.1aed93127932ee7d4ff7463bcf95657b.jpgHermann Scherchen, nato a Berlino nel 1891 e morto a Firenze nel 1966, viene solitamente ricordato e preso come punto di riferimento per essere stato un paladino della musica contemporanea, a partire dall’opera di divulgazione che fece della musica seriale di Arnold Schönberg.

Se ciò è vero, tenuto conto del suo interesse per autori come, tra gli altri, Alban Berg, Anton Webern, Edgar Varèse, Bruno Maderna, Luigi Dallapiccola, Karlheinz Stockhausen e Iannis Xenakis, tutti esponenti di assoluto rilievo della musica dello scorso secolo, non si può di certo negare che il suo apporto direttoriale nei confronti della musica romantica e barocca sia stato inferiore, anzi. Lo testimonia il suo amore per Bach (Scherchen, dirigendo le composizioni del genio di Eisenach, ci ha fatto capire come la musica contemporanea sia immensamente debitrice nei confronti del sommo Kantor) e per Mozart (basta ascoltare l’incipit del Requiem del compositore salisburghese diretto da Scherchen, le cui voci del coro sembrano provenire da sottoterra, tale è il dolore che esprimono), così come per alcuni musicisti dell’Ottocento, tra i quali, appunto, Franz Liszt, nel caso specifico con la registrazione delle Rapsodie ungheresi, senza dimenticare la sua integrale dedicata alle sinfonie beethoveniane.


Scherchen, sia con la Royal Philharmonic Orchestra, sia soprattutto con la Orchester der Wiener Staatsoper, ha dedicato sei dischi alle Rapsodie lisztiane, registrate prima per la Westminster in LP a 33 giri e poi riversate su CD dalla MCA e dalla Palladio. Registrazioni che mettono in luce la caratteristica fondamentale dell’arte direttoriale di Scherchen, ossia la capacità analitica che sapeva riversare in ogni sua interpretazione (un aspetto, questo, che lo ha accomunato a un altro grande direttore del ventesimo secolo, lo svizzero Ernest Ansermet), senza per questo che tale analisi trasformasse la partitura in qualcosa di freddo, oggettivo, distaccato.

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Non per nulla, analisi, per Scherchen, significava entrare in profondità, nel nucleo pulsante della composizione, per estrapolarne la dimensione intima, veritiera, disvelante del suo significato ultimo.

Per comprendere meglio questa dimensione interpretativa di Scherchen, si può guardare e ascoltare un meraviglioso filmato inserito su YouTube, nel quale il direttore berlinese prova con gli elementi della Toronto Symphony Orchestra un passaggio dell’Arte della Fuga di Bach nella trascrizione orchestrale. Un filmato esemplare, in quanto ci permette di capire l’importanza di quell’analisi che, in termini espressivi si trasmuta in scansione, in rispetto dei tempi (fondamentale non solo per esprimere il nucleo musicale di Bach, ma di ogni compositore). Scherchen è severo, irremovibile in ciò, richiama continuamente i professori dell’orchestra canadese a seguire, a rispettare questa scansione, a portarla in superficie («Tempo!», ripete, anche con tono spazientito) e, alla fine, riesce in questo intento, con la musica di Bach che, attraverso questa scansione (la cui espressione non solo non rende freddo il suono, ma lo esalta, portando al cuore di ciò che la musica esprime), evidenzia la mirabile bellezza del linguaggio contrappuntistico nel fugato.

 

E lo stesso avviene attraverso le rapsodie di Liszt (la cui genesi, nel rispetto del tempo, prende le mosse proprio da elementi di danze popolari magiare) la cui agogica, scelta da Scherchen, mette in luce la drammaticità, l’essenza, la tavolozza dei colori orchestrali raffigurati dalla partitura stessa.

Cercare la musica attraverso la musica, sembrerà un’affermazione banale, ma è meno facile da ottenere di quanto si possa credere. Questo fu l’obiettivo che si pose Scherchen: cercare solo e sempre la vera musica insita nella musica. E non è un caso che questo grande direttore sia morto dove aveva sempre operato e, in un certo senso, vissuto, ossia sul podio.

Come il nostro compianto Giuseppe Sinopoli e il leggendario Dimitri Mitropoulos, Scherchen morì, fulminato da un attacco cardiaco, la sera del 12 giugno 1966, mentre dirigeva l’Orchestra del Maggio Fiorentino nell’esecuzione dell’Orfeide di Gian Francesco Malipiero.

 

51gQ0xNOexL._AC_.jpgLa registrazione dell’Aleksandr Nevskij, citata nell’articolo di presentazione degli Indiana Line Diva 655, è in effetti una delle incisioni più coinvolgenti della celeberrima pagina sinfonica di Sergej Prokof’ev, che fece da colonna sonora all’omonimo film di Sergej Ėjzenštejn.

La direzione di Jurij Temirkanov, alla testa dell’Orchestra Filarmonica di San Pietroburgo, dà modo di fornire qualche ragguaglio alla sua arte direttoriale, tenuto conto che si tratta del direttore che fu scelto, nel 1988, da quella che allora era la Filarmonica di Leningrado, per prendere il posto del leggendario Evgenij Mravinskij, colui che è riconosciuto come il più grande interprete delle pagine sinfoniche di Šostakovič e Čajkovskij. Quindi, Temirkanov è l’erede del Klang, del “suono” che Mravinskij seppe instillare nella compagine orchestrale russa per oltre cinquant’anni, un suono poderoso, granitico, eppure soave, delicatissimo, oltre ad essere compatto, coeso, adatto per affrontare anche il grande repertorio classico occidentale (a tale proposito la registrazione delle quattro sinfonie brahmsiane di Mravinskij con la sua orchestra è annoverata ai livelli di quelle immortali di Furtwängler, Karajan e Jochum). In un certo senso, Temirkanov ha saputo mantenere tale imprinting timbrico, arricchendolo, però, di una soffusa cantabilità, di un nitore caldo, “mediterraneo” (è nota la sua passione per la musica lirica italiana e la sua venerazione per le opere di Verdi).

 

Se il direttore tedesco ha fatto della “scansione” lo strumento per ottenereYuri-Temirkanov.jpg.d138aac896069dcb1be35629f8ee09f5.jpg una straordinaria musicalità dall’orchestra, quello russo ha privilegiato il concetto della “cantabilità”.

Una cantabilità che si avverte perfino nell’esecuzione dell’Aleksandr Nevskij, che permette, tra l’altro, di far perdere alla composizione quella patina di “musica a programma cinematografico”, una cantabilità che inserisce la grandiosità di questo brano sinfonico (si pensi alla celebre scena della “Battaglia sul ghiaccio”, resa da Temirkanov con un fraseggio che rafforza il legato, con enorme guadagno del pathos, quasi si trattasse di esprimere lo sviluppo drammatico, tragico di una pagina verdiana in una dimensione autonoma, del tutto omogenea in sé.

 

D’altronde, la gestualità dello stesso direttore russo (che dirige sempre rigorosamente senza utilizzare la bacchetta), è votata a un movimento fluido, disteso,  anche nei passaggi più concitati di una partitura. Da qui, un ulteriore raffinamento, un qualcosa in più (a scapito di una dimensione maggiormente “tragica” del suono) che questo direttore ha saputo dare alla compagine pietroburghese, rafforzando la sua preminenza nel panorama orchestrale russo e, in assoluto, ponendola tra le primissime al mondo.

 

di Andrea Bedetti

 

 

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