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«È tempo che le medie potenze agiscano insieme perché se non siedi al tavolo sei nel menu» di Redazione Online «L'ordine mondiale è finito. Siamo in un'era di rottura, non di transizione. Sottomettersi alle grandi potenze non garantirà sicurezza. E costruire muri e fortezze non serve. Serve creare nuove coalizioni forti fra Paesi che condividono visioni, valori e interessi». Il discorso integrale del premier canadese al Forum 21 gen 2026 «Oggi parlerò della rottura dell'ordine mondiale e dell'inizio di un'età brutale» questo l'incipit del memorabile discorso tenuto dal primo ministro del Canada Mark Carney al Forum economico mondiale di Davos e già diventato virale in rete. Non si è limitato a schierarsi al fianco di Groenlandia e Danimarca, Carney ha descritto con brutale realismo la politica delle «grandi potenze» - senza mai nominare il presidente Usa Donald Trump - ma ha anche proposto un'alternativa: la costruzione di un nuovo dialogo tra «medie potenze», come il Canada, per un nuovo ordine. Qui di seguito la traduzione integrale del discorso come è stato trascritto sul sito del World economic Forum «È un piacere – e un dovere – essere con voi in questo momento di svolta per il Canada e per il mondo. Oggi parlerò della rottura dell’ordine mondiale, della fine di una bella storia e dell’inizio di una realtà brutale in cui la geopolitica tra le grandi potenze non è soggetta ad alcun vincolo. Ma vi propongo anche un’altra tesi: che altri Paesi, in particolare le potenze di medio livello come il Canada, non sono impotenti. Hanno la capacità di costruire un nuovo ordine che incarni i nostri valori, come il rispetto dei diritti umani, lo sviluppo sostenibile, la solidarietà, la sovranità e l’integrità territoriale degli Stati. Il potere dei meno potenti comincia dall’onestà. Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze. Che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo. Che i forti possono fare ciò che vogliono e che e i deboli devono subire ciò che devono. Questo aforisma di Tucidide viene presentato come inevitabile – la logica naturale delle relazioni internazionali che si riafferma. E di fronte a questa logica esiste una forte tendenza, da parte dei Paesi, ad adeguarsi per sopravvivere. Ad accomodarsi. Per evitare problemi. Nella speranza che la conformità garantisca sicurezza. Non lo farà. Quali sono dunque le nostre opzioni? Nel 1978 il dissidente ceco Václav Havel scrisse un saggio intitolato "Il potere dei senza potere". In esso poneva una domanda semplice: come si manteneva il sistema comunista? La sua risposta cominciava con un fruttivendolo. Ogni mattina questo negoziante esponeva in vetrina un cartello: «Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!». Non ci credeva. Nessuno ci credeva. Ma lo esponeva comunque – per evitare guai, per segnalare conformità, per tirare avanti. E poiché ogni negoziante, in ogni strada, faceva lo stesso, il sistema persisteva. Non solo attraverso la violenza, ma attraverso la partecipazione delle persone comuni a rituali che in privato sapevano essere falsi. Havel definì questo atteggiamento "vivere nella menzogna". Il potere del sistema non derivava dalla sua verità, ma dalla disponibilità di tutti a comportarsi come se fosse vero. E la sua fragilità proveniva dalla stessa fonte: quando anche una sola persona smette di recitare – quando il fruttivendolo toglie il cartello – l’illusione comincia a incrinarsi. È tempo che le imprese e i Paesi tolgano i loro cartelli. Per decenni Paesi come il Canada hanno prosperato all’interno di quello che chiamavamo l’ordine internazionale basato sulle regole. Abbiamo aderito alle sue istituzioni, lodato i suoi principi e beneficiato della sua prevedibilità. Potevamo perseguire politiche estere fondate sui valori sotto la sua protezione. Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa. Che i più forti si sarebbero auto-esentati quando conveniente. Che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico. E che il diritto internazionale veniva applicato con rigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima. Questa finzione era utile e, in particolare, l’egemonia americana ha contribuito a fornire beni pubblici: rotte marittime aperte, un sistema finanziario stabile, sicurezza collettiva e sostegno a quadri per la risoluzione delle controversie. Così abbiamo messo il cartello in vetrina. Abbiamo partecipato ai rituali. E per lo più abbiamo evitato di denunciare le discrepanze tra retorica e realtà. Questo patto non funziona più. Permettetemi di essere diretto: siamo nel mezzo di una rottura, non di una transizione. Negli ultimi due decenni una serie di crisi – finanziarie, sanitarie, energetiche e geopolitiche – ha messo a nudo i rischi di un’integrazione globale estrema. Più recentemente, le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come un’arma. I dazi come leva. Le infrastrutture finanziarie come strumenti di coercizione. Le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare. Non si può «vivere nella menzogna» del beneficio reciproco attraverso l’integrazione quando l’integrazione diventa la fonte della propria subordinazione. Le istituzioni multilaterali su cui facevano affidamento le potenze medie – l’OMC, l’ONU, le COP, l’architettura della risoluzione collettiva dei problemi – sono fortemente indebolite. Di conseguenza, molti Paesi stanno giungendo alle stesse conclusioni. Devono sviluppare una maggiore autonomia strategica: nell’energia, nel cibo, nei minerali critici, nella finanza e nelle catene di approvvigionamento. Questo impulso è comprensibile. Un Paese che non è in grado di nutrirsi, di rifornirsi di energia o di difendersi ha poche opzioni. Quando le regole non ti proteggono più, devi proteggerti da solo. Ma guardiamo con lucidità a dove questo conduce. Un mondo di fortezze sarà più povero, più fragile e meno sostenibile. E c’è un’altra verità: se le grandi potenze abbandonano persino la pretesa di regole e valori per perseguire senza ostacoli il proprio potere e i propri interessi, i benefici del “transazionalismo” diventano più difficili da replicare. Le potenze egemoni non possono monetizzare indefinitamente le loro relazioni. Gli alleati diversificheranno per coprirsi dall’incertezza. Compreranno assicurazioni. Aumenteranno le opzioni. Questo ricostruisce la sovranità – una sovranità che un tempo era fondata sulle regole, ma che sarà sempre più ancorata alla capacità di resistere alle pressioni. Come ho detto, una gestione del rischio di questo tipo ha un costo, ma il costo dell’autonomia strategica, della sovranità, può anche essere condiviso. Gli investimenti collettivi nella resilienza sono meno onerosi che costruire ciascuno la propria fortezza. Standard condivisi riducono la frammentazione. Le complementarità generano benefici a somma positiva. La domanda per le potenze medie, come il Canada, non è se adattarsi a questa nuova realtà. Dobbiamo farlo. La domanda è se ci adattiamo semplicemente costruendo muri più alti, oppure se possiamo fare qualcosa di più ambizioso. Il Canada è stato tra i primi a cogliere il segnale di allarme, avviando un cambiamento profondo della propria postura strategica. I canadesi sanno che la vecchia e comoda convinzione secondo cui la nostra geografia e le nostre alleanze garantivano automaticamente prosperità e sicurezza non è più valida. Il nostro nuovo approccio si fonda su ciò che Alexander Stubb ha definito “realismo basato sui valori” – oppure, in altre parole, sull’essere al tempo stesso guidati da principi e pragmatici. Guidati da principi nel nostro impegno verso valori fondamentali: sovranità e integrità territoriale, il divieto dell’uso della forza salvo nei casi conformi alla Carta delle Nazioni Unite, il rispetto dei diritti umani. Pragmatici nel riconoscere che il progresso è spesso incrementale, che gli interessi divergono, che non tutti i partner condividono i nostri valori. Ci impegniamo in modo ampio e strategico, a occhi aperti. Affrontiamo attivamente il mondo per quello che è, non aspettiamo un mondo che vorremmo fosse. Il Canada sta calibrando le proprie relazioni affinché la loro profondità rifletta i nostri valori. Stiamo privilegiando un coinvolgimento ampio per massimizzare la nostra influenza, data la fluidità dell’ordine mondiale, i rischi che essa comporta e le poste in gioco per ciò che verrà. Non facciamo più affidamento solo sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza. Stiamo costruendo questa forza in patria. Da quando il mio governo è entrato in carica, abbiamo ridotto le tasse su redditi, plusvalenze e investimenti delle imprese, abbiamo eliminato tutte le barriere federali al commercio interprovinciale e stiamo accelerando mille miliardi di dollari di investimenti in energia, intelligenza artificiale, minerali critici, nuovi corridoi commerciali e altro ancora. Raddoppieremo la spesa per la difesa entro il 2030, facendolo in modo da rafforzare le nostre industrie nazionali. Ci stiamo rapidamente diversificando all’estero. Abbiamo concordato un partenariato strategico globale con l’Unione europea, inclusa l’adesione a SAFE, il sistema europeo di appalti per la difesa. Negli ultimi sei mesi abbiamo firmato altri dodici accordi commerciali e di sicurezza in quattro continenti. Negli ultimi giorni abbiamo concluso nuovi partenariati strategici con Cina e Qatar. Stiamo negoziando accordi di libero scambio con India, ASEAN, Thailandia, Filippine e Mercosur. Per contribuire alla soluzione dei problemi globali perseguiamo una geometria variabile: coalizioni diverse per questioni diverse, basate su valori e interessi. Sull’Ucraina siamo membri centrali della Coalizione dei Volenterosi e tra i maggiori contributori pro capite alla sua difesa e sicurezza. Sulla sovranità artica stiamo fermamente al fianco della Groenlandia e della Danimarca e sosteniamo pienamente il loro diritto unico a determinare il futuro della Groenlandia. Il nostro impegno verso l’Articolo 5 è incrollabile. Lavoriamo con i nostri alleati NATO – compresi quelli nordici e baltici – per rafforzare ulteriormente i fianchi settentrionale e occidentale dell’Alleanza, anche attraverso investimenti senza precedenti del Canada in radar oltre l’orizzonte, sottomarini, velivoli e presenza sul terreno. Il Canada si oppone con forza ai dazi legati alla Groenlandia e chiede colloqui mirati per raggiungere obiettivi condivisi di sicurezza e prosperità nell’Artico. Sul commercio plurilaterale sosteniamo la creazione di un ponte tra il Partenariato Trans-Pacifico e l’Unione europea, dando vita a un nuovo blocco commerciale di 1,5 miliardi di persone. Sui minerali critici stiamo formando “club di acquirenti” ancorati al G7, per consentire al mondo di ridurre la dipendenza da forniture concentrate. Sull’intelligenza artificiale cooperiamo con democrazie affini per evitare di essere costretti, in ultima analisi, a scegliere tra egemoni e hyperscaler. Questo non è multilateralismo ingenuo. Né è affidarsi a istituzioni indebolite. È costruire coalizioni che funzionano, tema per tema, con partner che condividono un terreno comune sufficiente per agire insieme. In alcuni casi, si tratterà della grande maggioranza delle nazioni. Ed è creare una fitta rete di connessioni tra commercio, investimenti e cultura, su cui potremo fare affidamento per le sfide e le opportunità future. Le potenze medie devono agire insieme perché, se non sei al tavolo, sei nel menù. Le grandi potenze possono permettersi di andare da sole. Hanno la dimensione del mercato, la capacità militare e la leva per dettare le condizioni. Le potenze medie no. Ma quando negoziamo solo bilateralmente con un egemone, negoziamo da una posizione di debolezza. Accettiamo ciò che viene offerto. Competiamo tra noi per essere i più accomodanti. Questa non è sovranità. È la rappresentazione della sovranità mentre si accetta la subordinazione. In un mondo di rivalità tra grandi potenze, i Paesi intermedi hanno una scelta: competere tra loro per ottenere favori oppure unirsi per creare una terza via con un impatto reale. Non dovremmo permettere che l’ascesa della forza bruta ci accechi rispetto al fatto che il potere della legittimità, dell’integrità e delle regole rimarrà forte – se scegliamo di esercitarlo insieme. E questo mi riporta a Havel. Che cosa significherebbe, per le potenze medie, “vivere nella verità”? Significa dare un nome alla realtà. Smettere di invocare l’“ordine internazionale basato sulle regole” come se funzionasse ancora come promesso. Chiamare il sistema per ciò che è: un periodo di intensificazione della rivalità tra grandi potenze, in cui i più forti perseguono i propri interessi usando l’integrazione economica come strumento di coercizione. Significa agire in modo coerente. Applicare gli stessi standard ad alleati e rivali. Quando le potenze medie criticano l’intimidazione economica proveniente da una direzione ma tacciono quando proviene da un’altra, stanno lasciando il cartello in vetrina. Significa costruire ciò in cui affermiamo di credere. Invece di aspettare il ritorno del vecchio ordine, creare istituzioni e accordi che funzionino davvero come descritto. E significa ridurre le leve che consentono la coercizione. Costruire un’economia domestica forte dovrebbe essere sempre la priorità di ogni governo. La diversificazione internazionale non è solo prudenza economica; è il fondamento materiale di una politica estera onesta. I Paesi si guadagnano il diritto a posizioni di principio riducendo la propria vulnerabilità alle ritorsioni. Il Canada possiede ciò che il mondo desidera. Siamo una superpotenza energetica. Deteniamo vaste riserve di minerali critici. Abbiamo la popolazione più istruita al mondo. I nostri fondi pensione sono tra i maggiori e più sofisticati investitori globali. Abbiamo capitale, talento e un governo con un’enorme capacità fiscale per agire con decisione. E abbiamo i valori a cui molti altri aspirano. Il Canada è una società pluralista che funziona. Il nostro spazio pubblico è rumoroso, diverso e libero. I canadesi restano impegnati nella sostenibilità. Siamo un partner stabile e affidabile – in un mondo che non lo è affatto – un partner che costruisce e valorizza relazioni di lungo periodo. Il Canada ha anche qualcos’altro: la consapevolezza di ciò che sta accadendo e la determinazione ad agire di conseguenza. Sappiamo che questa rottura richiede più di un adattamento. Richiede onestà sul mondo per quello che è. Stiamo togliendo il cartello dalla vetrina. Il vecchio ordine non tornerà. Non dovremmo rimpiangerlo. La nostalgia non è una strategia. Ma dalla frattura possiamo costruire qualcosa di migliore, più forte e più giusto. Questo è il compito delle potenze medie, che hanno più da perdere in un mondo di fortezze e più da guadagnare in un mondo di cooperazione autentica. I potenti hanno il loro potere. Ma anche noi abbiamo qualcosa: la capacità di smettere di fingere, di nominare la realtà, di costruire forza in patria e di agire insieme. Questa è la strada del Canada. La scegliamo apertamente e con fiducia. Ed è una strada aperta a qualsiasi Paese disposto a percorrerla con noi. 21 gennaio 202633 punti
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Partecipo anche io dopo avere visionato tutti questi bellissimi impianti. Ecco la mia stanza dei giochi. Sorgenti digitali: Streamer SOTM sms200 ultra + alimentazione lineare; Meccanica CD Teac PD-505T; DAC Denafrips Terminator. Analogico: Giradischi Hanss T30; Bracci: SME309 e Sorane SA1.2; Testine montate: AT OC9III e Goldring Ethos + altre che alterno, Pre phono Allnic H-5500. Amplificazione: Pre Musical Fidelity KW Hybrid, Finale Musical Fidelity KW750; ampli cuffie Woo WA6SSE Diffusori: Monitor Audio PL300II. Cuffie: Sennheiser HD880 e Hifiman Aria. Mi piace ascoltare musica classica di tutte le epoche, poi a seguire jazz e qualcosa di rock blues. Il suono del mio impianto diffusori lo definirei educato in tutte le gamme e materico.24 punti
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Ghali non mi piace. La sua musica non mi piace. Ma chiunque, in qualunque momento, in qualunque luogo, si sforzi di chiamare le cose col loro vero nome, senza piegarsi alle regole di certa retorica che tutto vorrebbe addolcire, tutto vorrebbe mistificare, tutto vorrebbe nascondere, avrà sempre il massimo rispetto da parte mia. A questo ragazzo non si perdona di aver chiamato, a Sanremo, quello che stava succedendo in Palestina col suo nome: genocidio. Perché quella parola non piace, non s'ha da pronunciare, perché quella parola disturba il manovratore. E allora dagli al ragazzo che "chi si crede di essere questo tizio?"; che ha inseguito il suo sogno e lo canta al mondo, a modo suo; che ha vissuto la discriminazione e combatte le ingiustizie urlandole al mondo, a modo suo. E noi qui stiamo discutendo di questo ragazzo che non fa danno né male ad alcuno, mentre accettiamo di buon grado che gente davvero senza storia, davvero senza cultura, davvero senza un passato se non quello di essere cresciuta nel culto del più forte sta mettendo mano alla nostra Costituzione, alla nostra storia e a tutti i principi per cui i Patrioti, quelli veri, hanno sacrificato le loro vite. Il discorso di Malagó: molto bello; un bel compitino sui principi dello sport universale che affratella il mondo, eseguito molto bene: un po' di pubblicità anche per il Paese, che non fa mai male. Ma mentre lo stava pronunciando, come anche ora, c'era gente che veniva scacciata dalle proprie case poi abbattute, uccisa come cani o lasciata morire di fame, schiacciata sotto le macerie dei bombardamenti e lasciata al gelo, "giustiziata" indiscriminatamente per strada o arrestata e torturata, strappata a forza dalla propria casa, dalla propria famiglia e buttata in una gabbia a migliaia di km. di distanza. E allora abbiamo visto sfilare bandiere di stati che continuano a commettere tutto questo, accolte con gli onori e gli applausi. E non abbiamo visto sfilare altre bandiere di altri stati che fanno lo stesso, ma che noi abbiamo deciso siano peggio di quegli altri. L'intervento iniziale di questo 3D si qualifica da solo.19 punti
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Impianto realizzato partendo dai diffusori Audio Note Ane spe he con woofer in canapa 98db Pre AllnicL7000 Finali Naf 845 special edition Audio note Quest valvolati KR Integrati NAF LEGEND con le KT66 Unison Research Preludio Almarro A318B Kelvin labs Lettore cd/sacd DCS Puccini +clock Streamer Auralic Vega G2.1 Dac a valvole lab12 dac1 reference Phono Aesthetix Rhea Analogico Project rpm10 carbon Testina Van den hul the frog gold18 punti
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Maurodg65 cambia cavallo per favore, non c’e’ nessuna scusante - non per il diritto americano, ma per il diritto universale- per questi omicidi di persone inermi16 punti
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Se tu fossi stato a Washington davanti al reverendo King mentre proclamava "I have a dream" avresti commentato: "la prossima volta a cena evita la peperonata".16 punti
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Timostene. In queste ore Giorgia Meloni, quella che si vanta di non avere bisogno di studiare perché «lei ha l’istinto», ha commesso una serie di errori politici che le costeranno cari. E che possono costare cari a tutti noi italiani. Perché qui non si parla di propaganda interna. Si parla di collocazione internazionale, di credibilità, di peso negoziale. Il primo errore è l’assenza da Monaco. Non un contrattempo. Non una coincidenza. Un’assenza per scelta, coperta con un impegno alternativo in Africa, una conferenza utile come paravento e poco più. Nel momento in cui alla Munich Security Conference l’Europa doveva guardarsi negli occhi e decidere che cosa fare di fronte all’America di Donald Trump, lei ha scelto di non esserci. In diplomazia non è una sfumatura. È una dichiarazione. Significa non stare nel luogo dove si prende posizione. Significa lasciare che altri disegnino l’assetto mentre tu ti sottrai. Il secondo errore è ancora più grave, perché trasforma l’assenza in linea politica. Friedrich Merz non si limitava a una presa di posizione generica. Criticava in modo esplicito le politiche Maga. Marcava una distanza netta dal trumpismo. Indicava un asse europeo che prova a ricompattarsi e a contare. Lei non ha scelto di inserirsi in quella ricomposizione. Ha criticato Merz. E criticare chi prende le distanze da Maga significa, di fatto, collocarsi dall’altra parte. Significa far prendere posizione all’Italia. Non come ponte. Non come mediatore. Non come Paese fondatore che tiene insieme. Come Paese che attacca chi marca la distanza dal trumpismo. Il terzo errore riguarda il rapporto con le regole. La decisione di partecipare come osservatore a un cosiddetto board of peace in Palestina, con modalità percepite come un tentativo di aggirare la costituzione, completa il quadro. I vincoli istituzionali non sono un dettaglio tecnico. Sono la struttura che rende credibile uno Stato. Quando diventano un ostacolo da scavalcare per inseguire un simbolo o una foto, il messaggio è chiaro: le regole valgono finché non intralciano. Il filo conduttore è uno soltanto. L’Italia si autoesclude dall’Europa che decide proprio mentre l’Europa prova a riorganizzarsi e a ritrovare una postura comune davanti agli shock geopolitici. E non si tratta di un’Europa senza guida. Il disegno della nuova architettura economica e strategica porta anche la firma di un italiano, Mario Draghi, chiamato a delineare la rotta sulla competitività e sul futuro industriale del continente. Assentarsi dal tavolo decisivo, attaccare chi prende le distanze da Maga, giocare con i margini costituzionali per inseguire un protagonismo simbolico significa imboccare la strada più rapida verso l’irrilevanza. Il risultato prevedibile è un’Italia ridotta a contare quanto l’Ungheria di Viktor Orbán. Un Paese formalmente dentro, politicamente ai margini. Seduto al tavolo ma aggirato quando le decisioni contano. Tollerato finché non disturba. Neutralizzato quando serve coesione. Tutto questo era prevedibile. Si può seppellire un seme sotto strati di linguaggio istituzionale. Si può coprirlo con dichiarazioni rassicuranti. Si può pensare che basti l’istinto per governare la complessità.14 punti
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A me ha risposto che devo uscire e toccare il culus alle femmine14 punti
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Ma poi cos'è 'sto nuovo modo di intendere la società, questa crescente indulgenza verso i potenti qualunque cosa facciano? Qui si è sostenuto che le mazzette sono poca cosa perché, in fondo si sa, anche se si "unge" un po' basta ottenere il risultato, con tutte le tasse poi che lo stato maledetto chiede ai poveri imprenditori che, loro sì, mica chi lavora, fanno "trottare la vecchia" e dunque non devono essere disturbati. E dagli ai magistrati quando cercano di fare il loro lavoro! Ora mi tocca leggere (tu quoque, @mozarteum) che un po' di perversione ha sempre "allietato" i soliti potenti e dunque che sarà mai, anche se potenzialmente ci potrebbero essere costrizioni, violenze di vario tipo e minorenni coinvolti... Ma veramente stiamo cadendo così in basso? Ma veramente abbiamo perso la capacità di dire le cose come stanno e di provare ancora disgusto per gentaglia simile? Ma davvero le tossine seminate dal "berlusconismo" hanno creato un tale imbarbarimento di tutti? Io ancora mi rifiuto di crederci. Ancora credo che la ci sia tanta gente per la quale cosucce come "onestà", "legalità", "correttezza", "rispetto" abbiamo ancora un valore fondamentale di guida per le proprie esistenze. E non solo il dannato denaro che per molti, anche qui,sembra essere l'unico scopo e l'unica via che conoscono per la felicità,non essendo in grado di averne trovate altre. Ma che c...!14 punti
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Ieri, come tutti gli anni, c'è stata la commemorazione dell'olocausto. Avrei trovato molto più elegante, se ancora una volta, l'onnipresente Segre che voleva ricordare gli ebrei uccisi nei campi di concentramento, avesse evitato i riferimenti ai palestinesi sterminati dagli israeliani nel genocidio di questi tempi. Ciascuno piange e commemora le proprie vittime. Questione di rispetto per tutti. Alle volte, un bel tacer... Scusate ma non ho resistito, ho scritto anche se questo mio post non piacerà. Criticate pure ma io la vedo così.14 punti
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Ci sono momenti in cui bisogna essere decisi, chiunque non veda il pericolo che si sta configurando negli usa è un potenziale nemico delle persone per bene.13 punti
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Zelensky ha ragione, ha ricevuto aiuti militarmente scarsi tardivi e discontinui, mentre a parole tutti si facevano belli proclamando il sacrosanto diritto all'integrità territoriale dell' Ucraina, all'atto pratico inviavano poco più che scatole di miccette, e solo a patto che le scoppiassero senza far sentire il botto in russia. Dopo 4 anni di questo indecente tira-e-molla, col paese devastato sotto i colpi di un infame figlio di puttana che mira scientificamente ai bersagli civili, è normale che abbia le palle lievemente girate.13 punti
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Perché così tante persone pensano che la musica sia “peggiorata” dopo un certo periodo di tempo? C’è un momento preciso nella vita di ogni appassionato di musica in cui accade qualcosa di irreversibile: ci si sveglia una mattina, si accende la radio, si apre Spotify o TikTok, si ascolta una canzone nuova e si pensa: “Ma che roba è? Ai miei tempi la musica era un’altra cosa!” Ecco, quel momento segna ufficialmente il nostro ingresso nel club più antico del mondo: il Club di Quelli Convinti che la Musica Sia Peggiorata Un club fondato, secondo alcune stime archeomusicali, intorno al 3000 a.C., quando un tizio sumero si lamentò perché “le nuove melodie per lira non hanno più la profondità di quelle di una volta”. Ma perché succede? Perché ogni generazione è convinta che la musica sia precipitata in un abisso di banalità subito dopo il proprio periodo d’oro? La risposta è un mix di psicologia, nostalgia, mercato discografico e un pizzico di autoironia. 1. La sindrome del “picco musicale personale” Gli psicologi la chiamano “reminiscence bump”: tra i 12 e i 25 anni viviamo un’esplosione emotiva, sociale e identitaria. È il periodo in cui: ci innamoriamo per la prima volta, usciamo fino a tardi, scopriamo chi siamo, e soprattutto ascoltiamo musica in quantità industriali. La musica di quell’età diventa la colonna sonora della nostra formazione. Risultato: tutto ciò che viene dopo sembra meno intenso, non perché sia peggiore, ma perché noi siamo diventati più… come dire… adulti, occupati, stanchi, stressati, cinici. 2. “La musica di oggi è tutta uguale!” (spoiler: anche quella di ieri) Ogni epoca ha avuto i suoi tormentoni ripetitivi: negli anni ’50 c’erano 200 canzoni che iniziavano con gli stessi tre accordi, negli anni ’80 i synth facevano tutti piu-piu nello stesso modo, negli anni ’90 ogni band alternative aveva il cantante che sembrava voler ingoiare il microfono, negli anni 2000 l’auto-tune era ovunque, oggi c’è la trap con i suoi cliché. La verità è che il mercato discografico ha sempre funzionato per cicli e formule. Solo che ricordiamo il passato filtrato dai capolavori, non dalla massa di brani mediocri che nessuno rimpiange. 3. “I cantanti di oggi non sanno cantare!” Questa è una delle frasi preferite del Club. Eppure, se ascoltiamo certe registrazioni live degli anni ’70, scopriamo che anche allora c’erano stecche memorabili, performance discutibili e artisti che avrebbero beneficiato di un corso accelerato di intonazione. La differenza? Oggi tutto è registrato, condiviso, commentato, memato. La mediocrità è più visibile, ma non più diffusa. 4. L’effetto nostalgia: il filtro Instagram della memoria. La nostalgia è un equalizzatore potentissimo: attenua i difetti, amplifica le emozioni, trasforma un brano carino in un capolavoro assoluto. È lo stesso motivo per cui ricordiamo con affetto i cartoni animati della nostra infanzia e non quelli di oggi: non è che fossero migliori, è che eravamo noi a essere diversi. 5. Il mercato discografico è cambiato (e noi con lui) Un tempo la musica si scopriva: in radio, nei negozi di dischi, tramite amici, leggendo riviste. Oggi: algoritmi, playlist, social, micro-generi che nascono e muoiono in tre settimane. Il risultato è un sovraccarico di novità che può farci sentire spaesati. Quando non capiamo più il linguaggio musicale del presente, tendiamo a dichiararlo “inferiore”. 6. “Non ci sono più i musicisti di una volta!” Ogni epoca ha i suoi virtuosi. Oggi ci sono produttori che fanno magie con un laptop, batteristi che suonano in poliritmia a 200 BPM, cantautori che scrivono testi complessi e rapper che giocano con la metrica come poeti futuristi. Il problema è che non li cerchiamo, perché siamo troppo impegnati a confrontare tutto con ciò che amavamo a 17 anni. 7. Il cervello ama ciò che conosce La musica nuova richiede energia cognitiva. Quella vecchia, invece, è un abbraccio sonoro: la conosciamo già, ci rassicura, ci fa sentire a casa. Il cervello, pigro per natura, preferisce ciò che non deve decodificare. E così, quando ascoltiamo qualcosa di nuovo, la prima reazione è spesso: “Non mi piace.” Che è il modo elegante del cervello per dire: “Non ho voglia di impegnarmi.” In definitva non è la musica che peggiora, caso mai siamo noi che cambiamo. La musica non è peggiorata. È cambiata, come cambia ogni forma d’arte viva. E noi cambiamo con lei, anche se a volte facciamo finta di no. La verità è che ogni generazione ha la sua musica del cuore, e ogni generazione successiva la giudicherà con un misto di incomprensione e ironia. È un ciclo eterno, quasi poetico. Quindi la prossima volta che senti qualcuno dire: “La musica di oggi fa schifo!” puoi sorridere e pensare: “Benvenuto nel club. La tessera è gratuita, ma l’autoironia è obbligatoria.” . Pensiero non mio, ma che condivido e vi propongo...12 punti
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Volevo aspettare l'arrivo della base per il giradischi (la TAOC ASRIII AD NB) per presentarlo, ma eccolo qui il mio impianto: - Giradischi: Yamaha GT-2000 + psu Yamaha YOP-1, testina Dynavector DV 20X2L, phono M2Tech Nash + psu M2Tech Palmer. - Deck: Teac V-3000. - Meccanica: Accuphase DP-90. - Pre/DAC: Accuphase DC-300. - Finale: Accuphase A-30. - Diffusori: B&W 805 D3. - Cavi: Acrolink 7N Leggenda di segnale A-2110, alimentazione PC-4020/4030, potenza S-1040, cavo digitale Accuphase HLG-10. - Tavolino porta elettroniche: TAOC ASRIII 4S NB. - - - - - - - - Saluti. Pietro12 punti
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Hai perso la partita a bocce contro uno più giovane di te?12 punti
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Eccolo in fase definitiva giradischi acoustic solid 110 braccio Sorane ta1 testina hana umami red pre Mc Intosh c12000 finale Mc Intosh Mc 462 Cd / dac Mc Intosh mcd 12000 75 anniversary streamer eversolo dmp a10 tv Sony bravia 8 OLED 77” diffusori sonus faber Amati cavi di segnale e di potenza cardas clear rev1 cavi di alimentazione cardas clear beyond ( mi arriveranno a metà febbraio già ordinati) per ciabatta pre e finale; Furutech dps 4.1 terminati con spine e prese Furutech rodiate per giradischi cd e streamer ciabatta e presa da muro Furutech con prese rodiate12 punti
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Salve, da un anno a questa parte mi sono dedicato a un progetto vintage molto interessante. Partendo da un giradischi Pioneer PL50L II , importato dal Giappone, ho voluto creare una gemma aggiornata portando il gruppo motore dal 50 al 70 (modello più costoso e performante). La scheda e motore dei due so praticamente identici se non fosse che il 70 ha dell'elettronica aggiuntiva per meglio gestire l'alimentazione e stabilità rotativa. Partendo da ciò mi sono studiato gli schemi e le schede, e dopo un'attenta analisi ho modificato e aggiunto i componenti mancanti sulla scheda del 50 di fatto aggiornandola al 70. I componenti sono identici ma moderni rispetto a quanto il service manual del 70 dichiara. Fatto questo ho costruito un nuovo plinto sulle misure del P10 - fratello maggiore della serie, e sostituito il trasformatore per alimentare il tutto a 220. Infine ho incapsulato i il cavo del pre-fono nello plinto con delle prese RCA. Con un coperchio nuovo il tutto è come da foto. Il Braccio è stato completamente smontato, lubrificato e rimontato, e il risultato è notevole (non come il mio Micro Seiki RX-5000/8000 ma molto bello) Ora avendo altri motori/bracci del 50 ho un nuovo progetto che comincerò a breve per l'upgrade al 70 , ma questa volta con un nuovo plinto che supporti oltre al suo braccio il mio SME 312S. Quindi poi venderò il mio 50/70. Saluti12 punti
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Sì, vergogna e disonore, ma pure calma e gesso. La colpa dell'Europa è quella di non aver chiuso bene la stalla dopo che USA, Russia e Ucraina hanno fatto fuggire i buoi? Il buon Zelensky preferisce Trump e fa bene, è una ottima scelta per lui, possono uscire tarallucci e vino. Ma che l'Unione ne tragga le dovute conseguenze, si chiami fuori da beghe che non la riguardano e riapra il rubinetto del gas russo.12 punti
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Questa è la mia sala ora terminata con il trattamento acustico di Acustica Applicata Impianto composto da: _Diffusori Sigma Acoustics Orchestra 2.9 _Pre valvolare Doge 8 Clarity _Streamer Cambridge Audio 851N modificato Aurion impiegato maggiormente per lettura file locali su SSD _Streamer Sony HAP Z1 ES impiegato maggiormente per lettura file locali su SSD _Rtr Studer A810 _Finale McCormack DNA-2 _Trattamento acustico Acustica Applicata con risonatori Volcano e Bat e elementi Daad 3, Studio Daad e EcoDaad La sedia visibile i foto sarà presto sostituita da un divanetto due posti in pelle in arrivo a breve. Ho impiegato un pò a trovarne uno di mio gradimento e con altezza della seduta (54cm) superiore alla media,12 punti
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Perché dialogare da pari a pari con un plateale fax imbellle, che fa sofismi da mincione in malafede davanti all'assassinio a freddo di uno disarmato e immobilizzato? Cosa pensate di guadagnare alla discussione? Non vi pare che esistano limiti di decenza, di pudore, di dignità superati i quali discutere è impegno privo di scopo?11 punti
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Come in Germania o forse peggio la ragion di stato atlantica ha consentito la sopravvivenza fisica o civile a soggetti che poi hanno inquinato il futuro del paese.11 punti
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Ottima descrizione, semplice, genuina e disinteressata. Di interventi come il tuo, se ne leggono sempre meno quando un tempo era pane quotidiano in questo forum e quindi i miei complimenti ! Oggi ci si pensa sempre 2 volte prima d'imbarcarsi nella descrizione di un'esperienza di ascolto a casa propria, di amici o in fiera/negozio, non per paura ma solo per non dover leggere, o peggio dover rispondere, ad inutili interventi di quelli che: Non era l'ambiente adatto I componenti erano mal assortiti La sorgente costa troppo ed è inutile perchè oltre 1000 euro sono solo soldi buttati Èh ma le misure ?.... non sono perfette e quindi non può suonare bene L'impianto di mio cugggino costa 1/1000 e suona molto meglio I diffusori non suonano perchè ho sempre sentito schifezze dal quel fabbricante La musica scelta era semplice e con quella suonerebbe bene pure una cassa bluetooth........ Alla fine I critici a prescindere ci saranno sempre quindi, giustamente, inutile dar loro peso. Un caro saluto, R10 punti
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Comunque era un testo di Rodari, non parole scombinate. Magari informarsi prima di parlare10 punti
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Pensare che un tempo i migliori elementi ed elettori della destra italiana si ispiravano a personaggi come De Gasperi, Anselmi, Dossetti o La Pira, mentre oggi rimpiangono il mignottame berlusconiano e considerano normale essere rappresentati da gente il cui livello morale (e mi consenta, pure culturale) sta sotto a quello di un facocero mette un poco tristezza. Bravi bene bis10 punti
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Ne hai facolta’. Io ci vivo in mezzo e non vedo questo farsi i catzi loro. La magistratura si occupa di milioni di casi e non solo dei politici e di sovvertire governi (non credo neanche a questo). Ci sarebbero altre cose da farsi: ad esempio, impiegare l’ IA predittiva per accelerare le cause (cioe’ si mettono i dati della controversia nel “bimbi” IA che predice l’esito: se non si e’ d’accordo interviene il giudice in carne ossa, e salasso di spese in caso di opposizione temeraria o strumentale, sai che effetto deflattivo), aumentare gli organici, riavviare l’edilizia carceraria, porre un limite di tempo ai processi, al netto dell’attivita’ dilatoria dei difensori, aumentare le sanzioni alternative per i reati non di sangue (toccare il portafogli e’ un ottimo deterrente per chi ha e per i nullatenenti prevedere forme di compensazione socialmente utili). il grande malato della giustizia italiana e’ il diritto civile, la Cartabia qualcosa ha fatto per concentrare i tempi, ma c’e’ una litigiosita’ eccessiva. La civilta’ d’un paese peraltro si misura -oltreche’ dall’efficienza degli apparati fognari- anche dal tasso di legalita’ spontanea dei cittadini. Moltissimi di noi si comportano per bene spontaneamente, non perche’ ci sia una norma che consenta o vieti.10 punti
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Questa guerra ci riguarda da vicino, anzi da vicinissimo. Letto l'articolo del Corriere, Zelensky a mio parere non dice nulla di strano. Purtroppo. Chiaro che, dopo 4 anni sotto le bombe, obiettivi civili colpiti, scuole, ospedali, palazzi distrutti e civili morti sotto le bombe di quel delinquente di Putin, a Mosca probabilmente non sanno nemmeno ci sia una guerra, nessuna bomba, buon per loro, hanno visto, a Zelensky, dicevo normale girino un po' le scatole. Aiuti militari ne sono arrivati, guai pero' a colpire il territorio russo, non si sa mai che si arrabbiano di piu'. Quelli ti tirano bombe dalla mattina alla sera e tu puoi solo sperare di intercettarli. Bella teoria. La verita' purtroppo, alla prova dei fatti, e' che l'Europa, lo scrivo come fervente Europeista, non e' in grado, per tanti motivi, quando serve, di esprimere una voce unica quando serve. Di imporre sanzioni dure, non a pacchetti semestrali, con votazioni e preparazioni che durano settimane. Putin, quel delinquente assassino, ha avuto vita facile. Ha potuto fare quello che voleva. A Zelensky, al di la' di qualche pacca sulle spalle e di qualche incoraggiamento verbale, poca assistenza o almeno non quella di cui avrebbe avuto bisogno. Leggermente ot, ma non troppo, qualche giorno fa, forse domenica, un bell'articolo di Mauro su Repubblica, chi puo' lo legga per cortesia, parlava della sx e di come non veda e "senta" come sue le battaglie di Kiev e di Teheran. Per motivi storici, un antiamericanismo e anti occidentalismo,sempre e comunque, per cui si tace o non si dice abbastanza contro certe dittature. Hamas, alla fine, meglio di Israele. E io che voto da sempre a sx soffro molto di questa situazione. Come soffro per una Ue, cui credo, anzi crederei con piu' passione se non si limitasse a essere veloce e puntuale solo sul definire "la lunghezza di una vongola" per essere definita vongola. Auguri al Popolo Ucraino. Io non penso sia una guerra che non ci riguarda. Anzi, ci riguarda proprio. Alla grande.10 punti
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Un paio di riflessioni: 1. con molta lucidità coglie il fatto che l'attuale fase non è solo una "parentesi Trump". Anche qui molti pensano che tolto di mezzo lui, le cose poco a poco tornerebbero alla normalità. Sembra quasi che gli usa siano la famiglia la cui quotidianità è stravolta dal trovarsi a dover gestire il nonno con l'alzheimer. Non è così. Lo dico sempre che lui è quello che sta sotto ai riflettori, ma dietro ha tutta la produzione, che è enormemente potente. I lanzichenecchi sono arrivati alle stanze dei bottoni, c'è stato un cambio nella classe dirigente usa, che va al di là dello scrotus. Carney lo afferma chiaramente. La linea attendista, che cerca di ingraziarsi il nonno per pararne le intemperanze, nell'attesa che arrivi un ricambio, è una linea miope che ci fa perdere solo tempo. Meglio organizzarsi di conseguenza, come suggerito dal premier canadese. Se si arrivasse ad una massa critica, UE e Canada, ma anche il resto del commonwealth con riavvicinamento dell'UK, potremmo essere più robusti di fronte alle angherie sia d'oltreoceano che orientali. 2. nella calata a valle lanzichenecca dell'internazionale nera s'ode a destra una voce autenticamente liberale. Un discorso conservatore, di destra, anche nazionalista, che auspica il mantenimento della schiena dritta, ma che non ha bisogno né di toni da bivacchi di manipoli, né di orizzonti da razza superiore. In altre parole, che non abdica a quei valori faticosamente conquistati nell'ultimo secolo o giù di lì. Alla buonora! Il confronto con chi invece racconta di spezzare reni a manca e a destra, da mane a sera, ma alla prova dei fatti è impegnatissimo nella gara a chi spinge la lingua più in fondo, è impietoso.10 punti
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Ma questo mediocre comico(che definirlo comico è un offesa a chi ha ben altro spessore ) ,la “ cara” destra quando ho fatto body shaming su Rosy Bindy ,sulla Schlain e su altri esponenti di partiti progressisti , zitta tutta ,compresa la Meloni. E chi si ricorda quando Berlusconi ha cacciato ,e ripeto cacciato dalla RAI ,Enzo Biagi ,Santoro e Luttazzi ,andava bene? Ma questa destra misera e inconcludente ,dove si attacca a tutto per creare distrazioni di massa ,dove non affronta i Veri problemi ,la bisogna sopportare per molto ? Destra non date lezioni perché sareste voi i primi sui banchi dei giudici ,che tra l’altro non digerite.9 punti
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https://www.businessonline.it/news/il-viso-di-giorgia-meloni-appare-in-un-angelo-nel-restauro-della-basilica-a-san-lorenzo-in-lucina-chi-c-dietro_n82120.html . Almeno potevano farla in estasi : .9 punti
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Brutta storia brutta gente: l’autista, gli altri passeggeri (nessuno che si e’ fatto avanti a protestare o a pagare il biglietto per il bimbo), l’azienda, le Olimpiadi che hanno trasformato Cortina in una pozzanghera di fanghiglia da cantiere9 punti
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Recensione La Scala AL5 . Ciao a tutti! Dopo 1 mese e mezzo di convivenza con le La Scala ho deciso di scrivere quella che (forse impropriamente) posso definire una piccola recensione (stimolato anche da alcuni di voi, a dire il vero ). Il resoconto, oltre a raccontarvi le mie impressioni, è anche finalizzato ad evidenziare quelle che, per me, sono state le maggiori differenze con le Cornwall 3, che avevo prima. . La catena è composta da: lettore McIntosh MCD350, ampli McIntosh MA5200, stanza da circa 40mq. I cavi sono Thender di potenza (rame puro da 3,3mm) e Wireworld di segnale. . Posizionamento: ho provato diversi posizionamenti, ma il migliore è risultato il seguente: addossate alle pareti posteriori, a circa 30 cm dalle pareti laterali, 3 metri una dall’altra (da tweeter a tweeter), a 3,3 metri dal punto d’ascolto, leggermente inclinate verso il punto d’ascolto (né parallele, né sparate in faccia). . Per ora NON ho ancora usato un subwoofer (anche se disponibile e collegato all'ampli HT): voglio prima "capire" le casse in formato liscio, così come sono fatte: poi, nel caso, vedremo. Le differenze con le Cornwall 3 (che ho avuto per 8 anni) sono tante, non sempre a vantaggio delle LS: per alcuni aspetti e a determinate condizioni le Cornwall potrebbero risultare preferibili alle La Scala (ne parlerò dopo). . Ma passiamo alle mie impressioni: le La Scala sono realistiche, portano l'evento in casa tua, hanno una capacità incredibile di ricreare l'immagine sonora. Sono una lente di ingrandimento che non solo rende più realistico l'evento sonoro, ma porta a galla dettagli che prima ignoravo. Nel primo disco che ho usato, la voce di Paolo Conte si è materializzata esattamente al centro, davanti a me, con gli strumenti ben definiti nello spazio: ho avuto l'impressione di avere l'ensemble in taverna con me. Gli strumenti acustici non sono ingigantiti ma vengono riprodotti nelle giuste proporzioni, oltre che con le corrette tonalità: è un'esperienza unica, che non ho vissuto con nessun altro diffusore. Le voci sono emozionanti: quando metto un disco di Fabrizio De Andrè o di Johnny Cash gli ascolti sono da pelle d'oca; spesso quando ho avviato un ascolto per una prova che, nelle intenzioni iniziali, avrebbe dovuto essere di qualche minuto si è protratta fino alla fine del disco ;-) Anche con le voci femminili la resa è di alto livello: suadenti, effetto presenza sublime, sia che si tratti di Patricia Barber che Cassandra Wilson oppure Eva Cassidy: si riesce a percepire ogni sfumatura, ogni sospiro. Il disco "Vieni via con me" di Alice, in cui canta alcune cover dei brani di Battiato, riesce a trasmettere un pathos che non ricordavo dai tempi in cui avevo le Falcon LS3/5. . Le registrazioni ricche di strumenti (a corda, a fiato, elettrici) e voci, come quelle dei Dead Can Dance o Loreena McKennitt (cantante che io adoro), vengono riprodotte in maniera coinvolgente, tutto sembra essere al posto giusto, riesco a sentire piccoli dettagli del tutto nuovi e l'impatto è notevole. Le percussioni di qualsiasi genere (conga, tom tom, bongo) sono molto realistiche, per non parlare delle "pizzicate" degli strumenti a corda. Il celeberrimo Amused to Death, di Rogers Waters, è un festival di effetti sonori (cani, scimmie, voci, ecc..) che provengono da tutte le direzioni, sembra di avere un sistema surround! . Parlando di impatto sulle basse frequenze, la cosa che più mi preoccupava, posso dire una cosa: passando dalle Cornwall (che partono dai 34 hz in su) alle La Scala (dai 50 hz in su) mi sono reso conto che c'è ben poca musica tra i 34 e i 50 hz! Dirò una bestemmia? Forse, ma in effetti in quel range c'è meno roba di quanto pensassi. Quello delle La Scala è un basso diverso, molto diverso: meno profondo ma più articolato, più veloce, forse più “vero”. Le "lacune" più grandi sulle basse frequenze, infatti, si avvertono solo su determinati generi musicali: musica tecno, organo a canne, rock elettronico tipo Depeche Mode o Kraftwerk: solo in questi casi le Cornwall mi mancano perchè l'impatto, il basso devastante del woofer tradizionale da 15 pollici batte chiaramente quello caricato a tromba. Probabilmente con un buon subwoofer questo gap verrebbe azzerato. . Abbinamenti: con queste casse le variabili sono tante: ad esempio mi piacerebbe provarle con un ottimo valvolare (con le 845) oppure, restando in casa McIntosh, un ampli con autoformer, probabilmente più adatto (il mio sogno resta il finale valvolare MC275). Devo dire, comunque, che anche con l’entry level di casa McIntosh (MA5200) mi stanno regalando ore e ore di divertimento! Provato mezz’ora il Trends Audio 10.1: inascoltabile! Freddo, duro, senz’anima. Non è una questione di tanti o pochi watt, ciò che conta è la qualità perché queste bestioline ti sputano tutto addosso. . L'effetto "lente d'ingrandimento" non perdona: le belle registrazioni sono magnifiche, quelle mediocri sono inascoltabili (le CW erano molto più tolleranti): da questo punto di vista, forse, un equalizzatore aiuterebbe. Allo stesso tempo, però, questa lente non ingigantisce in maniera irrealistica gli strumenti acustici: un contrabbasso rende esattamente come un contrabbasso dal vivo, cosa che non avvertivo con le Cornwall, che tendevano un po’ ad ingigantire gli strumenti acustici. . Il passaggio da CW alle La Scala è un upgrade per tutti? Assolutamente NO! Se si ascolta prevalentemente metal, pop, tecno, ecc.. probabilmente sarebbe meglio restare sulle Cornwall: più equilibrate, forse più "ignoranti" (perdonatemi il termine) ma più appaganti con questi generi musicali, sicuramente più universali. Se invece si ascolta jazz, musica acustica, voci, blues, classica, voci: bè non c'è storia, le La Scala rendono molto meglio. Anche col rock classico si comportano molto bene: ascoltare Telegraph Road su SACD, a palla, è stata un’esperienza entusiasmante. . Conclusioni: sono molto contento della mia scelta. Temevo il cambiamento, dopo tanti anni di Cornwall, ma alla fine ne è valsa la pena: sto scoprendo un nuovo modo di ascoltare la musica, un nuovo modo di riprodurre, che non è detto sia migliore; diverso, ma spetta all'ascoltatore capire se, per lui, è migliorativo o meno. . L'unico appunto che mi sentirei di fare alle La Scala è la carenza sotto i 50hz: a fronte di un ingombro simile (e di un costo non indifferente) per molti potrebbe essere inaccettabile dover usare per forza un subwoofer. A parte questo "difetto" direi che sono dei diffusori fantastici, unici nel loro genere. . Per crescere c'è tempo per ora me le godo con ore e ore di ascolti piacevolissimi e, in molti casi, davvero emozionanti (d'altronde cosa dovrebbe produrre questo nostro hobby, se non proprio emozione?). Chiudo con la frase di commiato che mi ha detto il negoziante, prima di andar via, quando mi ha portato le La Scala: “ok ci rivediamo qui tra qualche anno, quando verrò a portarti le Horn!”9 punti
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“MARTIRI DELLE FOIBE”: UN PO’ DI CHIAREZZA. QUANDO A CELEBRARE LE TRAGEDIE DELLA STORIA SONO QUELLI CHE LE HANNO CAUSATE. Ogni anno si dedicano piazze, vie e parchi, in ogni parte d'Italia, ai "Martiri delle Foibe". Noi siamo già intervenuti, anche in passato, per dire la nostra opinione critica. E crediamo che sia il caso di tornare ad affrontare in maniera un po’ più approfondita questo tema. Nel 2004 il governo di centrodestra, con l’avallo del centrosinistra, stabilì di celebrare il 10 febbraio (anniversario del Trattato di pace che nel 1947 aveva fissato i nuovi confini con la Yugoslavia) una “Giornata del Ricordo” per celebrare “i martiri delle foibe e dell’esodo istriano, fiumano e dalmata”. Una ricorrenza situata a dieci giorni dalla “Giornata della Memoria” (istituita nel 2000 per il ricordo dalla Shoah e di tutte le vittime e i perseguitati del nazifascismo). In questi anni il senso comune ha portato a fare di tutto un polverone, cosicché si parla correntemente di “foibe” come “olocausto degli italiani”. Noi riteniamo che in tutto questo ci sia un’operazione di confusione e di ribaltamento dei fatti. L’obiettivo di raggiungere una “memoria condivisa” attraverso una specie di “par condicio della storia”, per la quale ricordiamo “tutte le vittime”, nasconde i giudizi di valore sulle responsabilità storiche specifiche, in particolare quelle del regime fascista italiano in collaborazione con il nazismo tedesco. Chi ha provocato le tragedie della seconda guerra mondiale e chi, dopo averle subite, ha reagito, diventano la stessa cosa. Oggi, correntemente, con il nome di “foibe” ci si riferisce a due periodi distinti: in Istria dopo l’8 settembre del 1943, fino all’inizio dell’ottobre dello stesso anno, e a Trieste nel maggio 1945, dopo la liberazione da parte delle truppe partigiane yugoslave (ufficialmente alleate del fronte antinazista) e durante i 42 giorni di amministrazione civile della città. In questi due periodi, secondo la vulgata corrente, un numero imprecisato di persone, comunque “molte migliaia”, sarebbero state uccise solo perché erano di nazionalità italiana e poi “infoibate”, ossia gettate nelle cavità naturali presenti in quelle zone. Si tratterebbe di una “pulizia etnica”, di un “genocidio nazionale”. La responsabilità principale viene in genere attribuita ai “titini”, ossia ai partigiani yugoslavi comunisti. Chi propone un esame critico di questa versione viene chiamato “negazionista” o, ben che vada, “riduzionista” (usando quindi le stesse categorie utilizzate per chi nega o sminuisce la Shoah). Noi riteniamo che vada ristabilita invece una corretta lettura dei fatti, sia per il contesto storico in cui sono inseriti, sia nella ricostruzione documentaria dei fatti stessi. Fin dal 1919 le squadre fasciste, a Trieste e nell’Istria, fecero una politica di aggressione violenta, in chiave nazionalista, contro le istituzioni operaie e la popolazione slovena e croata. Mussolini, in un discorso a Pola del 1920, dichiarò: “Abbiamo incendiato la casa croata di Trieste, l’abbiamo incendiata a Pola. Bisogna che l’Adriatico, che è un nostro golfo, sia in mani nostre. Di fronte a una razza come la slava, inferiore e barbara, non si deve seguire al politica dello zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere le Alpi Dinariche. Il nostro imperialismo vuole raggiungere i giusti confini segnati da Dio e dalla natura, e vuole espandersi nel Mediterraneo.”. Quando il fascismo diventò regime, operò in quelle terre un’opera di snazionalizzazione violenta e capillare, fino a far identificare fascismo e italianità. Furono 20 anni di oppressione e repressione, che portarono migliaia di persone nei carceri del Tribunale Speciale, al confino, davanti ai plotoni di esecuzione, e alla perdita dei loro beni e della loro terra. A partire dall’aprile 1941, l’Italia fu in guerra nella penisola balcanica insieme ai tedeschi, contro la resistenza partigiana e la popolazione locale. Ricordiamo la nota “Si uccide troppo poco” mandata nel 1942 dalle gerarchie militari. Furono 350.000 i civili montenegrini, croati e sloveni massacrati, fucilati o bruciati vivi nelle loro case durante i rastrellamenti; furono più di 100.000 i civili, uomini, donne e bambini, deportati e rinchiusi in oltre 100 campi di concentramento (i “campi del Duce”) disseminati nelle isole dalmate, in Friuli e nel resto d’Italia. Migliaia di essi furono falciati dalla fame e dalle malattie. A Trieste, fascisti e repubblichini furono i collaboratori zelanti delle SS che avevano la zona sotto il loro controllo (ricordiamo il campo di sterminio di San Sabba, con 5000 vittime, ebrei, slavi e resistenti). Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, con la capitolazione dell’esercito italiano e la cessione del potere ai tedeschi, in Istria scoppiò una vera e propria una insurrezione popolare, in particolare di contadini e operai, che durò fino ai primi di ottobre, ossia fino al ritorno dei nazifascisti. Da una parte ci fu l’aiuto a migliaia di soldati italiani sbandati, dall’altra furono improvvisati dei cosiddetti “tribunali popolari”, più o meno strutturati, che non presero di mira gli italiani in quanto tali, ma in cui si scaricò l’odio accumulato in vent’anni contro i gerarchi fascisti e i proprietari terrieri che avevano approfittato del regime. Le vittime di queste esecuzioni, molte delle quali furono poi “infoibate”, furono alcune centinaia (una cifra verosimile è di 400-500). E’ pensabile che, in un simile clima, possano essersi esercitate anche vendette private o crudeltà ingiustificabili. Dai primi di ottobre ritornarono i nazisti. Furono accompagnati da milizie italiane, e fascisti furono gli informatori e le spie che li guidarono nell’incendio di decine di villaggi. Vi furono, ad opera dei nazifascisti, 5.000 civili uccisi e 12.000 deportati e ulteriori “infoibamenti”. Durante il periodo dell’amministrazione civile di Trieste da parte degli yugoslavi, 42 giorni da fine aprile a maggio 1945, le autorità avevano elenchi ben definiti di gerarchi e collaborazionisti, che sottoposero a processo e giustiziarono. Anche qui, il numero è ricostruito in maniera diversa: da alcune centinaia, precisamente testimoniabili, a una cifra superiore, di alcune migliaia, che lievita in maniera assolutamente inattendibile nei racconti postumi degli eredi neofascisti. Anche qui, possono esserci stati casi di vendette private; ma non ci furono esecuzioni di massa casuali o imputate al solo fatto di essere italiani. Nel corso del dopoguerra, fino a metà degli anni ’50, una cifra fra 180.000 e 250.000 di persone di lingua italiana lasciò i territori della Repubblica yugoslava e si trasferì in Italia; prima sollecitati e poi praticamente abbandonati a se stessi dalle autorità italiane. Anche questo fenomeno, doloroso come ogni esodo, va messo nel suo contesto di spostamento di popolazioni che, dopo la 2° guerra mondiale, furono costrette ad abbandonare i territori dove precedentemente abitavano lungo la linea dei confini orientali: diversi milioni di persone, in prevalenza tedeschi, dalla Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Ucraina. Una ricostruzione storica obiettiva non sempre è facile nei suoi aspetti particolari, ma il quadro generale è chiaro: è quello dei lutti e dei crimini provocati in Europa dal nazifascismo. Un “mattatoio della storia” in cui possiamo provare umana pietà per ogni singola vittima, ma in cui bisogna tenere ben salde le differenze: “senza mettere sullo stesso piano”, scrive Giacomo Scotti, “coloro che per decenni praticarono la violenza e infine la scatenarono, e quanti a quella violenza reagirono, talvolta con ferocia, nel momento storico della svolta”. Noi italiani dobbiamo imparare a fare i conti con il nostro passato e le nostre responsabilità storiche, sia per quello che riguarda la persecuzione razziale contro gli Ebrei, sia per le guerre coloniali in Africa, sia per le guerre d’aggressione e le stragi nella penisola balcanica (Albania, Grecia, Yugoslavia). Avremo raggiunto una memoria storica “condivisa” quando tutti avremo saputo assimilare e riconoscere queste colpe, smettendo di considerarci solo “brava gente” o facendo celebrare le vittime delle tragedie storiche (le “foibe”) proprio da chi le ha causate. Un vero “Giorno del ricordo” dovrebbe essere dedicato a questo. Da: osservatorio democratico sulle nuove destre. Ma perché non si parlò di "foibe" per molto tempo e specialmente negli anni '50, '60, '70 e '80 dello scorso secolo? La risposta la dà il massimo rappresentante della politica italiana di quegli anni: Giulio Andreotti (e se si và avanti con questi asini al governo toccherà rimpiangere anche lui).... GIULIO ANDREOTTI IL MARESCIALLO TITO ED I PROBLEMI CON LE FOIBE ED I CRIMINI DI GUERRA ITALIANI IN JUGOSLAVIA Molti vogliono riscrivere la storia, far passare gli oppressi da oppressori e viceversa. Andreotti, anni fà, in una intervista sulle foibe, disse che nel dopo guerra si era arrivati ad un accordo con Tito per avere i responsabili di quei delitti dalla Jugoslavia così da poterli consegnare ai tribunali internazionali. A sua volta però Tito chiese venissero consegnati anche i fascisti che avevano per primi attuato atrocità e crimini contro il popolo Jugoslavo. Su quello ci accordammo, così andammo a vedere chi erano i responsabili fascisti e ci accorgemmo con stupore che erano dentro le nostre istituzioni, chi generale, chi prefetto, chi questore, chi direttore di questa o di quell’altro istituto nazionale. Allora decidemmo di mettere una pietra sopra a tutto e ognuno ci tenemmo i nostri criminali. Chissà quanti di questi criminali fascisti, oggi hanno figli, nipoti o parenti in politica? Purtroppo non sapremo mai i loro nomi, ma non erano certo Partigiani. Da rivista storica militare8 punti
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Hanno già comiciato a chiedersi "che studi hai fatto" e a darsi del borsellato tra loro ?8 punti
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Nella mia prima vita, ho avuto diverse testine kiseki : 1 blu normale, una blu silver spot, ed una blu gold spot; 1 kiseki Agaat ed una kiseki purple heart. Ho avuto anche i 3 step up prodotti dalla kiseki : i 2 blu con valori di impedenzea diversi e quello nero silver. In foto la Blu Silver Spot (mi sembra) e la Agaat con lo step up cilindrico a sinistra. Purtroppo tempi passati.8 punti
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