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Jazz!


analogico_09

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analogico_09
4 ore fa, damiano ha scritto:

Volevo segnalare la disponibilità di molti titoli della Black Saints su Bandcamp

È musica jazz di: Muhal Richard Abrams,  Hamiet Bluiett, Anthony Braxton Julius Hemphill, Steve Lacy, George Lewis, Roscoe Mitchell,  David Murray, Archie Shepp, Max Roach, Don Pullen, Sun Ra Arkestra, World Saxophone Quartet ...

Insomma quasi 200 titoli da leccarsi i baffi

 

Grazie della segnalazione, Damiano, queste sono tra le mie tazze di te' in jazz favorite, ci butterò certamente le due orecchie.  Che ricordi la Black Saints di Milano dedita alla produzione e diatibuzione di dischi di jazz avant-gard, quanti "ordini" di dischi rari import, anche lei chiuse i battenti un triste giorno. Ho segnalato nel topic degli ascolti vinilici il progetto discografico della "Get Back" che racchide in sei vinili una compilation del jazz "avant-gard" che a quanto pare ha attirato solo la tua attenzione.., tu che non sei "debole  di cuore" per queste ed altre merviglie del jazz... :classic_laugh:
 

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analogico_09
1 ora fa, campaz ha scritto:

Sono nato nel 1966 e ho iniziato ad appassionarmi al jazz verso i 25 anni. Ho assistito a molti concerti di nomi “storici”: Ornette Coleman, Sonny Rollins, il MJQ, Ron Carter, Benny Golson, Steve Lacy, Lee Konitz… Ho soprattutto due rimpianti: non aver ascoltato dal vivo i miei preferiti (Davis, Coltrane, Mingus e Monk)


Io sono nato prima di te e la passione per il jazz è scattata nel '64/'65.., ho ascoltato i  musicisti che hai ascoltato tu, complimenti!,  meno Benny Golson - peccato.., un gran bel sax... però ho ascoltato Art Farmer suo stetto comprimario poeta del flicorno, - in varie incisioni e concerti, e molti altri "guru" della nostra amata musica afroamericana.

Davis e Mingus (che è mio padre) sono quelli che ho ascoltato di più dei grandi grandi grandi.., grande rimpianto per non aver potuto incrociare Coltrane morto nel '67.., né Monk che non era solito suonare in Italia, a Roma.

E' molto importante ascoltare il jazz, fondamentale, inalienabile, tutta la musica dal vivo; hai voglia a fare incetta di dischi ascoltati a cottimo se non partecipi anche alle sacre liturgie concertistiche, quelle che abbiamo avuto la fortuna di poter seguire allora e che non si ripeteranno mai più. Ma nella storia tutto è gloria, passa e va, chi c'era c'era chi non c'era non c'era e la ruota dell vita seguita a girare anche per i più "sfortunati"... .

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@campaz bei nomi complimenti! Anche io, come @analogico_09 ho qualche anno più di te e la mia passione è iniziata verso la metà degli anni 70. Ne ho sentiti tanti ed anche a me mancano Coltrane e Monk. Molte volte ho avuto la fortuna di riuscire a vedere da vicino e parlare.con qualcuno degli artisti perché un mio caro amico è stato direttore artistico di un festival jazz. 

Confermo quanto scritto da Peppe; andare ai concerti è fondamentale. I dischi in studio, a volte, sono mediati da esigenze che live sono meno pressanti e sono, come dire, formativi.

Ciao

D.

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analogico_09
Il 31/5/2024 at 23:49, damiano ha scritto:

Confermo quanto scritto da Peppe; andare ai concerti è fondamentale. I dischi in studio, a volte, sono mediati da esigenze che live sono meno pressanti e sono, come dire, formativi.

Ciao

 

Mi tornano in mente e un po' in pancia quelle sensazioni che provavo ascoltando in concerto il musicista che conoscevo attraverso i dischi. Durante il live succedevano cose impreviste ad ogni istante, liberi i "celebranti" di non doversi  preoccupare di quello che sarebbe potuto entrare o meno in un disco e di seguire la propria ispirazione, il proprio feeling senza compromessi. La musica libera di dirigersi verso ogni direzione dilatando gli spazi sancendo la sconfitta della tirannia del tempo. L'ascoltatore sulle prime veniva un po' disorientato, preso da un vortice improvvisativo del quale non se ne potevano prevedere sviluppi ed esiti, fin dove avrebbero potuto condurlo, a differenza degli ascolti discografici immutabili e più "rassicuranti" sotto il profilo del coinvogimento emotivo e psicologico. Saltava ogni fissa "definizione" appresa sul musicista e sulla sua musica, l'ascoltatore a sua volta era impegnato ad attraversare nuovi territori musicali nei quali perdersi o ritrovarsi attraverso l'ascolto attivo della musica suonata dal vivo anzichè dal disco conosciuto anche quando si fosse al primo ascolto... Questo a mio avviso resta un percorso ascoltatoriale obbligatorio, affiancando anche il disco, per tutti quelli che si considerano appassionati dell'arte dei suoni.

Ricordo in modo particolare - perchè la sensazione di "straniamento" da me vissuta fu particolarmente intensa ed infine oltremodo esaltante - il quartetto di "Charles Tolliver" dal vivo al Music Inn, Novembre 1974 C. Tolliver, tromba; John Hicks, piano; Clint Huston, basso; Clifford Barbaro, batteria). Rispetto a come conoscevo questo gran trombettista molto "funky"  avendo come riferimento alcuni dischi, mi ritrovai immerso in una musica inaudita suonata con un senso "mantrico" del tempo e dell'espressione: brani interminabili, circolari, spazi solistici che si alternavano senza soluzione di continuità, senza "fretta" senza dover provare la sensazione del "tra un attimo dovrà finire perchè il disco finisce...". Era così bello ed "estenuante".., reiterato... la notte avanzava e con essa le eccitazioni, il susseguirsi di "immagini" evocate dai suoni musicali.
Il quatetto suonò generosamente per oltre 90 minuti (registrai la serata, ho modo di verificare l'esatto minutaggio), una durata insolita rispetto alla media dei tanti concerti cui ho assistito nello stesso jazzclub. Ne uscii come se avessi compiuto un'esprerienza metamusicale dentro e fuori (di) me stesso quale iniziatico guidato da siffatti Maestri.

Tutto quanto detto facendo tuttavia salvo il prezioso e irrinunciabile strumento complementare rappresentato dal disco. Ma innanzi tutto il concerto.

 

Quando riascolto la registrazione, molto buona, come ora, mi sembra di tornare nella antica "caverna" sprofondata nelle viscere di Roma nella quale si concretizza la chimica tra '"l'urgenza del reale e la metafisica del sogno"
 

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analogico_09

Sto vivendo un momento Cherriano...

 

DON CHERRY Hear & Now

 

 

Un nutritissimo organico in uno dei dischi più "fusion_funky, etnico_wha-wha" , forse l'unico, capitanato da Don Cherry nel '76, uscito nel '77 da Atlantic. da me acquistato in ottima prima ristampa italiana nel '77 ancora in condizioni NM.

Ho come l'impressione che sia anche il disco per pagare il "conto del sarto" di Donald (niente di grave, lo si dice anche di alcune bellissime musiche musiche di Schubert..., alcuni Impromptu se non ricordo male) benchè la sua vena poetica non scada mai nel banale, mai priva di schietta ispirazione, sempre in continuità con la sua filosofia e "stile" musicale.
In questo disco Cherry da molto spazio ai suoi comprimari e accompagnatori:  Michael  Brecker, Lenny White, Marcss Miller (che qualche "guaio" lo combina pure qui con la sua solita invadenza... ) Steve Giordan, Tony Williams, Sam Samole e altri esponenti ambivalernti jazz/rock : qui la lista (https://www.discogs.com/it/release/6302545-Don-Cherry-Hear-Now). Impiegate trombe, sax, chitarre, sitar, tamboura, percussioni, timpani, arpa, vocal, cricket, bass, keyboard, drums, congas, flute, piano elettrico e acustico.... Musicisti e strumenti diversamente distribuiti nei vari brani dove, pur con tanta carne a cuocere, nella luninosa, coloratissima caledoscopia srtrumentale capace di evocare le più diverse sonorità, di fumo non se ne vede. Cherry, benchè accerchiato da tante personalità diverse tra di loro, non sempre situato nell'esatto centro in alcuni brani, rinunciando a quei suoi più estesi , memorabili assolo di trumpet che lacerano lo spirito, controlla bene l'insieme e ne viene così fuori un disco interessante, suggestivo e godibile. Fatta la tara a quel poco di felice la-la-la un poco ingenuo che si ascolta bel brano "Surrender Rose".

Il brano migliore, il più ispirato è l'ultimo "medley" diviso in "tre momenti" religiosi: "Journey of Milarepa",  "Shanti",  "The ending movement-liberation (from welkin of infinity)", con organico più ridotto: tromba (suonata con maggior feeling e più a lungo),  flauto, chitarra, keyboards, basso, batteria, congas, percussioni (senza l'"assorbente" presenza di Marcus MIller).
 

 

 

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analogico_09

 

Let My Children Hear Music 1972 - Ascolto uno dei dischi più sontuosi e complessi di Charles Mingus, bellissimo, abbagliante! Fortemente in blues, intriso di toni imprespressionistici  "classici", modal_ispanici, "messicani", afrosudamericani. Quantità di cose in stato di sorprendente, organica compatibilità tra di loro e con lo spirto della tradizione big-bandistica del jazz, con la ellingtoniana, nella fattispecie, quasi sempre ricorrente nella invenzione del grande compositore - tra i più grandi del '900, tra tutti i "generi": contrabbassista, compositore, polistrumentista, band-leader di gran fiuto, tra gli anticipatori di punta del "modale", della "new-thing", del "free" ed altri elementi della "modernità" in felice convivenza nella musica di Mingus.

Il quale aveva il "Duca" come "nume tutelare" della creatività, privilegiata fonte di ispirazione e di azione musicale del passato, presente e futuro, forma una e trina dell'inscindibile unità meta-temporale mingusiana.

Organici da big band, combinazioni strumentali sbalorditive per varierà di suoni, timbri e colori, di espressioni musicali telluriche, ora tese, laviche, ora serene, liriche, a tratti dolenti,  pronte a trasformarsi in "orgy in free".
Tutto questo in solo disco contenete sei brani miliari partoriti dalla mente di un solo uomo a misura della personalità trina ed inscindibile dell'uomo privato, dell'artista e del "paziente" Mingus (self portrait in three colors)

La mia copia "Analogue" Pure Plasur molto ben suonante.

 

DSCF2769.thumb.JPG.4af365c004ea802ec6982651a978dd28.JPG


Il brano più bello.., o forse il mio brano del "cuore"...

 

Adagio Ma Non Troppo
 

 

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molto interessante l'aspetto "psiche" di Mingus, quando suonò ad UJ aveva appena terminato un soggiorno nel reparto di psichiatria, l'avevano rimesso in buona forma, a Todi nel 1974 era sorridente  e sereno e dispensava a tutti commenti e saluti. Mi fece un autografo che ho conservato così gelosamente che non lo ritrovo...

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analogico_09
Il 20/6/2024 at 11:14, gusgoose ha scritto:

molto interessante l'aspetto "psiche" di Mingus Todi nel 1974

 

C'ero anchio a Todi.

Non ricordo se fu nello stesso anno se prima o dopo, lo ascoltai anche a Perugia. Sempre trascinante, un jazz fisico e "accorato".

Il concerto e altre interessantissime risprese "private" del grande musicista. Lo ascoltai in seguito ai  Bologna e Pescara Jazz. A Roma nell'"intimità" del Music Inn. Ero seduto a due metri dalla piattaforma sulla quale suonavano.., non pensai di chiedergli una autografo ma alla fine del set mentre si ritiravano verso il bar gli toccai il basso e "nascostamente" la pancia... :classic_biggrin:

Le tre anime di Mingus

 



Mlto suggestivo questo fotogramma del filmato che riprende Mingus mentre si allontana...

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analogico_09
6 ore fa, gusgoose ha scritto:

eccolo qui il nostro, suonare beato sulla piazza di todi, in altro a sinistra, piacevolmente barbuto, io lo ritraggo

 

 

Grande!! Io non avevo in quei giorni di UJ 1974 la machinetta.. come la chiamavamo prima... però mi vedo per un attimo mentre attraverso il palco da dove scattavo delle foto nel fimato del concerto di Freddie Hubbard ad Orvieto 1978 Poi trovo il video YouTube e lo condivido... :classic_rolleyes: :classic_biggrin:

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analogico_09

 

Sto, stavo riascoltando uno dei tre dischi registrati da Don Cherry per Blue Note con formazioni diverse (citerò solo i diretti comprimari, straordinarie anche le sezioni "ritmiche", ovviamente):  Complete Communion (1966) con Gato Barbieri; Symphony For Improvisers (1967) con Gato Barbieri , Pharaoh Sander, Karl Berger vibrafono e piano; "Where Is Brooklyn?" con Pharaoh Sander.

Mentre ascoltavo quest'ultimo per curiosità sono andato a leggere in "Blue Note Records . La Biografia" - che condivisi per primo nel forum anni fa -  cosa ne pensasse Richard Cook, autore del testo, di questi per me straordinari progetti di jazz moderno/avanzato, quasi free per nulla "criptico", e devo dire che non mi ha convinto l'approccio critico troppo veloce con il quale "liquida" i tre album con un tono di malcelata sufficienza e qualche toccata di "rimprovereo" quasi paternale nei confronti di Don Cherry trattato come se fosse un buon figliolo però capriccioso o impertinente.., mancando su quella che è invece l'autentica, altissima qualità musicale e "caratteriale" da globetrotter di Don Cherry.
Il quale, pur non essendo IL virtuoso assoluto della storia della tromba jazz, ha sempre espresso in tutti gli ambiti musicali nei quali ha lasciato il segno indelebile, moltissimi, quale leader o comprimario, la sua personalissima, irripetibile, irresistibile vena creativistica innovativa e pulsante, il profondo lirismo, le folate di note penetranti e liquide della sua "pocket trumpet"  a volte "astratto", o "surreale", da "marcetta" con ritmi da "Histoire du soldat" di Strawinsky" (il quale assimilò molto il jazz che si riflette anche nalle citata opera) ma sempre di cristallina e fresca ispirazione, tutte cose alla  quale secondo me Cook non rende giustizia, che tralascia o fraintende.

Con tutto il rispetto per Cook e per gli altri critici più o meno celebrati, resto tuttavia dell'umilissimo avviso che - non essendo costorio il "vangelo", nonostante la indiscussa fama - ogni tanto in più occasioni vi siano motivi di fare la "tara" o di aggiungere opportunamente qualche altra considerazione allo stringato commento o giudizio critico che si possa ritenere un poco avaro o forviante.

Mi piacerebbe argomentare più approfonditamente la mia opinione, riassumere quando scrive Cook, ma oggi è domenica quindi  riposo.., lunedì, martedì. mercoledì sono giorni dedicati a recuparare le energie spese per l' ozio.., alla prima occasione cercherò di tornarci su. Nel frattempo chi vorrà anticipare qualcosa sarà il benvenuto.

 

Ciò che scrivo sopra della musica di Cherry, vale anche per i dischi Blue Note di Cherry quindi per questo splendido "Where is  Brooklin?" con la partecipazione di un Pharaoh Sander "incendiario" che attizza il lirismo più "trasognato" di Cherry il quale a sua volta prova a fare da estintore con il grande comprimario. In definitiva sono tre dischi tutti elettivamente Complete Communion...

Bass – Henry Grimes
Cornet – Don Cherry
Drums – Edward Blackwell
Tenor Saxophone, Piccolo Flute – Pharoah Sanders
Recorded on November 11, 1966

 

 

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analogico_09
30 minuti fa, analogico_09 ha scritto:

mi vedo per un attimo mentre attraverso il palco da dove scattavo delle foto nel fimato del concerto di Freddie Hubbard ad Orvieto 1978

 

 

Vabbè.., piccola paura del come eravamo... Ho segnato il punto, qualche attimo prima.. sono quello coi baffi che passa defilatamente con macchina fotografica appesa al collo ... :classic_cool::classic_tongue:

 

 

 

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