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Miles Dewey Davis III (Alton, 26 maggio 1926 – Santa Monica, 28 settembre 1991)


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analogico_09

A proposito del cool jazz, generalmente associato ai musicisti bianchi che suonavano in modo più rilassato e raffreddato, meno aggresivo rispetto alle ardenti fiammate in jazz & blues degli afroamericani della east coast, veniva inquadrato sotto il profilo meramente estetico-stilistico quando non erano state ancora individuate le reali valenze "filosofiche", allegoriche, socio-razziali del "genere". Tali caratteristiche emersero dalla tromba "siderale" di Miles Davis che portò nel 1949-50  alcuni del migliori rappresentanti del jazz californiano corrente musicale della west coast prevalentemente bianco, negli studi della Capitol per registrare il leggendario Manifesto del cool intitolato "The Birth of the cool" gettando sul "genere" una nuova luce  musicale, filosofico- culturale, antopologico-razziale "sommessamente" rivoluzionaria.

 

Mi piacerebbe condividere ciò che scrive al riguardo Amiri Baraka (LE Roi Jones), 1934, autore afroamericano di testi teatrali, saggista, scrittore, musicista, musicologo, sociologo, attivo all'interno dei movimenti della protesta "negra" come intellettuale presente fisicamente nelle drammatiche e violente sommosse che costarono sangue e prigione, durissime repressioni agli afroamericani in rivolta. Lascio ad Amiri Baraka la parola estrapolando del suo straordinario resto intitolato "Il Popolo del Blues - Sociologia degli afroamericani attraverso il blues" alcuni passaggi molto significativi ed illuminanti. 

 

 

[...] Il nucleo di arrangiatori (Gil Evans, Mulligan, Carisi) e di musicisti che Davis impiegò per le incisioni del 1949-50  proveniva da un'orchestra bianca da ballo di Claude Thornhill. Gil Evans era stato uno dei primi a riarrangiare per grande orchestra alcune composizioni di Charlie Parker. È del resto palese che Davis ebbe una profonda ammirazione per la pienezza sensuale dell'orchestra di Thornhill, come molti suoi dischi,  specie quelli con l'arrangiamento di Evans. Ma, per Davis, il suo suono sommesso e senza vibrato era solo un mezzo, e non un fine: dati i profondi legami che seguono con l'impulso del blues, era capace di insinuare, con una sola nota o una pausa altamente significativa, più blues di quanto non riuscissero a produrre gli altri strumentisti cool con un'intera composizione

Forse, per le ragioni che ho ricordato nel terzo capitolo, il cool si adattava perfettamente ai musicisti bianchi, amanti della "purezza del suono" e di un prodotto finito, piuttosto che del materiale più scoperto dell'espressione drammatica. 

[...]

Allontanandosi dal contesto originario, swing divenne un nome che stava a indicare una musica commerciale, ispirazione da quattro soldi della musica afroamericana. Il termine cool significava un particolare modo di relazionarsi con il mondo e con l'ambiente circostante, definiva cioè un atteggiamento che effettivamente esisteva: essere cool, freddo, significava essere calmi, non lasciarsi impressionare dall'orrore quotidiano che il mondo pre-senta. E per i neri l'orrore poteva anche non essere altro che la mentalità mortalmente noiosa dell'America bianca. Questa calma, stoica repressione della sofferenza, è antica quanto l'ingresso del nero nella società schiavista, ma può affondare le radici anche molto più lontano, per giungere fino all'aricano che accetta e incorpora pragmaticamente le obbligazioni del vinto fra le proprie. Probabilmente è questa distorsione che ha permesso al nero di sopravvivere, questa sua capacità di essere "freddo", calmo, non impressiona-bile, distaccato, forse per rendere il proprio fallimento il più segreto possibile. L'unico rapporto giusto con un mondo fondamentalmente irrazionale è la non partecipazione. Se vediamo tale atteggiamento in una sua compara che si manifesta in varia misura in tutte le fasi della vita del nero in America, pos-siamo subito ribaltare molti stereotipi. La raccomandazione "sbrigati, sennò resti a mani lente", per esempio, perde ogni senso se solo si pensa che, data la sua immutabile posizione in fondo alla scala sociale, il nero non aveva proprio nessuna ragione di "sbrigarsi" [...]

 

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Il Blues è una musica sporca. Senza il dissidio, la lotta, non ci può essere un'estetica né nera né blu, ma solo un'estetica di sottomissionr. (Amiri Baraka)

 

Miles davis non partecipò attivamente anelle lotte di emancipazione, non fece parte della protesta social e razziale abbracciando i movimenti rivoluzionari socio-estetici che facevano riferimento al Free Jazz, ma non smise mai di lottare riaffermando fino alla fine dei suoi giorni la propria negritudine attraverso il  suo "cool jazz" così come lo rappresenta Amiri Baraka. Una rivoluzione silente, siderale, lirica, distaccata, di una freddezza di ghiaccio che brucia più del fuoco accendendo i cuori e le menti degli uomini di buona volontà dell'intero pianeta Terra. Un antidoto universale contro ogni forma di sottomisione. 
 

Un potente brano "politico" di Miles. "Right Off" , dall'album "A Tribute to Jack Johnson" (1971). Colonna sonora, inoltre, di un documentario sul primo campione mondiale di pugilato dei pesi massimi afroamericano che aveva sfidato apertamente il razzismo e il sistema giudiziario bianco negli Stati Uniti. 

 

 

  • Melius 1
analogico_09



 

19 ore fa, analogico_09 ha scritto:

Un potente brano "politico" di Miles. "Right Off" , dall'album "A Tribute to Jack Johnson" (1971)

 

Per competare un po'm l'asetto "politico" presente nella vicenda davisiana, alla fine di Yesternow, il secondo brano che conclude l'album, sovapposto alla musica che va smorzandosi con un richiamo alla storica vena lirica "acustica" mai abandonata da Davis, che si ripresenta immancabilmente anche all'interno delle sue rivoluzioni "elettriche" più radicali, c'è un breve recitativo di un attore che esprime  in nome del puglile nero campione del mondo dei pesi massimi l'orgoglio della negritudine. 

 

«I'm Jack Johnson. Heavyweight champion of the world. I'm black. They never let me forget it. I'm black all right! I'll never let them forget it!» 

 

Davis, appassionanto di Boxe, fi anche pugile dilettante. 

 

 

 

 

 

  • 3 settimane dopo...
analogico_09

Dopo il concerto romano, del 8 Luglio 1986, di cui alle mie foto ricordo, il 27 Luglio la stessa formazione di Davis suonò al Pescara Jazz. Dopo averlo ascoltato nella capitale partimmo alla volta della città marinera, ascoltammo il concerto che trovai ancor più ispirato del romano facendo ritorno a casa in piena notte, era quasi l'alba. Esperienza indimendicabile.
Ho copiato dal web le seguenti info. Ho cercato nel Tubo pensando di trovare come annunciato il video integrale del concerto pescarese ma trovo solo le tracce audio, qualche video che si sentono e si sentono male, la successione di brani in scaletta montate insieme ad immagini ... Giudicate voi.
Data la rarità del materiale, non credo si trovino altre registrazioni migliori ed integrali, segnalo la cosa, fate vobis... anche con quell'audio rimediato è possibile che si possa tuttavia percepire  il feeling musicale della straordinaria serata. 

Male che va, sul piano delle immagini, potrei postare qualche scatto che realizzi durante l'evento.., qualcuna mi pare l'ho già codivisa sopra. 

 

 

Pubblicato da pochi giorni su YouTube il video integrale del concerto di Miles Davis al Pescara Jazz 1986 insieme alla sua band formata da Bob Berg al sax, Robben Ford alla chitarra, Robert Irving III Adam Holzman alle tastiere, Felton Crews al basso, Vincent Wilburn alla batteria e Steve Thornton alle percussioni.
Compiuti da poco i sessant'anni, anche negli anni '80 Miles cavalcava magnificamente il momento storico usando le conquiste tecnologiche con una profondità espressiva nutrita da una tradizione racchiusa e sintetizzata nella sua immensa personalità.
La tracklist di quella sera fu: Star People, Maze, Human Nature, Wrinkle, Splatch e Time After Time
 Stessa formazione di Roma 

 

 

Il progetto è spalmato su più video, cliccare su "Guarda su Youtube" 
 

 

  • Melius 1
analogico_09
44 minuti fa, Napoli ha scritto:

Su raiplay c'è il concerto a Umbria Jazz 1985

 

Grande RayPlay. C'ero anch'io. Ottimo concerto, più rilssato, meno mordace, prevalse anche l'aspetto "divistico" di un Miles più "affabile" che si concedeva al pubblico avvicinandosi, staccatosi dal palco, alle tante persone sedute sul prato dello stadio perugino, allo sciame di fotografi (io ero in alto, in tribuna, lontano) lambendolo durante la sua passeggiata mentre seguitava a soffiare nella tromba collegata in Bluetooth.., diciamo con un suo antesignano ... :classic_laugh: 

Mi pare che scattai delle foto da lontano ma temo poteri faticare a rintracciarle.

Ricordo spero bene che Davis si presentò sul prato campo da calcio con una limousine... grande scialo!! Così era lo "sciamano sulfureo", non si contraddiva, possedeva ca. vastita'.

Per esempoi.., lanno prima, a Terni, sempre in Luglio, per Umbia Jazz, Miles Davis portò a termine un lungo e miracoloso, straziante e potente concerto, stupendamente assecondato in paerticolare da John Schofield che cacciava il blues dallo strumento, dal corpo e dall'animo, e dagli altri. Dei 7 / 8 concerti dell'ultima "fase" musicale della sua vita, fu quello che mi trascinò in uno stato di febbrile eccitazione, un'estasi misto a sofferenza,  quasi mistica, teresiana.., non solo me, tutto il pubblico che non smetteva di applaudire all'aperto nella notte nel frattempo scesa sulla piazza di Terni gremita di gente, stimolata  anche da Davis che non smetteva di suonare.., come in una sorta di scia degli interminabili bis. Le presenze via via sparirono nella sera.., rimasero le ombre... A malincuore ci rassegnammo a dover abbandonare il luogo nel quale avevamo vissuto un trip musicale, psichico, mentale, tribale, ancestrale, sciamatico,  memorabile, inenarrabile! 


Ho adocchiato le due parti che formano l'intero, lo vedrò con calma, grazie @Napoli, metto il link per arrivare subito dal filmato. 

https://www.raiplay.it/programmi/milesdavisinconcerto

analogico_09

Mi sono ricordato che nei miei archivi o reliquari conservo una pagina critica de Il Messaggero a firma di Marco Molendini, 10 Luglio 1985 intitolata "metaforicamente "Splendido Traditore". Una nota di "costume", diciamo così... il presentatore del filmato non riporta che la massiccia affluenza di pubblico iniziò qualche ora prima del concerto ad asserragliarsi di fronte ai cancelli dello stadio mentre si faceva sempre più forte la spinta dei corpi verso chi si trovasse avanti col timore di restare schiacciatio. Vi furono momenti di panico, qualche isteria giutificabile..Ero lì.., non si capiva perchè non avessero aperto i cancelli prima non già a ridosso dell'inizio del concerto, in modo da far defluire traquillamente i 15.000 spettatori che si gettarono a torrente impazzito sugli spalti o tribune alla chi arriva primo... Fortunatamente durante il concerto, già dalle prime note del "Divino", mi tornò il buon umore. Insomma, il rischio di dover... rimpiangere il Music Inn di Roma, il jazz ascoltato nei jazzclub delle migliori "liturgie" concertistiche fu timore appena balenato e subito da me scacciato...  visto come erano cambiati i tempi, la musica, lei del tutto incolpevole, come la macchia dello "spettacolo" musicale industriale fosse diventato molto più agguerrite e forse poco attenti alle esigenze degli spettatori... La precedente edizione itinerante di Umbria Jazz che si concluse nel  1976 ripartendo completamente cambiata dopo una pausa nel 1982, pur essendo anarchica, più "frikkettona", pur con tutti i problemi logistici e pratici, lasciava a loro maggior e rispettoso agio la massa di spettatori. Ma sarebbe da fare un altro discorso sula faccenda dell'Umbria Jazz rinnovata della seconda fase che pur mantenendo l'alta qualità delle proposte, ove possibile (nel frattempo diversi guru del jazz che illuminarono l'edizione itinerante erano passati am miglio vita, mentre le novità non coprivano adeguatamente i "buchi) si "imborghesì" un po'.., diciamo così perdendo quella magia della spontaneità delle cose che nascono senza le restringenti progettazioni marketing... 


Sia stato pur quel che fu, con annessi e connessi, con le cose che i "critici" raramente riportano.., resta quella notte del 7 luglio 1985 una notte di indimendicabile a fronte dei vari stupotri vissuti, musicali ed extra... 

 

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analogico_09

IL documantario M. D. Birth of the Cool ha diversi motivi di interesse nella ricchezza delle immagini fotografiche, filmati d'epoca di vario tipo spesso rarità, mentre su quello biografico del "Divino" MIles e più strettamente musicale, è supeficiale, edulcorato, la solita narrazione di "prammatica" secondo l'ottica biancaa-borghese. Su tali piani è molto deludente e non credo adatto ai neofiti del jazz e del musicista. 

Ad esempio, del tutto forviante, assolutamente limitante il "capitolo" dedicato alle leggendarie registrazioni del Birth of the cool, ovvero sul significato profondo  musicale e sociale, psicologico politico (cosa sulla quale il docu accortamente evita e svia, riproponendo i soliti epidosi di razzismo stranoti che oramai fanno gossip divistico più che ingenerare viva indignazione nel lettore/ascoltatore a fronte della forte drammaticità che caratterizza la vicenda) del termine "cool jazz" che ho cercato qualche giorno fa di unquadrare sotto ben altra visuale in questo post

Idem per quanto riguarda la genesi, i motivi autentici e ben più complessi, articolati, affascianti che spinsero Davis a registrare con Gil Evans un altro dei suoi massimi capolavori, tra i più poetici e musicali,  intitolato Sketches of Spain. Non certamente, non unicamente, perchè la moglie Frances lo convinse ad acquistare tutti i dischi di flamenco in una discoteca di Barcelona. La preparazione, il viaggio e l'esito che portarono al disco fu di natura profondamente spirituale e non una "imitata" e via dell'autendoco duende musicale flamenco della "dolente Spagna". 

 Questi documentari sono format che vanno bene in generale.., un po' per tutto e quindi praticamente per niente, o quasi. Sempre a mio spassionato ed umile parere. Due orette circa di visioni (scarsamente visionarie...)  piane e lisce che non creano magoni o contrarietà (a parte il finale, l'ultimo capitolo sulla morte di Davis non avrebbe potuto non farsi commovente) ma, sempre a mio avviso, due ore di lettura dell'autobiografia di Miles Davis si rivelerebbero molto più fruttuose, curiose, stimolanti, istruttive, intraganti e financo "disturbanti." quando un lavoro d'arte mette in movimento anche la mente, la psiche, oltre che la pancia. 
Perchè la musica di Davis non fu mai tranquillizzante e riappacificatrice, una sorta di KOB da "bere" in raffinata audiofilia che finisce per svilirne l'impulso rivoluzio  nario , formale ed estressivo, metalirico.  Fin dalle prime note "cool" contrabbandate in piena e incendiaria stagione Bop, fino alle ultime, sofferte, drammatiche  note soffiate negli estremi concerti alcuni giorni prima della morte - attraverso le quali il grande poeta della tromba ricercava il lirismo tagliente e "siderale" delle passate stagioni che pulsavano ancora in lui, mai dimenticate e che riaffioravano nell'inconscio davisiano presago della propria imminente dipartita (novello Mozart) di colui che fu uno dei sommi geni della musica del '900 - fu sempre indomita, mai scontata, prevedibile, incasellabile in una qualsiasi etichetta. 
Ebbi il privilegio di assistere ad uno degli ultimissimi, estremi concerti di Davis che si tenne a Roma stadio olimpico il 23 Luglio 1991, presenti 20.000 ascotatori, tre mesi prima della morte che fu nel 28 Settembre 1991 all'età di 65 anni.  Un concerto "controverso", vissi la netta sensazione che quella gracilità corporea che non avevo mai notato in Davis  durante gli altri 8,9 concerti live cui assistei, dal 1973 fino ad allora, fosse lo specchio della sua anima dolente e premonitrice che cercava di ricongiungersi soffiando poche ma taglienti, devastanti note, con il passato senza rinnegare il presente dove in realtà non v'è mai stato un prima e dopo davisiano, mentre in ogni stagione si assiteva unicamente ad un cambiamento di stile, di forma, di linguaggio mentre la sua anima musicale restava immutata nel profondo del "se" e per l'eternità.

 

  • Melius 1
analogico_09

Ho un rimpianto. Una sera, autunno del 1969, rientro in casa verso sera e sento andare una musica che attribuisco subito all''ultimo quintetto capitanato da Miles Davis, quello della seconda metà dei' 60: Miles Smiles, Nefertiti, Miles in the Sky, Filles de Kilimanjaro, Sorcerer, compreso In A Silent Way, etc. Mia madre aveva messo su a girare Davis?? In realtà la musica proveniva dal televisore lasciato acceso dalla genitrice occupata in altre faccende sicuramente poco interessata al programma in corso... Non volevo credere alle mie orecchie. L'ultimo Davis in televisione!?
E che Davis con quartetto rinnovato! Wayne Shorter (ss, ts); Chick Corea (el-p, wood fl) al posto di Herbie Hanckock; Dave Holland (b) al posto di Ron Carter; Jack De Johnette al posto di Tony Williams (d). Mi fermo in piedi davanti alla tv, mi accorgo dei cambi, capto le nuove inaudite sonorità, lo stile, il carattere musicale rinnovati benchè così vicini a quanto andavamo ancora generalmente ascoltando dai dischi oramai NON "invecchiati"...  In ITalia poi.., siamo stati sempre gli ultima ad essere forniti delle grandi e meno grandi novità musicali e discografico-musicali. 
Vengo conquistato, afferrato, ipnotizzato da quela musica modale ancor più rarefatta e raffinata che sfogava nella più pura astrazione tonale ed accordale, in spezzoni di melodie appena accennate, scomposte, triturate tra tanjte dissonanze, subito rigenerate col sostegno della pulsione ritmica  granitica ed inesausta.., qualcosa che sembrava provenire da altri pianeti... 

Folgorato, cado letteralmente in ginocchio davanti allo scatolo dal quale la dività musicale mi stava miracolando con quella  mistica, trascendentale apparizione dopo la quale smisi di invidiare Bernardette.. 
Non credevo alle mie orecchie ed ai miei occhi, non sapevo/sapevamo ancora del nuovo "mood" davisiano in stretta continuità con tutti i suoi precedendti, infiniti orizzonti  che non hanno mai conosciuto spezzettature, confini, separazioni, il tutto sempre in continuità tra di loro. 

Era giunta voce che Davis nell'Agosto dello stesso anno, un mese prima, avesse inciso musiche che rappresentavano un ulteriore e molto rimarchevole sviluppo delle precedenti sperimentazioni innovative e meravigliose realizzate con il "quintetto perduto", ma il doppio LP di Bitches Brew che le raccoglieva venne pubblicato negli USA il 30 Marzo del 1970 mentre in Italia un bel po' dopo (credo di essere stato uno dei primi a Roma ad entrarne in possesso grazie a un mio amico che lavorava alle Messaggerie Musicali di Roma, distributore dell CBS Italia, al quale avevo "ordinato" di informarmi tempestivamente non appena fosse giunto il collo contenete il disco che si attendeva febbrilmente come le "candelette) - dicheno al paese mio).

Il mio rimpianto - da morsicarsi i gomiti - in tutto questo nasce e resiste, per via del fatto che non venni a sapere che il 27 Ottobre del 1969 il rinnovato gruppo di Davis avrebe suonato al teatro Sistina di Roma dopo essersi esibito il gorno prima al Teatro Lirico di Milano, 26 Ottobre 1969, stesso programma. Casualmente quindi mi imbattei nel concerto del Sistina trasmesso dalla televisione scoprendo poco dopo che le musiche di B. B. fossero giunte in Italia suonate dal vivo con alcuni mesi d'anticipo rispetto all'uscita ufficiale negli USA. Per poter riascoltare le musche di quel concerto inenarrabile - non ho più aggettivi - poichè non c'era yoytube, internet, né raiplay né calale 5, ed altre fonti dalle queli poter recuperare e riascoltare la registrazione RAI, dovetti aspettare che uscisse in Italia mesi dopo e lì iniziai letteralmente a consumare  in poco tempo i solchi del doppio LP.

Ovviamente, come è possibile ascoltare dal video che condivido, essendo il jazz una musica estremanete libera, essenzialmente improvvisata che ogni volta sarà diversa, fermaorestando la sostanza musicale, il feeling, la passione, l'espressione, ciò che si ascolta nel live del 27 Ottobre 1969 non è propriamente speculare al disco B.B. registrato il 19-20-21 agosto 1969 che comprende inoltre un cast di musicisti , molto più ampio. Le differenze tra studio e concerto live. 

 

 

 

 

 

 

  • Melius 1
analogico_09

 

Vorrei riportare qualche commento di utenti del Tubo sul concerto suddetto che trovo interessante e centrato su alcuni aspetti salienti della straordinaria performance. 

 

Non avevo mai sentito questo quintetto. La batteria di Jack DeJohnette è incredibile!!!





Due anni fa ho commentato e ancora oggi mi ritrovo a tornare ad ascoltare questa musica meravigliosa: il cosiddetto "quintetto perduto" merita la nostra attenzione. Per alcuni di noi, forse, questa musica ha rappresentato l'apice della sua carriera musicale come trombettista e come leader di una band. In ogni caso, non ne ho mai abbastanza.

 

 


@JukeShunDae1050
10 anni fa (modificato)
Ho l'audio di questo concerto da un'altra fonte e lo ascolto diverse volte all'anno. Tengo molto a questa registrazione. Si potrebbe creare un intero programma universitario partendo solo da una piccola parte di ciò che viene suonato da ciascuno dei musicisti di questa formazione del gruppo di Miles in questa data (ovvero il "Quintetto perduto"). Ma, in particolare, si può sentire una fusione di natura insolita nell'assolo di Wayne Shorter a partire dal minuto 101:33 nella composizione intitolata "Miles Runs the Voodoo Down". Per gran parte di questa particolare "escursione" su "Miles Runs the Voodoo Down", Shorter improvvisa utilizzando elementi tematici e una struttura "frasale" solitamente riservata ai compositori di musica orchestrale. È inoltre sorprendente la risposta telepatica del resto della band in questo momento... Corea decide rapidamente di "farsi da parte" per un po', mentre Holland e DeJohnette suonano pattern "spezzati" in modo intelligente che permettono a Shorter di "comporre" a piacimento. Ho letto che Shorter ha affermato che, durante questo periodo, ha iniziato a ripensare l'idea di un assolo come "composizione in tempo reale" in un modo che non aveva mai sperimentato prima. Questo è uno dei miei momenti preferiti in assoluto di Wayne Shorter. Se volete ascoltare virtuosismi al sassofono come in "Sax Hero", allora questo non fa per voi. Se invece volete ascoltare un'intelligenza musicale fuori dal comune, ascoltatelo. GRAZIE PER AVERLO PUBBLICATO! 

 

  • Melius 1
analogico_09

Già che ci soiamo, ho ritrova alcuni scatti che realizzati in condizioni non ottimali durante il concerto di Perugia 1985. Mi erano rimasti alcuni fotogrammi della dia Ektachrome 100 asa che impressi con la Minolta X700 e Rokkor MC  135 mm f: 3,5. Ero a distanza considerevole dal palco, con quella luce e con quei pochi asa a disposizione le foto del concerto nelle quali si intravede un Miles che abbandonato il palco, sesguitando a suonare, si dava in pasto al pubblico seduto sul prato e ai fotografi dei quali invidiavo il privilegio questi i risultati.... Gli scatti del concerto sono certamente scarsi e per me significativi, spero rendano  benchè vagamente l'idea dell'atmosfera; altri click, i migliori, mi sono rimasti in mente, indelebili, "perfetti". 


Mi pacerebbe condividere qualche "impressione" visiva, immagine del sentimento, degli affetti, delle emozioni, la tecnica era per i venditori di gossip. 

 

L'atmosfera che regnava in quel di Perugia, la bella. 


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Un mix di frikkettoni e di aggraziata borghesia. 


 

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A destra dell'immagine, la mia amatissima, indimendicabile sorella con una sua amica.

 

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 Ancora lei ❤️


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Giunse l'ora del concerto. Gran parte della folla era già entrata a fiumara, altra veniva lasciata lentamente defluire. 

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C'era anche chi mentre si attendeva di entrare compressi come sardine addosso all'entrata se la pigliava con filososia.., proprio dei praticanti dello Zen e della meditazione... 


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Siamo dentro, hanno inizio le tribalità metropoliurbane... meglio di come mi fu dato fare non avrei potuto fàcere da una postazione fissa e lontana... 


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  • Melius 1

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