2036. Come sarà l’hi-fi tra dieci anni?
Come sarà un impianto hi-fi nel 2036? Non possiamo saperlo, ma forse molte delle tecnologie che potrebbero trasformarlo sono già qui. DSP e correzione ambientale sono entrati in apparecchi che fino a pochi anni fa sarebbero stati considerati tradizionali. Amplificatore, DAC, streamer e diffusore cominciano a fondersi nello stesso prodotto. L’audio immersivo è disponibile sui servizi destinati al grande pubblico e, mentre il digitale occupa sempre più spazio, il vinile continua tranquillamente a vendere. Fra dieci anni potremmo quindi ritrovare molti oggetti familiari, ma utilizzati in modo piuttosto diverso.
Proviamo a fare un po' di futurologia tenendo conto che il 2036 è dietro l'angolo.
Lo streaming potrebbe smettere di essere una categoria
Nel 2025 lo streaming ha rappresentato il 69,6% dei ricavi mondiali della musica registrata e ha superato per la prima volta i 22 miliardi di dollari. Gli abbonamenti continuano a essere il principale motore della crescita del settore. Se la tendenza proseguirà, nel 2036 parlare di “streaming hi-fi” potrebbe suonare curioso: la musica arriverà dalla rete e basta.
Lo streamer separato probabilmente non sparirà, soprattutto dagli impianti modulari più costosi, ma già oggi la stessa funzione si trova negli amplificatori integrati, nei preamplificatori e nei diffusori attivi. Per moltissimi sistemi potrebbe diventare semplicemente una funzione interna. Con lo streaming anche la sorgente si frammenta fra server, app, protocollo, software e DAC: una parte dell’impianto è già diventata informatica.
Il diffusore diventerà un sistema
La catena classica è rimasta riconoscibile per decenni: sorgente → preamplificatore → amplificatore → crossover passivo → altoparlanti.
Non c’è alcuna ragione perché smetta di funzionare. Dal punto di vista progettuale, però, un diffusore attivo controllato digitalmente offre possibilità molto più ampie. Il crossover può essere realizzato nel dominio digitale, ma si può anche intervenire sulle relazioni di fase, ritardare una via rispetto all’altra con grande precisione e controllare il trasduttore quando si avvicina ai propri limiti. Klippel ha mostrato, per esempio, come il controllo adattivo non lineare possa essere impiegato per compensare alcune distorsioni e proteggere il trasduttore dal sovraccarico.
È quindi plausibile che nel 2036 amplificatore, filtro e altoparlante vengano progettati sempre insieme. Il risultato continuerà magari ad assomigliare a una coppia di casse, ma tecnicamente sarà qualcosa di diverso dal diffusore passivo che conosciamo. Non necessariamente migliore in assoluto, ma con più variabili disponibili in fase di progetto.
La stanza non scomparirà
Chi spera che un algoritmo possa cancellare i problemi acustici del soggiorno rischia di rimanere deluso: una cancellazione geometrica non si risolve alzando semplicemente il livello, e il DSP non annulla i vincoli fisici dell’ambiente. Può però fare parecchio. La letteratura AES studia da molti anni l’interazione fra diffusori, ambiente e basse frequenze, e i confronti controllati fra sistemi di room correction hanno mostrato differenze percepibili e preferenze degli ascoltatori correlate alla risposta ottenuta nella zona d’ascolto. Nel 2036, con microfoni incorporati nei sistemi e DSP molto potenti, misurare la stanza sarà una procedura quasi automatica. A quel punto sembrerà forse bizzarro ricordare che nel 2026 si poteva spendere quanto un’automobile per un impianto, sistemarlo in soggiorno e non misurare nulla.
Ascolteremo ancora in stereo?
Quasi certamente sì. Due diffusori occupano poco spazio, la stereofonia funziona bene e il catalogo disponibile è enorme. Quello che potrebbe cambiare è il legame fra registrazione e numero dei canali. La raccomandazione ITU-R BS.2051 contempla già audio channel-based, object-based e scene-based. In un contenuto object-based alcuni elementi sonori possono essere descritti insieme alla loro posizione e renderizzati successivamente dal sistema di riproduzione.
Pensiamo alla registrazione di un’orchestra. Invece di ricevere soltanto un mix già fissato in due o più canali, il sistema potrebbe disporre anche di informazioni sulla posizione delle sorgenti e sull’ambiente della registrazione.
Con due diffusori ricostruirebbe quella scena in un modo, con cinque in un altro, in cuffia con un rendering binaurale. Non servirebbe necessariamente preparare un master diverso per ogni configurazione. Il sistema potrebbe inoltre tener conto della disposizione reale degli altoparlanti e della posizione degli ascoltatori. Nelle case vere, che mostrano scarso rispetto per i diagrammi dei manuali Dolby, sarebbe un vantaggio concreto.
Lo sweet spot potrebbe diventare meno rigido. Con tre persone sul divano, per esempio, il rendering potrebbe essere ottimizzato per una zona più ampia invece che per un solo punto.
Resta però un confine interessante. Adattare una scena alla stanza è ancora riproduzione. Permettere all’ascoltatore di scegliere la quinta fila, ridurre il riverbero della sala o trasferirsi virtualmente in mezzo all’orchestra comincia già a somigliare a una reinterpretazione.
E se arrivasse anche l’immagine?
Esistono già display tridimensionali visibili senza indossare un visore. Non proiettano ancora personaggi di Star Wars in mezzo al soggiorno, ma riescono a produrre immagini con profondità credibile osservabili da più posizioni. Fra dieci anni una loro evoluzione potrebbe affiancare l’audio immersivo.
Un concerto non apparirebbe necessariamente su un rettangolo appeso alla parete. I musicisti potrebbero avere una presenza “olografica” nello spazio davanti all’ascoltatore, con una prospettiva che cambia quando ci si sposta.
A quel punto audio e immagine dovrebbero concordare. Se vediamo una cantante apparentemente a due metri davanti a noi, la sua voce non può arrivare da una cassa sistemata nell’angolo senza che il cervello protesti. Una formazione jazz potrebbe trovarsi davanti al divano, un palco rock sembrare oltre la parete del soggiorno e un’orchestra essere osservata da una posizione che nessun biglietto permette di acquistare.
Qualcuno troverebbe il pianista virtuale troppo alto. Qualcun altro sposterebbe di dodici centimetri il contrabbasso “olografico”.
Prima o poi apparirebbe anche chi sostiene di vedere meglio il direttore d’orchestra dopo aver cambiato il cavo Ethernet.
La conseguenza più interessante sarebbe però un’altra: non riceveremmo più soltanto audio e video già composti, ma dati sufficienti perché il sistema ricostruisca una performance dentro la nostra stanza.
E il vinile?
Qui le previsioni tecnologiche diventano particolarmente pericolose, negli anni Ottanta sarebbe stato facile prevederne la scomparsa: è accaduto il contrario.
Secondo IFPI, nel 2025 i ricavi dei formati fisici sono cresciuti dell’8% e quelli del vinile del 13,7%. Per il vinile si è trattato del diciannovesimo anno consecutivo di crescita. Questo suggerisce qualcosa di importante: le tecnologie non competono necessariamente per svolgere esattamente la stessa funzione.
Per accedere rapidamente a milioni di registrazioni lo streaming possiede vantaggi difficilmente contestabili. Il disco offre invece un oggetto fisico, una copertina, una collezione, una sequenza di gesti e perfino alcuni limiti che fanno parte dell’esperienza.
Il vinile del 2036 potrebbe quindi sopravvivere non malgrado la superiorità funzionale dello streaming, ma proprio perché offre qualcosa che lo streaming non cerca nemmeno di offrire.
Potremmo trovarci davanti a una polarizzazione. Da un lato sistemi digitali sempre più invisibili, automatici e integrati. Dall’altro oggetti deliberatamente fisici, meccanici e talvolta anacronistici. Non sarebbe una contraddizione, sarebbero due modi diversi di vivere la musica.
Quanto durerà un impianto?
Un amplificatore costruito nel 1975 può essere ancora perfettamente utilizzabile. Un condensatore si cambia, un interruttore si ripara e nessun server remoto deve approvare l’operazione. Un apparecchio connesso vive in condizioni differenti, può dipendere dall’applicazione del produttore, dal sistema operativo, dalle API dei servizi di streaming, da certificati digitali e da infrastrutture che il costruttore deve continuare a mantenere. Fra vent’anni l'ampli potrebbe essere elettronicamente perfetto e informaticamente morto.
Il problema non riguarda soltanto l’hi-fi. L’Unione Europea ha già introdotto, per alcune categorie di elettronica di consumo, requisiti sulla disponibilità dei ricambi, sul software necessario alla riparazione e sulla durata degli aggiornamenti. Sarebbe scorretto trasferire automaticamente quelle norme agli apparecchi audio, ma la questione della longevità digitale è la stessa.
Più funzioni finiscono nel software, più la vita utile dell’apparecchio dipende da qualcosa che non è contenuto nell’apparecchio stesso.
Anche “alta fedeltà” potrebbe significare qualcosa di diverso
Tradizionalmente giudichiamo un componente chiedendoci quanto modifica ciò che riceve: rumore, distorsione, risposta in frequenza.
Un DSP che attenua una risonanza della stanza modifica intenzionalmente il segnale elettrico per ottenere un risultato acustico più corretto. Un crossover digitale può fare altrettanto per riallineare le vie. Con l’audio object-based, i segnali inviati agli altoparlanti possono addirittura essere calcolati in funzione dell’impianto e dell’ambiente. Diventa allora meno scontato decidere dove misurare la fedeltà: all’uscita del DAC, ai morsetti dell’amplificatore o alle orecchie dell’ascoltatore? Su questo punto la hi-fi dei prossimi anni potrebbe discutere parecchio.
E poi c’è lei, la IA
Questa è la parte più incerta, ma anche quella in cui è più divertente immaginare qualche conseguenza. Il mastering oggi è sostanzialmente definitivo: possiamo equalizzare il risultato, ma ciò che l’etichetta pubblica rimane il riferimento. Un sistema futuro potrebbe invece analizzare il brano mentre lo ascoltiamo e intervenire tenendo conto della registrazione, dell’impianto, della stanza e magari dei nostri gusti.
La prima richiesta sarebbe probabilmente: “Fammi ascoltare questo disco come se fosse stato masterizzato bene”. Poi arriverebbero richieste più specifiche: un po’ meno compressione, più dinamica, quel charleston meno aggressivo. Qualcuno chiederebbe anche la “versione 1973”, qualunque cosa l’algoritmo ritenga che significhi.
Il problema nascerebbe quando due persone, abbonate allo stesso servizio e convinte di ascoltare lo stesso album, ricevessero due elaborazioni differenti.
Dopo decenni di discussioni sulle alterazioni introdotte da componenti e accessori, potremmo trovarci davanti a un impianto che modifica il segnale di proposito perché ritiene di sapere come farlo suonare meglio. A quel punto un buon pulsante OFF potrebbe tornare ad avere parecchio valore.
Il 2036 visto dal soggiorno
Entrando nella stanza di un appassionato del 2036 potremmo non notare subito una rivoluzione. Potrebbero esserci ancora due grandi diffusori, un amplificatore, una collezione di dischi e magari un giradischi costruito secondo principi perfettamente comprensibili a un tecnico del 1970.
Solo che una parte dell’impianto saprà dove siamo seduti, avrà misurato la stanza, conoscerà i limiti dei propri trasduttori e riceverà contenuti che non sono più necessariamente semplici coppie di canali. In alcuni casi potrebbe ricostruire anche la componente visiva della performance.
Sarà probabilmente più capace di quanto siamo abituati a considerare un impianto hi-fi. Resta da vedere quanto sarà autonomo dal produttore che lo ha costruito.
Un amplificatore del 1986 può ancora essere collegato alla rete elettrica e fare il proprio lavoro: per un apparecchio intelligente del 2026, il 2066 sarà un test molto più difficile. E tu, come prevedi che sarà il tuo impianto del futuro?
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