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I divertimenti di un titano (seconda parte)


Parsifal1959

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Passiamo ora all’interpretazione da parte dello Storioni Trio del “Trio dell’Arciduca” e del “Triplo concerto”, in quest’ultima pagina con l’accompagnamento della Netherlands Symphony Orchestra diretta da Jan Willem de Vriend. Sebbene sia composto da interpreti ancora giovani, questa compagine cameristica si è già fatta notare sia in campo concertistico, sia in quello discografico (prima di questo SACD, il trio olandese aveva all’attivo tre dischi registrati con la Pentatone e uno con la Ars Produktion).

 

1907042141_STORIO1.jpg.02ceeed57f4c2caf7b369f61aab11954.jpgUn affiatamento, quello dimostrato da van de Roer e dai fratelli Vossen, che si denota fin dalle prime battute del concerto. Quest’ultimo, considerato grossolanamente da parte della critica, rispetto ai “colossi” rappresentati dal corpus dei cinque concerti per pianoforte e da quello per violino, una specie di “brutto anatroccolo”, in realtà si rivela una pagina ricca di pathos e di gioiosa apertura al mondo e all’uomo. Più che un concerto (la parte orchestrale è ridotta al minimo, soprattutto nei due tempi opposti, con interventi che intendono evidenziare l’energia di determinati passaggi), questo è un brano cameristico che vede la partecipazione dell’orchestra come una sorta di quarto “strumento solista”.

 

Se inteso e considerato in questo modo, il “Triplo concerto” svela nuovi scorci interpretativi, con un dialogo serrato soprattutto tra il violino e il violoncello (semplicemente stupendo, a tale proposito, il suono del Giovanni Grancino, caldo e carezzevole come pochi), mentre la parte del fortepiano (contraddistinto da un timbro essenziale e da una risonanza asciutta) fa soprattutto da elemento di raccordo, di unione nel rapporto che s’instaura tra i due strumenti a corde.

Considerevole è la dolce tensione che si esprime nel Largo centrale, prima di sfociare nel trionfale Rondo alla polacca finale, nel quale anche l’apporto dato dagli elementi della compagine orchestrale olandese tende a evidenziare la scorrevolezza e la brillantezza delle prime parti.

 

Ma è soprattutto nel successivo “Trio dell’Arciduca” che i tre giovani interpreti olandesi mostrano di che pasta sono fatti. Mai come in questo trio conta l’equilibrio timbrico (qui ottenuto più facilmente anche grazie alla scelta del fortepiano, invece del pianoforte, che si amalgama con naturalezza ai due strumenti ad arco), soprattutto nel primo tempo, l’esaltante Allegro moderato, dove a farla da padrone è proprio lo strumento a tastiera, che ricama la tessitura elaborata, arricchita, dipanata dagli altri due strumenti. Equilibrio, rispetto della forma, ma anche gioia e libertà d’espressione, questo si richiede e i componenti dello Storioni Trio non si tirano di certo indietro e sfoderano un dialogo fittissimo, serrato, rigoroso ma, allo stesso tempo, anche fantasioso, colmo di quella felicità da sempre agognata e mai provata da Beethoven.

Anche l’Andante che si muta nel Poco più adagio viene reso benissimo dai tre interpreti. Qui, ancora una volta, i tempi e gli sviluppi tematici vengono sempre espressi attraverso una forma cristallina che non si piega mai alla tentazione di un banale e scontato sentimentalismo di sorta. Semmai, il rigore, soprattutto nel “liquido” apporto dato dal violoncello, si tramuta in candore, in innocenza, in un commovente tentativo di ritorno alla purezza.

 

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Se di per sé, l’interpretazione di queste due pagine beethoveniane da parte dello Storioni Trio è davvero incantevole, la registrazione del SACD effettuata dalla NorthStar Recording Services rappresenta un esempio, a livello audiofilo, di come l’approccio tecnico-discografico può servire nel migliore dei modi la musica.

La sede della NorthStar si trova a Haaften, dove opera Bert van der Wolf, geniale tecnico del suono, in una sala splendidamente attrezzata con apparecchiature di primissimo livello. Il disco in questione, infatti, è stato registrato, come debitamente specificato nel booklet, usando set di microfoni Sonodore, diffusori Avalon Indra, cablaggio Siltech (autentica musica per le orecchie degli audiofili) e convertitori dCS. Uno scorcio dello studio di registrazione della Northstar Recording Services a Haaften.

 

 

In sede di presa del suono, le due composizioni sono state registrate in altrettanti sedi: Il “Triplo concerto” presso il Muziekcentrum della città olandese di Enschede (un modernissimo edificio multifunzionale, dotato di una grande sala da concerto, dove appunto il concerto beethoveniano è stato eseguito e registrato), mentre il “Trio dell’Arciduca” è stato registrato nella più raccolta chiesa evangelico-luterana di Haarlem, sempre in terra olandese. Se il Muziekcentrum si contraddistingue con un’acustica di grandi dimensioni, in grado di distribuire adeguatamente il suono orchestrale, anche di compagini di vaste dimensioni (pensiamo alle esecuzioni delle sinfonie mahleriane), la chiesa luterana vanta un’immagine sonora vivida e ottimamente equilibrata, che permette di ottenere un suono aperto, arioso, senza per questo sfociare in un riverbero accentuato e fastidioso.

 

Northstar-Recording-Services-1.thumb.jpg.5f536532807bccb6a8393b4df09abb66.jpgIl produttore e tecnico del suono Bert van der Wolf, a capo della NorthStar Recording Services.

Ciò che colpisce, fin dalle prime note del concerto, è la profondità nella quale si dispiega il fronte sonoro dell’orchestra, resa dall’incedere dei contrabbassi e dei violoncelli, che dà vita a un impasto di bassi corposo, vellutato, agile sul quale subentrano poi, in rapida successione, i tre strumenti solisti, con il fortepiano posto al centro della scena (essendo quello dal suono timbricamente più “debole”, mentre quando de Roer si esibisce nel concerto in questione con un pianoforte, si pone sul lato destro del palcoscenico), il violino a sinistra e il violoncello a destra.

 

Il rapporto tra questi tre strumenti e la compagine orchestrale (che di fatto non è né di stampo moderno, né d’impronta filologica, visto che affianca ottoni d’epoca all’uso di timpani con battenti a punta dura) è ottimamente equilibrata, con l’orchestra che lascia giustamente la scena ai tre strumenti solisti (per fortuna non “catapultati” in avanti nel palcoscenico sonoro, come avviene purtroppo spesso in fase di registrazione di un concerto solistico), senza per questo essere proiettata all’indietro.

Indubbiamente, der Wolf è stato assai bravo a uniformare il timbro dei tre strumenti, e questo vale anche per ciò che riguarda la seconda composizione del disco, il “Trio dell’Arciduca”, nel quale, come si è già detto, la parte della tastiera assume il ruolo di protagonista.

 

6142xX8SQoL._AC_SL330_.jpgA questo punto, ci si rende conto che ci troviamo davanti a una registrazione importante, sia a livello artistico (lo Storioni Trio è davvero assai bravo e straordinariamente maturo rispetto all’anagrafe dei tre interpreti), sia a quello tecnico. Se l’interpretazione del “Triplo concerto” diventa di riferimento, anche per via della mancanza di altre interpretazioni filologiche degne di nota, quella del “Trio dell’Arciduca”, pur trovandosi in buona compagnia (ricordo le registrazioni effettuate dalla Sony con Jos van Immerseel, Vera Beths e Anner Bylsma, dalla Virgin con il Castle Trio e dalla Bella Musica con l’Arcadia Trio) si contraddistingue per quella venatura gioia disincantata, quella che Beethoven raramente provò e lungamente immaginò.

 

Ludwig van Beethoven “Triplo Concerto op. 56 & Trio dell’Arciduca op. 97”, Storioni Trio, The Netherlands Symphony Orchestra, Jan Willem de Vriend, SACD Challenge Classics, tempo totale: 71.15. Link a disponibilità e prezzo.

 

di Andrea Bedetti

 

[Fai clic qui per leggere la prima parte]

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