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La chitarra classica nel Novecento


Parsifal1959

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Lo strumento a corde si tramuta, tra le dita di Stefano Grondona, in un faro sonoro che illumina di squarci sonori l’assenza di una musica che si fa presente nell’oscurità della notte.

La musica nel Novecento, come ci ricorda Pierre Boulez, si trasforma in segno. E il segno muta il suono non solo in un gesto espressivo, ma anche in un atto implosivo, carico di riverberi e assonanze che trovano spazio, pur non manifestandosi apertamente, negli anfratti del nostro Io. Da ciò si può ben comprendere come quella dello scorso secolo sia musica da ascoltare non tanto con il cuore, quanto con il cervello.stefano-grondona-v.jpg

 

Nocturnal di Stefano Grondona

Mi sono abbandonato a queste brevi riflessioni ascoltando l’ultimo recital discografico di Stefano Grondona, uno dei più grandi chitarristi classici attualmente presenti a livello internazionale, il quale ha pubblicato, per la casa discografica Stradivarius, un disco che raccoglie alcune delle pagine più belle per sola chitarra del Novecento. Questo CD, il cui titolo Nocturnal già predispone l’ascoltatore a precise serie di emozioni e d’impressioni, raccoglie brani fondamentali quali i nove Nocturnal After John Dowland: Op. 70 di Benjamin Britten, le Five Bagatelles di William Walton, i Five Impromptus di Richard Rodney Bennett, i Four Pieces for Guitar e Muir Woods di Toru Takemitsu.

Tre autori britannici e uno giapponese, dunque, volti a simboleggiare l’accostamento e il confronto del suono-segno occidentale con quello orientale (sebbene Takemitsu avesse voltato le spalle alla tradizione musicale del suo Paese per interessarsi a quella europea).

Il denominatore comune di queste pagine chitarristiche è dunque l’elemento introspettivo, implodente della percezione sonora che si conchiude in se stessa per affrontare al meglio il mistero della notte, delle tenebre, del buio. «Si succedono quindi invocazioni, iperbolici recitativi, abbandoni sognanti, sussurri, palpiti, ipnotici torpori, risvegli, così come si passa per stati d’incubo, trepidanti veglie e dirompenti clamori dalla cupa oscurità, fino al più astratto degli stati meditativi», scrive nelle note di copertina lo stesso Grondona, esemplare, come sempre nel presentare le proprie interpretazioni.

 

Ecco, allora, lo strumento a corde che si tramuta, tra le dita di Stefano Grondona, in un faro sonoro che illumina di squarci sonori l’assenza di una musica che si fa presenza nell’oscurità della notte. Oscurità che viene sondata e penetrata con l’apporto di tre meravigliose chitarre, frutto del genio del liutaio spagnolo José Romanillos (in foto), due delle quali denominate La Ciebra e La Marian, mentre la terza, innominata, e appartenuta per tre lustri al leggendario chitarrista inglese Julian Bream, è stata prestata a Grondona dal collezionista giapponese Etsuo Kisoo per due anni, permettendogli di utilizzarla anche in questa registrazione.

 

Jose-Romanillos.jpg.ae6cb9baaffb501b5467ef1a67f2bfd2.jpgTre timbri delicatamente e perentoriamente diversi per mettere in luce (nel senso pieno del termine) questa ricerca notturna, quasi si trattasse di riportare in superficie il bisogno di un’ipnosi regressiva, con accordi, note nude capaci di scavare nella sfera dei ricordi sonori. E non solo l’ascoltatore, messo di fronte a queste sollecitazioni vibranti, si lascia andare a questa sorta di catarsi emozionale, ma anche lo stesso interprete che, come evidenzia egli stesso nelle suddette note esplicative, si lascia sopraffare dall’«incombere vocale nelle esecuzioni», così coinvolto in prima persona al punto da emettere sospiri, gemiti, singulti di partecipazione totale, assoluta.

 

Perché in questo stato di trance interpretativa, inevitabilmente l’artista si smaterializza per formare un tutt’uno con lo strumento che ha tra le mani, facendo sì che la chitarra diventi un’estensione del suo corpo e della sua anima, mentre la sua voce si tramuta, a tratti, in una vera e propria settima corda interiore (a tale proposito, non posso fare a meno di ripensare a quegli imbecilli che, di fronte alla perfezione ricercata da Glenn Gould nelle sue registrazioni pianistiche, lo criticavano apertamente per quell’apparente contraddizione data dal fatto che l’immortale artista canadese era solito canticchiare proprio nel corso di quelle incisioni…).

Al solito, Grondona ci dona un’esecuzione non solo stilisticamente impeccabile, ma anche straordinariamente sentita, espressione di un mirabile viandante notturno, novello Dionigi di Sinope che, a differenza del celebre filosofo cinico, per cercare l’uomo non usa la lanterna, ma la chitarra. E, a questo punto, mi chiedo se l’artista genovese avrà in futuro desiderio di sviscerare ulteriormente il repertorio per sola chitarra del secondo Novecento, dopo questo disco e quello pubblicato nel 1995, per la casa discografica Phoenix, con brani di Josè, Martin, Krenek, Morricone e Tansman.

 

AKG-c414.thumb.jpg.0599b4fa278d8ac732d9fb634936417a.jpgIl disco della Stradivarius è stato registrato presso la chiesa di San Barnaba a Laghi, un piccolissimo paese in provincia di Vicenza, che vanta un ambiente dotato di un riverbero misurato, frenato, capace di non alterare la timbrica delle tre chitarre usate da Stefano Grondona. Come al solito, l’artista genovese si è avvalso della collaborazione del suo tecnico del suono di fiducia, Davide Piva, il quale mi ha spiegato quali apparecchiature utilizza solitamente per le registrazioni e la “filosofia del suono” che intende ottenere.

 

«Da sempre utilizzo due microfoni AKG c414 del 1989», mi ha detto Piva. «Da qualche anno, invece, l’elettronica “cuore” del sistema è un preamplificatore microfonico a valvole con uscita digitale DBX 386. I cavi microfonici sono autocostruiti e la registrazione viene effettuata direttamente su cd, dall’uscita digitale, con un cd audio recorder Tascam. Ascolto il divenire della musica tramite un paio di cuffie AKG K 260 e, in caso di necessità, uso un’amplificazione consistente in due monitor a due vie a sospensione pneumatica con componenti Vifa, anche questi autocostruiti su progetto di un amico, e da un amplificatore integrato Nad. La configurazione è volutamente minimale, per non inquinare il suono di strumenti, in genere antichi o comunque particolari, le cui caratteristiche timbriche devono essere preservate, concorrendo anch’esse al risultato che si può sentire.

«Spesso sono stato interpellato circa la modalità di cattura di questi suoni. Partecipo a registrazioni musicali, come tecnico, da molti anni ormai. Si è portati a credere che il suono catturato da una registrazione dipenda molto dalla tecnologia impiegata e posso confermarlo. Ma è altrettanto certo, in tutti i casi, che con la stessa configurazione e lo stesso strumento, due o più esecutori diversi ottengono invariabilmente risultati profondamente differenti. Soprattutto, il suono che caratterizza i dischi del maestro Grondona è il risultato di uno studio approfondito che lui, con la mia collaborazione tecnica, ha voluto ottenere.

 

756350360_Impiantodiascolto.jpg.d0e73e63c3dfe1dc0c5f25a7c0922a4f.jpgConfesso che il processo è stato laborioso, ma molto lineare. Il maestro, infatti, aveva esattamente già nelle orecchie quanto voleva ottenere. Per chi, come me, accetta certe sfide, queste situazioni sono quanto di meglio si possa incontrare in campo professionale. E mi si consenta di dire che i risultati ottenuti lo possono confermare».

 

Conferma che non posso che avvalorare, dopo l’ascolto effettuato con l’impianto che utilizzo in fase di recensione. Ciò che impressiona è la presenza scenica dello strumento e dell’artista, perfettamente inseriti al centro del palcoscenico sonoro. Il suono delle tre chitarre è altamente materico, corposo, con gli armonici arricchiti da quel minimo gioco di riverbero che l’ambiente consente. Il tutto dona un ascolto emozionante, palpabile, irrinunciabile sia sotto l’aspetto artistico, sia sotto quello tecnico.

 

71nkeejAB1L._SS330_.jpgAA.VV. “Nocturnal”, Stefano Grondona, CD Stradivarius

Durata: 61.08 Distribuito in Italia da Milano Dischi Srl.

 

  • Giudizio artistico: 5/5
  • Giudizio tecnico:  5/5

 

di Andrea Bedetti

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1 Comment


Recommended Comments

Conosco bene Grondona. Ciò che non capisco in questo disco è l’uso del sustain praticamente fisso.....che poi uno si chiede a che serva una chitarra di un maestro liutaio seppur minore....🤗

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