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Rudy Van Gelder: il tecnico che registrava lo spirito


appecundria

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Più che attraverso la musica trascritta, la storia del jazz è conosciuta attraverso le registrazioni, anche per questo è stato determinante Rudolph "Rudy" Van Gelder che ha registrato - tra gli altri - Miles Davis, John Coltrane, Thelonious Monk, Sonny Rollins ed è stato il più famoso e importante ingegnere del suono nella storia del jazz.

 

Non è stato soltanto un ottimo ingegnere del suono, "Questo è stato uno sforzo costante: fare in modo che l'elettronica catturasse lo spirito umano". Lo ha detto Rudy Van Gelder nel 2012 in una intervista con Marc Myers, e infatti "Van Gelder è qualcosa di simile a un direttore della fotografia decisivo, come un Raoul Coutard del jazz. La sua audacia si fonde con quella degli artisti al lavoro per rendere la musica con un senso di impatto fisico e una profonda risonanza psicologica", ha scritto Richard Brody, The New Yorker.


Il periodo di Hackensack

Rudy Van Gelder nacque a Jersey City, nel New Jersey, nel 1924. Si iscrisse al Pennsylvania College of Optometry di Philadelphia con la speranza che l'optometria potesse diventare per lui un buon lavoro, nel mentre si dilettava di elettronica e registrava musicisti jazz locali. Dopo il college, Rudy lavorava di giorno a Teaneck come optometrista e di sera come ingegnere di registrazione, poi a soli 22 anni mise in piedi il suo primo rudimentale studio di registrazione, nella casa dei suoi genitori nella periferia di Hackensack. Queste prime sessioni di registrazione furono realizzate con piccoli ensemble, date le dimensioni dello spazio.

Quando in America andavano per la maggiore le formazioni orchestrali jazz, erano diventati usuali studi di registrazione molto ampi. Poi venne il momento dei gruppi jazz più piccoli, questi artisti non avevano bisogno degli enormi spazi dei grandi studi per fare la loro musica. Rudy attirava musicisti che erano ancora senza etichetta perché era in grado di offrire servizi di registrazione a tariffe molto inferiori rispetto a quelle che si potevano trovare a New York.
 

Rudolph Rudy Van GelderNello studio-soggiorno di Hackensack, con il soffitto a tre metri, dove Van Gelder inseriva un pianoforte a coda, una batteria e molti altri musicisti, c'era poco spazio per posizionare i microfoni, queste prime registrazioni probabilmente mancavano di profondità e di presenza anche per gli standard di quel tempo. I principali studi avevano già AKG C-12, Telefunken 250 e 251 e Neumann U-47 e U-49, mentre le apparecchiature della casa studio di Hackensack erano state costruite con kit e parti che Rudy aveva trovato nei comuni negozi di componenti elettronici. Ma già nei primi anni '50 Rudy iniziò ad acquistare i primi microfoni Neumann e, successivamente, abbandonò anche il direct-to-disc recording per passare al nastro magnetico utilizzando registratori Ampex inizialmente mono e poi a due tracce.

Il sassofonista Gil Melle lo presentò ad Alfred Lion, fondatore della Blue Note Records. Lion rimase colpito dalla capacità di Van Gelder di creare un "suono naturale" con la sensazione di un jazz club. Il primo "Blue Note Sound" deriva dalle dimensioni e dalla vicinanza dei musicisti tra loro, così come dalla vicinanza dei pochi microfoni utilizzati e dai riflessi ravvicinati in quella stanza dalle superfici rigide e riflettenti. Successivamente, Van Gelder installò una grande lastra di vetro tra il soggiorno e una stanza adiacente che divenne la sala di controllo. Nel soggiorno dei suoi genitori, Rudy consentì ad etichette come Blue Note, Prestige, Verve, Impulse e Savoy, di registrare una gran quantità di giovani e sconosciuti artisti.

Durante il periodo di Hackensack, Rudy iniziò a sviluppare una tecnica di registrazione che divenne uno dei segreti meglio custoditi del jazz. Il suo processo era meticoloso e i dettagli erano gelosamente custoditi: secondo lo storico David Simons, se qualcuno doveva scattare una fotografia nello studio, Rudy prima spostava i microfoni in modo che nessuno potesse rubare i suoi segreti.

Ma almeno in questa fase della sua carriera, il merito di Van Gelder non è tanto nella sua pur grande abilità tecnica, ma nei prezzi bassi che è in grado di fornire alle nascenti etichette indipendenti e agli artisti emergenti. Van Gelder ad Hackensack ha facilitato la realizzazione di una enorme quantità di registrazioni jazz che altrimenti forse non sarebbero state possibili.

Thelonious Monk ha composto un tributo a quello studio intitolato "Hackensack", registrato lì nel 1954 per la prima volta.
 

Rudy non poteva certo continuare a registrare per sempre a casa dei suoi, a un certo punto i genitori aggiunsero perfino un ingresso dall'esterno della casa alla camera da letto, in modo da poter entrare senza interrompere le sessioni di registrazione. Poi nell'autunno del 1957, dopo una serie di sessioni per Gil Evans, divenne chiaro che occorreva uno spazio più grande per soddisfare meglio le esigenze di ensemble che tornavano a farsi più grandi.

 

Il periodo di Englewood Cliffs

Nell'estate del 1959, Van Gelder fu finalmente in grado di rinunciare al lavoro di optometrista, dunque acquistò casa a Englewood Cliffs, sempre nel New Jersey, e vi costruì un vero studio. Aveva in testa alcune idee che aveva tratto da due luoghi che aveva visitato negli anni precedenti. Aveva accettato un lavoro di registrazione presso la Symphony Hall di Boston per la Vox Records, un'etichetta di musica classica per la quale aveva svolto molto lavoro di mastering. lì trascorse una settimana sperimentando l'acustica del grande spazio. L'altro luogo era il 30th Street Studio della Columbia Records, dove era stato registrato il primo disco di largo successo del jazz: Take Five di Dave Brubeck. In origine era una chiesa di quasi 2.000 metri quadrati, con soffitti alti 18 metri, Rudy era stato lì per svolgere un lavoro di consulenza per la The Les & Larry Elgart Orchestra. 


Englewood CliffsL'idea di Rudy era quella di affidarsi nientemeno che a Frank Lloyd Wright ma, quando fu il momento di realizzare Englewood Cliffs, più realisticamente, ripiegò su un suo studente: David Henken.

 

Lo spazio, progettato da Henken era simile a una cattedrale, con un soffitto alto dodici metri conformato a volta, con travi in legno e rivestimento in mattoni, semplice e moderno. Nella progettazione dello studio non furono ingaggiati professionisti per l'acustica e non fu utilizzata nessuna delle buone prassi per l'insonorizzazione impiegate in quegli anni. Tuttavia Rudy ha indubbiamente attinto ai lavori pubblicati da eminenti studiosi come Vern Knudsen dell'UCLA, Leo Beranek del MIT, John Volkmann e Michael Rettinger della RCA.

 

Creed Taylor, in seguito proprietario di CTI Records, a quel tempo lavorava per A&M Records ed il nuovo studio RVG a buon prezzo era proprio ciò di cui aveva bisogno. Insieme con Don Sebesky - pianista, compositore e arrangiatore - Taylor iniziò una lunga collaborazione con Van Gelder. A questo punto, lo studio RVG assunse un suono nuovo e caratteristico, dovuto sì all'architettura dello spazio ma in buona parte anche ai contributi di Taylor e Sebesky che introdussero - tra l'altro - l'uso di microfoni a condensatore ravvicinati e l'EMT Plate Reverb.

Negli anni, lo studio di Englewood Cliffs è stato paragonato a una cattedrale, un'impressione forse rinforzata dal fatto che così tanti grandi sono venuti a registrare lì, tra i quali John Coltrane, Herbie Hancock, Art Blakey, Miles Davis, Dizzy Gillespie, Thelonius Monk.

 

Nonostante tutto, alcuni artisti hanno evitato lo studio di Van Gelder. Charles Mingus, ad esempio, si rifiutò di registrare con lui: “Cerca di cambiare i toni delle persone. L'ho visto farlo, l'ho visto prendere Thad Jones e il modo in cui lo mette al microfono, può cambiare l'intero suono. Ecco perché non vado mai da lui: ha rovinato il mio basso!". Il problema con Mingus è da cercarsi - è la mia impressione - nella pervicace volontà di RVG di partecipare attivamente all'evento e non limitarsi a esserne il notaio. Mingus aveva un carattere difficile (forse diffidava anche un po' dei bianchi) e probabilmente considerava troppo invadente l'opera di RVG.

 

Non la pensava così John Coltrane che il 9 dicembre 1964 registrò ad Englewood Cliffs il suo capolavoro A Love Supreme: "La sessione è stata ipnotica, eccitante e diversa", ha ricordato Van Gelder nella sua intervista del 2012 con Myers. “Ma non me ne sono reso conto fino a quando non ho rimasterizzato i nastri molti anni dopo. Quando Coltrane era qui, ero troppo preoccupato di catturare la musica".

 

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Il lavoro dal vivo

Il lavoro di Van Gelder non si limitò allo studio. Ha realizzato alcune tra le più grandi e importanti registrazioni di concerti di sempre: "A Night at Birdland" di Blakey, volumi 1 e 2, del 1954; “A Night at the Village Vanguard” di Rollins, del 1957; “'Live at the Village Vanguard” di Coltrane, del 1961. Le registrazioni di Dolphy al Five Spot, del 1961, al Village Gate, nel 1965, con Coltrane, Albert Ayler, Archie Shepp, Hutcherson e il trombettista  Charles Tolliver.

 

Epilogo

Rudy Van Gelder ha lavorato ad Englewood Cliffs fino alla sua morte arrivata nell'agosto 2016 all'età di 91 anni. La sua ultima registrazione è stata il 20 giugno 2016, con il trio Jimmy Cobb alla batteria, Paolo Benedettini al basso e Tadataka Unno al piano.

 

rudy-van-gelder.webp.64a46457bee172267d07039a7556c8fa.webpVan Gelder, nonostante tutti i suoi contributi alla storia della musica registrata non gradiva condividere i suoi approcci e le sue tecniche, non partecipava alla Audio Engineering Society, né rilasciava interviste o scriveva documenti sul suo lavoro.
Lui non voleva fare una perfetta fotografia dell'opera d'arte di qualcun altro ma voleva che la sua fotografia fosse - se non l'opera stessa - parte integrante dell'opera. E principalmente in ciò è da cercare la particolarità di RVG, d'altra parte non è che i grandi studi dell'epoca mancassero di eccellenti tecnici (basti citare Bill Putnam, Tom Dowd, Jack Mullin).

Ciò che ci resta di lui sono "soltanto" le registrazioni, ma nonostante questo Rudy Van Gelder rimarrà un gigante e benefattore dell'età d'oro del Jazz.

 

Mi accomiato con una sua celebre frase: "Un grande fotografo creerà davvero la sua immagine e non solo catturerà una situazione particolare".

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23 Comments


Recommended Comments

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oscilloscopio

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Bellissimo articolo, complimenti 👏

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mchiorri

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Appe, non ti smentisci con questo intervento. Complimenti, concordo con la tua precisa lettura!!

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Affascinante racconto, specialmente considerando l'epoca, c'era ancora tutto da fare o quasi, in particolare dagli strumenti utilizzati. Un grande.

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Mxcolombo

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Grazie di cuore per avere condiviso questo interessantissimo post sul grande Rudy. Al suo nome sono indubbiamente legati notorietà e successi di case discografiche e musicisti ed è giusto che lo si sappia e ribadisca. Ben fatto. massimiliano

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iBan69

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Per un appassionato come me di Jazz, RVG, rappresenta un pilastro  nella storia della registrazione di questa musica. Un maestro, che dedicò la sua vita a questo bellissimo lavoro, con dedizione, professionalità e capacità al di sopra della media. Amare la musica, significa anche conoscere coloro che, dietro le quinte, ci hanno permesso di goderne, fino ad oggi. 

Grazie

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skillatohifi

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Questo articolo è davvero molto esaustivo, io considero.. questo ingegnere del suono è il migliore in assoluto, d altronde le sue infinite registrazioni sono storiche, ed è sempre grazie a lui se noi ora  possiamo emozionarci ogni volta che ascoltiamo la ns musica preferita, lui è riuscito a catturare la vera anima, quella più intima delle note, gli artisti lo sapevano... bene, ed ecco spiegato il perché i musicisti volevano che fosse Rudy Van Gelder in persona a fare le registrazioni. 

 

 

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captainsensible

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Bell'articolo.

Le registrazioni di Van Gelder oltre che per l'immensa qualità artistica degli interpreti (d'altronde in quegli anni era più facile 🙂) , personalmente ritengo che abbiano un sound veramente notevole ancora oggi, a 50 anni di distanza.

Grande recording engineer...

 

CS

 

 

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campaz

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Grazie per questo contributo. RVG è stato davvero un protagonista assoluto di un’epoca meravigliosa del jazz, e tu hai saputo restituirne tutto il fascino.

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BEST-GROOVE

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Bel articolo, ricordavo che qualche grande del jazz non volle mai rivolgersi a lui perché a suo dire modificava a piacimento la registrazione, non sapevo che le critiche erano partite da Davis.

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analogico_09

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Un contributo sul grande VDG molto interessante, ben articolato, mette bensissimo a fuoco il personaggio, la sua storia, il suo mondo professionale. Una panoramica "tecnica" che lascia tuttavia intravedere le implicazioni di natura artistica sulle cui specificità si potrebbe tentare un approfondimento. 🙂

 

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scroodge

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Bel lavoro! Grazie davvero!!! 👍

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Spadaccino1

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10 ore fa, analogico_09 ha scritto:

panoramica "tecnica" che lascia tuttavia intravedere le implicazioni di natura artistica sulle cui specificità si potrebbe tentare un approfondimento

Concordo, meriterebbe un racconto a puntate. 

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il Marietto

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Gran bel articolo, complimenti e grazie ! 

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Gaetanoalberto

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Interessante e ben scritto. Chissà se ha scelto qualcuno al quale lasciare la sua eredità professionale. 

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Lumo59

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Salve. Sono ancora un neofita della musica jazz, ma, anche grazie a questi contributi storici, sto imparando a conoscere un mondo sino ad ora non troppo da me vissuto. Certo da tempo ascolto Miles Davis e John Coltrane, ma anche Pharoah Sanders, Thelonious Monk e anche molto jazz italiano contemporaneo.

Ma senza articoli come questo mi perderei tanto.

Grazie davvero.

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analogico_09

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Nonostante tutto, alcuni artisti hanno evitato lo studio di Van Gelder. Charles Mingus, ad esempio, si rifiutò di registrare con lui: “Cerca di cambiare i toni delle persone. L'ho visto farlo, l'ho visto prendere Thad Jones e il modo in cui lo mette al microfono, può cambiare l'intero suono. Ecco perché non vado mai da lui: ha rovinato il mio basso!".

 

 

Questa cosa non la sapevo.., strano ma non troppo.., cercherò di approfondire... Mingus era completamente immerso in un mondo tutto suo, un mondo meravigliosoo ovviamente, tra i più propulsivi del jazz, direi della musica tutta del '900, ma era essenzialmente un "anarchico" che si opponeva agli establishment produttivi, discografici, manageriali,  dei "bianchi" che giudaava "sfruttatori" (non senza dei buoni margini di ragione), cercando sempre di affermare la sua visione della musica e delle cose del mondo, cercando l'"indipendenza" creativa e produttiva e per questo è stato anche promotore, insieme ad altri musicisti (Max Roach) di etichette indipendenti...
Forse pensava che VDG non fosse il "tecnico" adatto per far emergere al meglio gli aspetti a volte "selvaggi", iconosclastici, quasi "sessuali" della musica, del suono del suo strumento, delle sue composizioni che passavano dall'"aggressione"sonora più scatenata e mutevole, con repentini sbalzi ritmici in continua mutazione, dissonanze armoniche, alla più trasognata e "tenera" melodia.

 

Eppure RVG aveva registrato musicisti tutt'altro che "convenzionali", alcuni avant-garde: Davis, Coltrane, Monk, Rollins, Dolphy, Sheep, Ayler, ecc, come ben ricorda @appecundria nel su dettagliato scritto.., però Mingus.., Mingus.., mio nume tutelare del jazz, è davvero "un mondo a parte".., difficilissimo e "facile", complesso e "innocente, quasi "infantile... irascibile e commosso... Proverò ad approfondire. 🙂

 

 

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appecundria

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23 ore fa, analogico_09 ha scritto:

Eppure RVG aveva registrato musicisti tutt'altro che "convenzionali"


Anzi, il suo essere considerato "benefattore" è dovuto proprio all'aver offerto la possibilità di registrare ad artisti non noti e non (ancora) nel giro delle major.

Il problema con Mingus è da cercarsi, è la mia impressione, nella pervicace volontà di RVG di partecipare attivamente all'evento e non limitarsi a esserne il notaio. Riprendendo il suo paragonarsi ad un fotografo, lui non voleva fare una perfetta fotografia dell'opera d'arte di qualcun altro ma voleva che la sua fotografia fosse - se non l'opera stessa - parte integrante dell'opera.

E principalmente in ciò è da cercare la particolarità di RVG, d'altra parte non è che i grandi studi dell'epoca mancassero di eccellenti tecnici (basti citare Bill Putnam, Tom Dowd, Jack Mullin...).

Mingus aveva un carattere difficile (forse diffidava anche un po' dei bianchi) e probabilmente considerava troppo invadente l'opera di RVG.
(lo aggiungo al pezzo)

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analogico_09

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1 ora fa, appecundria ha scritto:

Mingus aveva un carattere difficile (forse diffidava anche un po' dei bianchi)

 

Anche senza il forse... Pensava che i bianchi non avessero il diritto di suonare il jazz.., così come ai neri veniva di fatto impedito dai bianchi di suonare la loro musica "classica", che fossero degli sfruttatori (non tutti... ). Carattere impulsivo e spesso violento.., aggredì fisicamente il suo grande e fedele trombonista Jimmy Knepper che lo denunciò per poi perdonarlo, perchè Mingus era ira e candore... Anzi, diviso in "tre parti" (Self-portrait in three colors.., titolo di una sua suite composta per il film Shadows di Cassavetes.).  Ma la cosa andrebbe meglio inquadrata, avrei un'intervista a Mingus molto "rivelatrice"... però qui si parla di RVG non vorrei spostare l'attenzione su altro.

Effettivamente i concerti di Mingus erano un'"esperienza" totale, coinvolgeva il sistema emotivo, nervoso e spirituale.., era un rito religioso.., da "chiesa battista" più che da studio di registrazione convenzionale.., in questo senso forse serviva che anche la registrazione venisse fatta in stato di "trance".., in quella dimensione del feeling bruciante, dolente, nello straziante e inestinguibile ricordo della schiavitù e del razzismo che non è mai stato superato negli USA.

 

Per partecipare ad un concerto "tribale" come questo, un incontro di preghiera, di ritmi e voci sonore che salgono dal profondo della psiche, del ricordo, dagli ancestrali archetipi, forse bisognava essere tutti neri, anche i tecnici di registrazione.., neri nell'anima. Questo sempre secondo Mingus..,e quello che pensava e diceva Mingus era ... come la sua musica... al di sopra di ogni "critica" o dubbio.., uno dei casi musicali per i quali mi sentirei di parlare di "verità" assoluta e ioncontestabile. 😉

 

 

 

 

 

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appecundria

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Il 9/1/2022 at 13:51, analogico_09 ha scritto:

Questa cosa non la sapevo

🙂

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appecundria

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Ho cambiato il video YouTube di Hackensack eseguito da Monk alla BBC con un file audio RVG Remaster © 2009 Concord Music Group Inc. - Thelonious Monk with Sonny Rollins and Frank Foster - Reissue of Prestige 7053.

Mi è parso più appropriato avere una registrazione di RVG.

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analogico_09

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 Dal mio "tabernacolo" musicale... (in bianco e nero, i colori sono troppo "mondani"... 😄 )...

 

 

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::: mi giungono le note un disco pazzesco di musiche suonate da tre autentiche leggende del jazz, composte da un sacro nume del Jazz e della musica del '900, e, ciliegina sulla torta, l'artefice della eccellente registrazione effettuata in Hackensack, New Jersey, July 21 and 27, 1955, è sua eminenza l'ingegner Rudy Van Gelder, colui che riesce davvero a catturare lo "spirito" del suono, ovvero della musica, andando ben oltre quelli che si sarebbero potuti rivelare come "vezzi" sonori  artificiosi e "vanitosi" tanto cari e ricercati dai seguaci di una certa audiofilia "superstiziosa"... Questo è un disco "ascetico":  il suono è la musica, la musica è il suono, un'inscindibile unità, chi cercasse  "verasailles" sbaglierebbe strada... 🙂

 

 

T. Monk, piano

Oscar Pettiford, basso

Kenny Clarke, batteria



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