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Jazz!


analogico_09

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analogico_09
1 ora fa, bobpell ha scritto:

Stranamente sono partito da Coltrane e soprattutto da Ornette Coleman (il suo album del 1960 "Free Jazz" credo sia una delle massime espressioni dell'interplay e della improvvisazione musicale, con un emozionante Eric Dolphy tra gli altri).

 

Non è strano.., ho sempre sostenuto che il neofita non necessariamente deve partire da ciò che viene convenzionalmente, e spesso erroneamente, considerato più facile. Nella musica, nell'arte, non esiste il più facile e il più difficile, ovvero l'assoluto, bensì ciò che comprendiamo/condividiamo di più e ciò che comprendiamo/condividiamo di meno.

Da perfetto ignorante qual ero di classica nella prima metà degli anni '60, ascoltai i quartetti per archi di un certo Bartok, non proprio la quintessenza del melos più acchiappone.., e restai incuriosito, colpito, affascinato dagli "sbattimenti" tonali, armonico-ritmici che non ero abituato ad ascoltare e che mi aprirono ad un mondo sconosciuto.

 

Ciò che dici del progetto Free Jazz" di Ornette Coleman, che potrebbe prendersi per mano con i progettii bartokiani e di altri creatori coevi del novecento musicale "rivoluzionario" della tradizione "classica", ti fa onore.

 

Una delle tappe più straordinarie del jazz, insieme all' Ascension di Coltrane, al Symphony for Improvisers di Don Cherry, all'Out to lunch di Eric Dolphy, al Fire Music di Archies Shepp, al It's After the end of the world di Sun Ra, al The Black Saints and the Sinner Lady di Mingus.., giusto per citare all'impronta alcune opere, tra le tante, esemplarmente somme di quello che è il senso dell'interplay e dell'improvvisazione musicale del jazz "moderno" ed ex contemporaneo, "free", o "new Thing" (Mingus è compreso.., ne è l'anricipatore e il "medium" attaverso il quale possiamo ritrovare addirittura le influenze ellingtoniane nel jazz dell"avangiuardia") su cui mi piacerebbe soffermarmi durante questo cammino dedicato al jazz.

 

1 ora fa, bobpell ha scritto:

Sul fatto che ci sian pochi nuovi musicisti degni di nota e originali non sono molto d'accordo.

Cito come esempi che ho scoperto da non molto:

 

 

 

Non ne dubito, non lo negavo, però sono l'eccezione, l'occasionale.., quando prima erano invece la norma.

  • Melius 1
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analogico_09
Il 15/4/2021 at 16:14, Mister66 ha scritto:

Discussione molto interessante...@analogico_09

Complimenti per la tua cultura in materia. 
mi permetto di segnalare questo splendido disco.

 

 

Grazie a te per ave segnalato il disco dell'idimendicabile Benny Carter, altra "leggenda" del jazz

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analogico_09
19 minuti fa, Napoli ha scritto:

per quanto mi riguarda il jazz è morto a partire da  bitches brew ,già troppi bianchi in formazione.  

 

Ci sono sempre stati i bianchi nel jazz.., che è nato anche con le influenze delle musiche bianche europee, creole, caraibiche, ecc... ma il "manico", la spina dorsale, la colonna portante, la scintilla incendiaria, primordiale è sempre stata nera, nelle forme di jazz capitali, germinali, evolutive, rivoluzionarie o meno ma pur sempre identitarie.

Lo stesso dicansi per i bianchi di Bitches Brew capitanati dal divino sciamano nero... 

L'apporto storico dei bianchi al jazz, in misura ovviamente minore a quella dei neri, è stata grande, basti pensare al ruolo determinante di Bill Evans in KOB: idem la presenza "sotterranea" di Zawinul nelle faccende del jazz "elettrico" davisiano.., di una parte di esso. I bianchi del Bird of the cool.., il Charlie Haden con Ornette Coleman.., e potremmo andare avanti con i nomi per molto...
Sono i bianchi con il cuore "nero"... 🖤

  • Melius 1
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oscilloscopio

Concordo con @analogico_09 a mio parere il bello del jazz stà anche nel fatto che sia la cultura afro-americana che quella americana bianca con molte influenze classico/europee ha avuto modo di confrontarsi, mischiarsi e prendere spunti reciproci  per creare quello che noi chiamiamo jazz.

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analogico_09

E' evidente, come dicevo, e ribadisco, che l'impronta del jazz, il "sigillo" di qualità doc e ipg, certificano la preminenza, la centralità, la supremazia e la superiorità della negritudine, della cultura musicale afro-americana, del "popolo del blues", la quale funge anche da collante ed aggregante degli elementi musicali di derivazione "bianca".

In una condizione di schiavitù, e poi di affrancamento dove il "negro" si ritrovava nei fatti ancora sottoposto, discriminato dal bianco, era normale che restasse legato ad alcuni paradigmi culturali del mondo dei bianchi (un mondo estraneo, ostile e "nemico"), ai loro "oggetti" musicali con i quali, benchè male, malissimo, doveva purtroppo ancora convivere.
In questa condizione di dipendenza, di bisogno, i "negri" prendevano la superfice delle cose dei bianchi che andavano a mecolarsi con le autentiche musiche "negre" che sgorgavano dalle profondità dello spirito strettamente legato alle radici ancestrali di "madre africa".
L'apporto di bianchi alla musica jazz, spesso di grande valore estetico e poetico, non era altro che un modo naturale di "restituire" ai "negri" ciò che avevano imparato da loro... Potrà sembrare una logica un po' "schematica", ma la meccanica è proprio quella...

Niente di più sbagliato, qualcuno ancora definisce rock-jazz, o jazz-rock la musica del Davis "elettrico" il qual si riprendeva semplicemente quello che il rock aveva "mutuato" a piene mani dal jazz...

 

24 minuti fa, dariob ha scritto:

Fosse per me, sarei razzista al contrario: per la "superiorita' della razza nera"😁.

 

 

Oggi meno.., ma un tempo ero su posizioni analoghe.., anche più radicali.., nei '60, ancora giovinetto, ero negli USA a gridare alzando il pugno con le black panters : black is beautiful!  😄

 

 

 

 

 

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Il jazz bianco e soprattutto le grandi orchestre bianche esistevano perché esisteva la segregazione razziale e i neri non potevano suonare nei teatri dei bianchi.

Non dico che ci fosse pure un certo ... ma di operazione commerciale si trattò.

Delle grandi orchestre bianche posso tranquillamente fare a meno.

Alcuni singoli come correttamente riportato da analogico_09 erano bianchi che avevano la negritudine dentro, per capirci come per Pino Daniele.

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 Concordo con quanto espresso da Peppe riguardo al rapporto culturale fra il mondo musicale afroamericano e quello bianco.

Se dovessi chiedermi se i bianchi abbiano "annacquato" l'essenza più profonda del jazz, cioè il suo legame intimo con la vita dei neri americani, direi niente, perché se è vero che i bianchi abbiano contribuito a cristallizzato il genere, ad estetizzarlo, il fatto che il jazz dei neri sia tutto spontaneità, istinto ed improvvisazione è poco più che una storiella. Bastino due esempi in senso contrario: un gigante dei primordi come Charlie Parker conosceva ed apprezzava l'astrusissimo compositore francese Edgard Varese, da cui provò a prendere lezioni di composizione; dalla biografia di Monk che ho già citato ho appreso che, a quanto pare, il buon Thelonious tenesse vicino al pianoforte di casa lo spartito di alcuni Studi di Chopin e che fosse ben in grado di suonarli.

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