Jump to content

Jazz!


analogico_09
 Share

Recommended Posts

1 ora fa, Napoli ha scritto:

troppi bianchi in formazione.

Anch'io sono ,forse anche "stupidamente e massimissimamente😁, legato ai neri del jazz, e dalla musica in genere.

 

Fosse per me, sarei razzista al contrario: per la "superiorita' della razza nera"😁.

Link to comment
Share on other sites

analogico_09

E' evidente, come dicevo, e ribadisco, che l'impronta del jazz, il "sigillo" di qualità doc e ipg, certificano la preminenza, la centralità, la supremazia e la superiorità della negritudine, della cultura musicale afro-americana, del "popolo del blues", la quale funge anche da collante ed aggregante degli elementi musicali di derivazione "bianca".

In una condizione di schiavitù, e poi di affrancamento dove il "negro" si ritrovava nei fatti ancora sottoposto, discriminato dal bianco, era normale che restasse legato ad alcuni paradigmi culturali del mondo dei bianchi (un mondo estraneo, ostile e "nemico"), ai loro "oggetti" musicali con i quali, benchè male, malissimo, doveva purtroppo ancora convivere.
In questa condizione di dipendenza, di bisogno, i "negri" prendevano la superfice delle cose dei bianchi che andavano a mecolarsi con le autentiche musiche "negre" che sgorgavano dalle profondità dello spirito strettamente legato alle radici ancestrali di "madre africa".
L'apporto di bianchi alla musica jazz, spesso di grande valore estetico e poetico, non era altro che un modo naturale di "restituire" ai "negri" ciò che avevano imparato da loro... Potrà sembrare una logica un po' "schematica", ma la meccanica è proprio quella...

Niente di più sbagliato, qualcuno ancora definisce rock-jazz, o jazz-rock la musica del Davis "elettrico" il qual si riprendeva semplicemente quello che il rock aveva "mutuato" a piene mani dal jazz...

 

24 minuti fa, dariob ha scritto:

Fosse per me, sarei razzista al contrario: per la "superiorita' della razza nera"😁.

 

 

Oggi meno.., ma un tempo ero su posizioni analoghe.., anche più radicali.., nei '60, ancora giovinetto, ero negli USA a gridare alzando il pugno con le black panters : black is beautiful!  😄

 

 

 

 

 

Link to comment
Share on other sites

Il jazz bianco e soprattutto le grandi orchestre bianche esistevano perché esisteva la segregazione razziale e i neri non potevano suonare nei teatri dei bianchi.

Non dico che ci fosse pure un certo ... ma di operazione commerciale si trattò.

Delle grandi orchestre bianche posso tranquillamente fare a meno.

Alcuni singoli come correttamente riportato da analogico_09 erano bianchi che avevano la negritudine dentro, per capirci come per Pino Daniele.

Link to comment
Share on other sites

 Concordo con quanto espresso da Peppe riguardo al rapporto culturale fra il mondo musicale afroamericano e quello bianco.

Se dovessi chiedermi se i bianchi abbiano "annacquato" l'essenza più profonda del jazz, cioè il suo legame intimo con la vita dei neri americani, direi niente, perché se è vero che i bianchi abbiano contribuito a cristallizzato il genere, ad estetizzarlo, il fatto che il jazz dei neri sia tutto spontaneità, istinto ed improvvisazione è poco più che una storiella. Bastino due esempi in senso contrario: un gigante dei primordi come Charlie Parker conosceva ed apprezzava l'astrusissimo compositore francese Edgard Varese, da cui provò a prendere lezioni di composizione; dalla biografia di Monk che ho già citato ho appreso che, a quanto pare, il buon Thelonious tenesse vicino al pianoforte di casa lo spartito di alcuni Studi di Chopin e che fosse ben in grado di suonarli.

Link to comment
Share on other sites

50 minuti fa, Gabrilupo ha scritto:

Fatti prendere, Dense, non te ne pentirai

Beh, mi piacciono le atmosfere dolci e sognanti, con tempi lenti, direi notturni...quasi meditativi.

Per esempio Felling Blue di Paul Desmond e' un grande album, o le Ballands di Coltrane, non male.

Poi ultimamente sono ossessionato da Nina Simone, anche se non rientra nel jazz classico di cui avete parlato, benche' anche lei abbia fatto jazz.

Ma Nina e' una regina in ogni ambito,jazz, afro, soul, blues....

Link to comment
Share on other sites

analogico_09
2 ore fa, Gabrilupo ha scritto:

il fatto che il jazz dei neri sia tutto spontaneità, istinto ed improvvisazione è poco più che una storiella. Bastino due esempi in senso contrario: un gigante dei primordi come Charlie Parker conosceva ed apprezzava l'astrusissimo compositore francese Edgard Varese, da cui provò a prendere lezioni di composizione; dalla biografia di Monk che ho già citato ho appreso che, a quanto pare, il buon Thelonious tenesse vicino al pianoforte di casa lo spartito di alcuni Studi di Chopin e che fosse ben in grado di suonarli.

 

 

Assolutamente vero. Si potrebbero fare molti nomi di uomini jazz che conoscevano ed amavano profondamente la musica "classica", altrettanti nomi di musicisti classici che attingevano al jazz creando, con effetto di reciprocità, felici commistrioni tra i "generi". Ne abbiamo parlat tante volte. Ci sarebbe da aggiungere che, purtroppo, per motivi di razzismo, di segregazione razziale, agli uomini e alle donne del jaz non era consentito accedere nei mondi dela classica. Ci provò, caso tra i più noti, Nina Simone che ambiava diventare panista e fu respinta.., non tutti i mali vengono per nuocere, forse non avremmo avuto la grande interprete di blues, di jazz, di soul che fu.

Oltre ai nomi citati da Gabri bisognerebbe fare, tra i primi della lista, quello di Charlie Mingus, musicista dell'istino, degli umori viscerali e intellettuali, delle grida furiose e delle tenerezze liriche.. compositore di primissimo ordine, tra i più grandi del '900, che "sconfinata" pericolosamente nella classica. Abbiamo già parlato dell'album "sinfonico" Let My Children Hear Music, esemplare in tal senso anche l'Half-Must Inibition dell'album Pre Bird, senza contare la più celebre The Black Saint and the s Sinner Lady  opera ancestrale, "pagana", religiosa e "sessuale", così vicina a Strawinky nel riaffermare anche la "modernità" quale anello di congiunzione con la tradizione.

 

 

 

 

Link to comment
Share on other sites

analogico_09

@Gabrilupo mi ha fatto partire il turbo... 😄

 

Dovrò tornare su Mingus, sull'immenso Charlie Mingus con una "introduzione"

 

Mingus iniziò a suonare il violoncello fino a 17 anni quando un amico, Buddy Colette [ sassofonista, flautista e clarinettista, cofondatore del sindacato dei musicisti neri - ndr] lo invitò ad entrare nel proprio club a condizione che che imparasse a suonare il contrabbasso . Tu sei nero, gli disse, e per quanto talento tu abbia non riuscirai mai nel classico, se vuoi suonare suona uno strumento nero. E Mingus decise per il basso.

[Mingus] : Quando comincerò a saper suonare allora vedrete un grosso uomo con un grosso basso che quando vorrà vi farà sentire una viola, la sua viola magica acuta come un violino e grave come un basso. Uno strumento libero dalla confusione degli armonici gravi i cui pizzicati avranno la chiarezza di una nota suonata da Segovia.

(Frammento di un’intervista tratto da un documento su Mingus ad Umbria Jazz trasmesso anni fa da RAI tre per “Schegge Jazz”.)

 

Mingus il contrabbasso lo faceva gemere... ascoltiamolo interamente questo (s)travolgente brano delle continue meraviglie, delle instancabili invenzioni musicali che si alternano a fiotti, senza soluzione di continuità: il brano di jazz che più di altri mi scuote da sempre l'intero sistema emotivo e che mi risuona perfino nelle ossa.


Praying With Eric - registrato al Town Hall Concert di N.Y. nel 1964, brano che insieme agli altri, Mingus portò nel leggendario tour europeo dello stesso anno, stesso "mostruoso" sestetto (che diventò quintetto, a Parigi, a causa dei problemi di salute di John Coles)


Johnny Coles (tp) Clifford Jordan (ts) Eric Dolphy (as, bcl, fl) Jaki Byard (p) Charles Mingus (b) Dannie Richmond (d)

 

In questo brano c'è tutto.., c'è l'Africa, l'oriente, la Spagna, il blues e le sue radici "negre", la tensione dei "meeting" di preghiera gospel.., c'è l'impressionismo, l'espressionismo, c'è Debussy nel piano del grande Jaki Byard che crea alchimie sonore di rara raffinatezza accordale, melodica, ritmica, poetica.., commovente lo stretto interplay con Mingus; c'è l'energia impetuosa e pur sempre nobile di Eric Dolphy al clarinetto basso, la melodia onirica e straziante del suo flauto nella frase ternaria quasi un "valzer sognate, orientale, nobile e sentimentale". A tenere insieme tutto questo, il lavoro dell'intero gruppo - non di meno strabilianti Richmond, Cole, Jordan - c'è la vigile, potente, vibrante pulsione delle corde del basso di Mingus archettate e pizzicate pronte ad "imporre" le direzioni, a creare i continui e improvvisi cambiamente ritmici.., come in una sorta di tensione orgasmica, mai orgiastica, a tratti selvaggia e non già violenta, volgare. Sembra musica scritta, "da camera" ma non c'è nessun musicista che legga un solo foglio musicale, una sola nota, se non quelle scolòpite dentro di sè.  

Istinto, improvvisazione, istanza intellettuale, body and soul in perfetto equilibrio tra di loro.

 

Ma le chiacchiere stanno a zero.., chi non si prende una pausetta di 30 minuti circa per ascoltare questa meraviglia (da disco ancora meglio.., ma non si sente male quella del tubo) vivrà per sempre  nel rimpianto... 😉
 

 

 

Link to comment
Share on other sites

analogico_09
1 ora fa, densenpf ha scritto:

Poi ultimamente sono ossessionato da Nina Simone, anche se non rientra nel jazz classico di cui avete parlato, benche' anche lei abbia fatto jazz.

Ma Nina e' una regina in ogni ambito,jazz, afro, soul, blues....

 

 

Come ricordavo sopra, Nina Simone rischiava di diventare anche una "regina" della classica... e cmq il jazz alberga in lei a pieno diritto. La musica afroamericana, tutta, dalle origini fino alle ultime avanguardie, è attravestata da un robusto fil-rouge che non si è mai spezzato. Nel gospel c'è il jazz, nel jazz il gospel, la radice più recente è rappresentata dal blues... La musica di Mingus, un insieme di tutto questo, ne sia da esemplare esempio...

 

 

Link to comment
Share on other sites

analogico_09
4 ore fa, Gabrilupo ha scritto:

Bastino due esempi in senso contrario: un gigante dei primordi come Charlie Parker conosceva ed apprezzava l'astrusissimo compositore francese Edgard Varese, da cui provò a prendere lezioni di composizione

 

 

Mi torna in mente una testimonianza su Charlie Parker, un po' insolita, che lasciai nel forum tempo fa, una "chicca" meritevole credo di essere condivisa e riproposta nel Melius Club, la quale conferma  quanto riferisci del grande musicista che amava Varese e rivoluzionò il jazz.

E' tratta dal libro "La Leggenda di Charlie Parker" di Robert G. Reisner, ed. A. Mondadori fuori catalogo, un libro davvero prezioso rintracciabile nell'usato. Reisner fu critico d'arte appassionato di jazz, amico di Parker, negli anni '50 gestiva un jazzclub, raccolse le testimonianze di molte persone che conobbero Parker: amici, musicisti, familiari, conoscenti, impresari, ecc... perfino del tassista, creando in tal modo tanti variegati quadri diversi lasciati senza commenti, come delle istentanee fotografiche dal quale il lettore potrà ricavarne una sua personale impressione, un'idea propria di quella che fu la figura della "leggenda" musicale ed esistenziale che aveva per nome Charlie Parker.

La testimonianza del liutaio che segue è tra le più "curiose", dire tra le più "tenere"...
 

Quella di Pietro Carbone è una delle botteghe più inusitate e anacronistiche del Greenwich Village. Carbone è un artiginano rinascimentale: ripara e costruisce strumenti a corde. Da lui Charlie trovava rifugio in momenti agitati.
 

<<Bird aveva radici profonde nel passato. Aveva l'istinto della tradizione, e adorava la musica antica che ogni tanto suonavamo in bottega. Si rendeva conto dell'esistenza di interi universi al di là della sua musica. Nel 1946 sentì di aver esaurito le risorse del suo strumento. Una volta, cullando il sax tra le braccia, osservò: 'In testa ho troppa roba per questo strumento'. Siamo stati amici quasi quindici anni. Nei primi anni '40 suonava al Village, allo Swing Rendezvous. Non dimenticherò mai la sua espressione estatica davanti alle lire, alle ghironde, alle cetre, ai flauti dolci e ai tamburi antichi sparsi in giro. A volte si sedeva tranquillo in un angolo e mangiava con gusto un pezzo di provolone, olive e vino. Il suo dio era Varèse; si incontrarono nella mia bottega. Da quel che ho letto di Paganini, della sua vita tumultuosa, della sua stregonesca abilità, di come era l'eroe del loggione, ho sempre pensato che Bird gli somigliasse molto.>>

 

Mi viene in mente il topic della "bellezza della scrittura musicale" che aprì @Grancolauro (una trascrizione del celebre brano di Parker registrato con il giovanissimo Miles Davis senza leggere le note le quali restavano le stesse nei cambiamenti di carattere e di forma, spesso radicali, che si avevano ad ogni nuova esecuzione dello stesso brano sempre basata sulla libera improvvisazione)

 

 

 

 

  • Melius 1
Link to comment
Share on other sites

Bellissimo 3D. Ascolto jazz da diverso tempo e mi ritrovo molto nei commenti di chi ha già scritto di avere un approccio poco ortodosso a questo tipo di musica (per quel poco che può associarsi al jazz il concetto di ortodossia...) Personalmente non riesco ad apprezzare come vorrei il bop; il virtuosismo di molti dei sassofonisti già citati, ad esempio, (uno giù geniale dell'altro, beninteso) dopo un po mi stufa. Due tra i miei lavori preferiti sono questi (ma solo perché li ho a portata di mano e perché di Mingus e Monk avete già parlato) 

IMG_20210417_175855.jpg

IMG_20210417_175740.jpg

Link to comment
Share on other sites

analogico_09
1 ora fa, Lestratto ha scritto:

mi ritrovo molto nei commenti di chi ha già scritto di avere un approccio poco ortodosso a questo tipo di musica

 

 

Scusa, cosa intendi con "approccio ortodosso"... il jazz non è una religione, lo specifichi tu stesso che tale termine non sia associabile al jazz... forse vorresti dire approccio "integrale" (non integralista...)

 

Di Dolphy che sia meno noto, ma non misconosciuto, restando sulla altissima qualità, suggerirei il doppio CD "Eric Dolphy At the Five Spot" - vol 1 e 2 - quintetto straordinario. 

 

E. Dolphy, altro sax e claribetto basso; Booker Little, tr; Mal Waldron, piano; Richard Davis, basso; Ed Blackwell, batteria

 

 

Link to comment
Share on other sites

Esatto: integrale è la parola giusta. Nel senso che pur amando il jazz non lo digerisco in tutte le sue sfaccettature. Ed il bop, che ne costituisce una delle articolazioni "macro" faccio fatica ad assimilarlo. 

Grazie per la segnalazione su Dolphy, quel titolo mi manca

Link to comment
Share on other sites

Altri grandi geni Eric Dolphy e Con Carter.

Sempre ascoltati con estremo piacere.

Come ho detto io potrei solo fare i nomi e ciò non mi piace, preferisco che ne scriva chi ne è capace.

Ne faccio uno solo che mi piace molto.

Baby Face Willette.

Tra l'altro io adoro l'Hammond.

Mia impressione o del sommo Dizzy Gillespie si è parlato poco?

 

Link to comment
Share on other sites

analogico_09
4 ore fa, terlino ha scritto:

Come ho detto io potrei solo fare i nomi e ciò non mi piace, preferisco che ne scriva chi ne è capace.

Ne faccio uno solo che mi piace molto.

Baby Face Willette.

Tra l'altro io adoro l'Hammond.

 

 

Mia impressione o del sommo Dizzy Gillespie si è parlato poco?

 

 

Su Gillespie c'era un bel topic... Non mancherà occasione di ri-parlare di lui. Il jazz è un universo pieno di sommi musicisti meritevoli di essere ricordati, ma un po' per volta, seguendo la suggestione del momento, per associazione di idee, senza rispettare l'ordine alfabetico o cronologico, senza l'ansia di dover fare la "storia del jazz" didattica.., bensì regalandoci il piacere di parlare di jazz in modo estemporaneo, nello scambio/condivisione delle nostre idee ricorrendo anche ai pareri "esterni" degli "addetti ai lavori", secondariamente, per meglio avvalorarle, dei critici, dei musicologi, dei musicisti stessi, specialmente.

 

Non conosco Baby Face Willette, potresti parlarne brevemente, citare qualche sua opera tra le più significative, non c'è bisogno di fare un un "saggio",  se ne può dire in modo semplice, nella semplicità si cela spesso la stessa forza comunicativa che potremmo trovare in un "saggio" più articolato. 😉

 

 

Link to comment
Share on other sites

analogico_09
16 ore fa, Lestratto ha scritto:

Esatto: integrale è la parola giusta. Nel senso che pur amando il jazz non lo digerisco in tutte le sue sfaccettature. Ed il bop, che ne costituisce una delle articolazioni "macro" faccio fatica ad assimilarlo. 

 

No problem.., è normale.., dopo tanti anni che ascolto jazz alla fine  ho fatto pace con musiche e musicisti che non apprezzavo o non capivo e che mi sarebbe piaciuto apprezzare e capire (ci sono ancora parti di jazz che capisco e però non apprezzo e che non mi interessa apprezzare, ovvero ascoltarer).  Non ho seguito metodi, quindi non potrei suggerirtene uno, ho semplicemente atteso che fossero le musiche stesse a rendermi degno di loro...

L'arte è una cosa un po' misteriosa e dispettosa.., ci fa credere che siano noi a non capirla, e invece è lei che non si fa capire per punirci della nostra presunzione... 😉

 

Link to comment
Share on other sites

  • Moderators
oscilloscopio

Ricollegandomi al mio ultimo post, un paio di esempi di musicisti Jazz che si avvicinano al mondo classico..

Anche la "Rapsodia in blue" di Gershwin pur essendo considerato un brano di musica classica contiene numerosi riferimenti al Jazz

 

  • Melius 1
Link to comment
Share on other sites

analogico_09
3 ore fa, oscilloscopio ha scritto:

Ricollegandomi al mio ultimo post, un paio di esempi di musicisti Jazz che si avvicinano al mondo classico..

 

Due esempi molto interessanti..,  l'assolo di Johnny Hodges in Ellington mi ha steso.., quell'uomo apparentemente burbero che litigava spesso con il Duca,  parlava, cantava, "gemeva" col sax...

 

Altro jazz molto vicino alla classica.., ho appena terminato di ascoltarlo e di postare le cover nel 3D del vinile 

Ornette Coleman Town Hall, 1962

 

come dicevo, la registrazione live venne pubblicata nel 1965 dalla ESP, primo disco post Atlantic di Coleman, organico completamente rinnovato con l'introduzione di due violini, viola, violoncello, un free-jazz "cameristico"...

Le assonanze con le musiche delle "rivoluzioni" armonico-tonali del '900 sono evidenti...


Particolarità interessante, questa registrazione fu realizzata in un incontro concertistico cui parteciparono altri musicisti, un grande concerto organizzato dallo stesso Coleman nel tentativo di rendersi indipendente dal "potere" dall'industria discografica che dettava legge... Ce ne furono altri di tentativi discografici e concertistici, analoghi: Mingus, Max Roach, e altri.., ma la maggior parte dei progetti ebbero vita difficile e breve.., era molto difficile uscire fuori dal "sistena"...

 

Sadness

 

 

In clima "quartettistico" bartokiano...

 

 

Dedication To Poets & Writers

 

 

 

  • Melius 1
Link to comment
Share on other sites

Sicuramente un bellissimo album è Face to Face, classico bebop, ma con l'Hammond protagonista, un disco molto piacevole da ascoltare.

A proposito di Hammond come non menzionare il suo re Jimmy Smith 

 

Link to comment
Share on other sites

Create an account or sign in to comment

You need to be a member in order to leave a comment

Create an account

Sign up for a new account in our community. It's easy!

Register a new account

Sign in

Already have an account? Sign in here.

Sign In Now
 Share




×
×
  • Create New...

You seem to have activated a feature that alters the content of pages by obscuring advertisements. We are committed to containing advertising to the bare minimum, please consider the possibility of including Melius.Club in your white list.