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Jazz!


analogico_09
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ansonico

Altra settimana volata, a malapena sono riuscito ad ascoltare pochi dischi, tra cui un paio tra quelli da te segnalati con una scoperta...non trovo più la mia copia di East Broadway Run Down, chissà a chi l'ho data!

 

Alabama John Coltrane quartet

Il 21/6/2022 at 15:18, analogico_09 ha scritto:

Il mesto, toccante, straziante  "omaggio"

Con questa premessa il suono del quartetto riesce se possibile ad insinuarsi ancora più nel profondo

Il 21/6/2022 at 15:07, analogico_09 ha scritto:

Grachan Moncur III

Avevo avuto la triste notizia in tempo reale...i suoi due titoli Blue Note per me sono tasselli importanti nel catalogo della casa di Alfred Lion.

Some Other Stuff lo scoprii con la stampa in vinile Connoisseur Series del 1994, ma prima ancora ebbi la fortuna di incappare in "Evolution", il suo primo (Some O. S. è, come da titolo, un'integrazione), nell'edizione francese dell'85.

Incappare perché all'epoca ero ancora in via di formazione in materia jazz, conoscevo qualche classico e poco più (quel che mi potevo permettere!) e davanti ad un Blue Note dalla splendida copertina (dal fascino irresistibile per chi ama fotografia e grafica), un nome così importante ed affascinante, una sfilata di musicisti impietosa, un negoziante (Doctor Music di Roma, immagino apro un baule di ricordi....) che ad ogni mio "com'è questo?" invariabilmente rispondeva, con l'espressione 'e cche tte lo dico affa' !', 'splendido', 'un classico', 'imperdibile' (e quanto aveva ragione!), non potei dire di no!

È un disco dalle sonorità ben distinte da quelle classiche BN, che mi incantarono da subito e spalancarono le porte ad una serie di artisti che ancora non conoscevo, ai i dischi di Jackie McLean a cominciare da quelli della metà anni '60 più inclini ai nuovi suoni, come One Step Beyond, Destination Out, mi fermo perché non si finisce più di citare titoli e nomi.

Evolution, la sua atmosfera non certo dalla presa immediata, che passa dai toni scuri, sospesi e quasi funerei della title track a quelli del brano finale, 'Monk in Wonderland', dove Monk è virato in chiave  Mingus ed al concetto di 'bandismo' che ogni artista esprime con la propria sensibilità (la mia testa va sempre a quello catartico di Ayler).

E ritorno allo splendido disco citato, Mama Too Tight

Il 21/6/2022 at 15:07, analogico_09 ha scritto:

un capolavoro di Archie Spepp sinfonico-poli_contrappuntistico, se mi si consente l'espressione, ispirato alla grande lezione "espressionistica" di Ellington.., al suo "bandismo" al suo lirismo afro-jungle metropolitano,

Grande!

È bellissimo perdersi nel gioco di collegamenti tra artisti, loro influenze e incroci di stili 'così lontani, così vicini'

 

 

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analogico_09

 

@ansonico  Seguito a perdermi nei collegametnti tra musicisti, musiche, suggestioni personali, più o meno plausibili o peregrine.., dopo torno per seguire a rota, come si dice, le tue sempre stimolanti e interessanti suggestioni... 🙂

 

 

 

Quando ascolto la musica di Bud Powell, da solo o in gruppo, mi prende sempre una sensazione di "solitudine" ... Un sentimento non spiacevole.., anzi, sottilmente "esaltante".
Questo genio del pianoforte e del jazz, ovvero della musica in senso lato aldilà delle definizioni, nonostante sia inesauribile fonte di idee musicali, di sorprendenti invenzioni melodiche, armonico-ritmiche di grande virtusosismo formale e di profondi contenuti poetici, di un linguaggio che affonda le radici nella tradizione ed attraversa il jazz a venire , fino al bebop di cui si fa fondatore e costruttore dei linguaggi, delle sintassi e delle grammatiche, per poi "disfarsene", sia in patria, sia negli anni dell"esilio" europeo forzato e "disperato", alla ricerca di una musica dell'"uomo", assediato fino alla morte dalla schizofrenia aggravata dalla droga che fortunatamente non gli impedirà fino a un certo punto di esprimere la sua inarrivabile musicalità, questo pianista severo e delicato, dicevo, non cessa mai di cantare e celebrare nel "dolore" la dolente tradizione antopologica, culturale, razziale, psichica, umana, oltre che estetica, delle genti afroamericane.
Bud Powell - come Parker, L. Young, Mingus, Monk, Billie H. ... e gli altri musicisti divorati dal blues (lunga si farebbe la lista) - portava dento di se' l'eredità, la "responsabilità, il peso grande ma trasfiguratore, sulfureo, angelico e illuminante dei poeti "maledetti" i quali si fanno fatalmente, elettivamente e liricamente portatori di una "solitudine" piena di feste e di quaresime, di una moltitudine di voci fisiche e mentali, riconoscibili e segrete, di ogni tempo e luogo, voci della Terra che  irradiano gioia  e dolore musicale in chi sappia riconoscerle ed "ascoltare" d'orecchio, di mente, di memoria e d'anima.

 

Tutto questo panegirico mi è venuto fuori ascoltando questo straordinario LP che mi ha lasciato per metà allegro e per metà "triste"...

 

 

 

 

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minollo63

 

Citando le note di copertina, presenti sul disco "Pink Dolphins", che definiscono la musica degli Anteloper “pesante, diretta, intollerante e maleducata” uno non sarebbe tentato dall'ascolto del loro ultimo lavoro.

Se però questi aggettivi si leggono come delle "qualità" intrinseche per questo duo di musicisti, allora ci si addentra alla scoperta di un mondo "nuovo" dove il jazz è stravolto da una visione psichedelica della musica stessa, dove il punk incontra la musica improvvisata e si fonde in un flusso sonoro unico.

Alla fine ne viene fuori un disco particolare, che propone una delle sonorità più moderne da ascoltare della musica attuale sotto tutti i punti di vista.

Uno dei migliori dischi di questa prima metà del 2022... fidatevi ! 😉

spacer.png

Ciao ☮️

Stefano R.

 

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ansonico
Il 29/6/2022 at 17:08, analogico_09 ha scritto:

Quando ascolto la musica di Bud Powell, da solo o in gruppo, mi prende sempre una sensazione di "solitudine" ... Un sentimento non spiacevole.., anzi, sottilmente "esaltante".
Questo genio del pianoforte e del jazz, ovvero della musica in senso lato aldilà delle definizioni, nonostante sia inesauribile fonte di idee musicali, di sorprendenti invenzioni melodiche, armonico-ritmiche di grande virtusosismo formale e di profondi contenuti poetici, di un linguaggio che affonda le radici nella tradizione ed attraversa il jazz a venire , fino al bebop di cui si fa fondatore e costruttore dei linguaggi, delle sintassi e delle grammatiche, per poi "disfarsene", sia in patria, sia negli anni dell"esilio" europeo forzato e "disperato", alla ricerca di una musica dell'"uomo", assediato fino alla morte dalla schizofrenia aggravata dalla droga che fortunatamente non gli impedirà fino a un certo punto di esprimere la sua inarrivabile musicalità, questo pianista severo e delicato, dicevo, non cessa mai di cantare e celebrare nel "dolore" la dolente tradizione antopologica, culturale, razziale, psichica, umana, oltre che estetica, delle genti afroamericane.
Bud Powell - come Parker, L. Young, Mingus, Monk, Billie H. ... e gli altri musicisti divorati dal blues (lunga si farebbe la lista) - portava dento di se' l'eredità, la "responsabilità, il peso grande ma trasfiguratore, sulfureo, angelico e illuminante dei poeti "maledetti" i quali si fanno fatalmente, elettivamente e liricamente portatori di una "solitudine" piena di feste e di quaresime, di una moltitudine di voci fisiche e mentali, riconoscibili e segrete, di ogni tempo e luogo, voci della Terra che  irradiano gioia  e dolore musicale in chi sappia riconoscerle ed "ascoltare" d'orecchio, di mente, di memoria e d'anima.

Tutto questo panegirico mi è venuto fuori ascoltando questo straordinario LP che mi ha lasciato per metà allegro e per metà "triste"...

Bellissimo scritto, denso di emozioni

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  • 3 weeks later...
analogico_09

@ansonico Molto interessante il tuo contibuto, non è mai troppo tardi o troppo presto per queste cose! Anzi, mi sento un po' in colpa per aver dimenticato il 55esimo anniversario della morte di John Coltrane.

Una dimenticanza di forma.., la vicenda musicale ed esistenziale di Coltrane vive anche senza le "celebrazioni" ufficiali. Per quanto se ne sia tanto parlato e tanto ancora se ne parlerà, seguita a lasciare nelle orecchie e nell'animo dell'appassionato, potremmo dire dell'iniziatico, il dono supremo della Meraviglia musicale che permea in profondità la più "semplice" e "rilassata" interpretazione della "ballad" popolare - la quale ha rietranze di struggente poesia ed epifanici slanci di superiore arte , ben lontani dall'essere "audiofilmente" easy (secondo certe dicerie "consumistiche") - , fino alle estreme , "incendiarie" note del "free modale" (conio banalmente, riduttivamente,  all'impronta) che Coltrane abbraccia nelle ultime svolte della sua enorme parabola creativa avviandosi sempre più verso la strada del "non ritorno", verso una dimensione "metafisica" e "religiosa" se vogliamo, non solo estetica, artistica , poetica, esistenziale.

Più volte, parlando di Coltrane nelle varie discussioni, anche in questa mi sembra, ho cercato di porre l'accento sugli aspetti molteplici e totalizzanti della sua musica "estrema" che diventa anche una sorta di passaggio verso una dimensione spirituale non del tutto umana.., una sorta di "medium" che ci porta le voci delle genti che furono, le genti del blues, del gospel, del jazz, di tutta la musica afroamericana.

Ai tempi (fine anni '60), proveniente da My Favorite Things e da altri epocali album Atlantic, Impulse, ecc, dopo aver felicemente superato il "traumatico" e "sudato" impatto con A Love Supreme, al colmo dell'esaltazione, pensai che quella era e sarebbe rimasta la definitiva, "folgorazione" coltraniana... oltre la quale... cos'altro ancora? ...

Infondate le mie preoccupazioni.., dopo A Love Supreme, il "nostro" iniziò un relativamente breve ma intensissimo percorso pieno di nuove "folgorazioni" che si concluse con la morte e che, azzardo.., solo con la morte si sarbbe potuto concludere.

 

Al riguardo vorrei riprende le ultime frasi dell'interessantissimo articolo di "Tracce di Jazz", così ricco di notizie, di immagini piuttosto rare, di informazioni toccanti sulla morte del grande musicista così scrivo e riservato.

 

 

"John Coltrane ha lasciato uno dei lasciti artistico-sonori più ricchi del XX secolo. Con una carriera che abbraccia poco più di un decennio, ha registrato alcune dozzine di album, lasciando  classici nei diversi stili che comprendono la sua musica, dall’hard bop all’avanguardia, dal modale al free jazz. Blue Train, Giant Steps, A Love Supreme, Ascension, Meditations e Interstellar Space [**] rappresentano e sintetizzano la sua evoluzione espressivo-discorsiva, presentano tutta la trasformazione della sua musica, con alcuni dei dischi più rappresentativi realizzati all’epoca, componendo un imponente pannello musicale e lasciando senza risposta la domanda più pressante: quale sarebbe stato il suo prossimo passo? Dove sarebbe andata a finire la musica di John Coltrane?"

 

[**mi permetto di includere altri dischi "miliari": il poderoso "Live at Village Vanguard, Again!"; "OM"; "Kulu Se Mama"; Stellar Regions"; "Live in Japan" con la stravolgente interpretazione di My Favorite things; "The Olatunji Concert: the last live recorsing" ... ndr]

 

La musica di Coltrane è finita nella musica di Coltrane. In tutte le musiche di Coltrane: di "prima" e di "dopo". L'"estrema" musica di Coltrane è la prima musica di Coltrane. Non c'è separazione bensì un "pensiero", un"espressione" ed una "spiritualità" che discendono da un progetto mentale e trasfiguratore antico ed unitario, fusi insieme a tutte le "voci" della storia del jazz, della musica afroamenicana. La forma si fa sempre contenuto in Coltrane, come dicevo sopra: forma organica - corpo ed anima in mirabile equilibrio tra di loro - la qule è molto di più di una "semplice" benchè grande costruzione d'arte: diventa la voce dei padri e dei figli, degli antichi spiriti, degli spiriti che furono e di quelli verranno... Ciò vale per tutti i grandi musicisti, di ogni genere musicle, a cui la morte ha tolto l'ultima parola ma non la prima, non quella di mezzo, neppure parola che verrà dopo affidata alla voce del "silenzio"...


 

 

 

 

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analogico_09

 

 

Disco uscito nel 1976, raccoglie registrazioni del 67, 68 e 69, con il grande quintetto Davis, W. Shorter, H. Hancock, R. Carter, T. Williams.., ma non è una compilation, bensì un disco fondamentale tutto da scoprire e godere. Esce mentre Davis era in una sorta di ritiro forzato costellato da eventi drammatici... e si incavolò non poco con la CBS che aveva pubblicato musica "vecchia" con la quale il tromettista non voleva più a avere a che fare.., diceva lui.., mentre non ha mai smesso di "covare" anche nelle fasi più estreme della sua vita musicale ed esistenziale, echi lontani ma porofondi di KOB e di altre "vecchie" gemme musicali.., "cacchette".., come le definì Davis in persona in una intervista .che vidi in televisione di cui non ricordo nessuna coordinata per poterla rintracciare nel tubo... 

Si riconferma la grandezza anche compositiva di Wayne Shorter, autore di tutti i brani ndell'album, un grande che con il tempo diventerà ancora più grande... ma l'intero quintetto è stellare, tutti in evidenza, un interplay di raro equilibrio formale ed espressivo, da "musica da camera"...

 

Straordinaria l'interpretazione di Sweet Pea

 

 

 

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Mi permetto di segnalare Hellen Merrill per me una gradevolissima scoperta , qualcuno si farà una sonora risata🤣.

Però devo ammettere mi era scappata e si che canta accompagnata da Clifford Brown, Oscar Pettiford, Gil Evans , Stan Getz ed altri.

Una piacevolissima scoperta una voce delicata mai sopra le righe per me molto affascinante.

 

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Qualcuno mi spiega il jazz modale? Ieri ho ascoltato per la prima volta nefertiti di davis e le palpebre mi si sono chiuse dopo una ventina di minuti. È musica cerebrale fine a se stessa io non ci arrivo 

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1 ora fa, luckyjopc ha scritto:

È musica cerebrale fine a se stessa io non ci arrivo 

 

cerebrale potrebbe essere, ma non è qualità negativa o riduttiva,  di sicuro non è musica fine a se stessa. Ha radici musicali, poetiche e psichiche  profonde, antiche, ancestrali... Ma sono col cellulare non posso approfondire... 

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@luckyjopc A dire il vero, Lucky, già sul piano tecnico-virtuosistico strumentale, l'intero quintetto di Nefertiti e delle altre registrazioni realizzate nello stesso periodo davisiano alla fine dei '60, prepararatorie a mio modestoparere dell'ultimo  grande progetto rivoluzionario della storia jazz intitolato Bitches Brew, è semplicemente, oggettivamente, stellare. 

Su cosa pesti il "mortaio" in Nefertiti, per quanto riguarda invece i contenuti espressivi, resta una questione di gusti personali... io ci vedo del buon sale per arricchire le già ricche prelibatezze musicali... 😉

 

 

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@luckyjopc Non è un esercizio tecnico; è un'esperienza intellettuale e "morale"; una ricerca di nuovi suoni e di nuove prospettive espressive, cose di questo mondo, dunque umanissime.

Come dicevo sopra, dalla "ricerca" di Nefertiti, e di altri dischi coevi, "fratelli/gemelli, i dischi della "rarefazione" musicale, mi si passi il termine, la quale ha infinite sottotracce "minime" ma insidiose, tenaci e determinate, scaturisce la capitale rivoluzione del jazz davisiana che influenzerà anche altri generi musicali: pop, rock, prog, fusione, ecc.., con risultati più o meno buoni.

Se non se ne coglie il significato e la poesia musicale di un disco, di un genere musicale, è normale, sono tante le cose del mondo che ci sfuggono.

 

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@luckyjopc Oggi pomeriggio l'ho riascoltato (Nefertiti), anche a me risulta un po' "ostico", diciamo che

bisogna entrare nel mood..

-

Personalmente trovo il quasi coevo E.S.P. molto più "facile", più nelle mie corde.

Sarà forse per la meravigliosa "Little One", di Hancock...che si trova anche nel capolavoro a nome suo

"Maiden Voyage". 

Io preferisco la versione su M.Voyage, l'avro ascoltata 1000 volte...ma è questione di gusti.

 

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@luckyjopc In due parole :

con il modale possono bastare anche solo un paio di accordi (ma anche uno o addirittura solo una nota ) e poi si improvvisa con i modi appunto. 

Come esempio prendiamo uno dei brani jazz più famosi di sempre: So What di Miles Davis

Due soli accordi (RE minore  e  MIb minore ) Improvvisazione con le scale di RE dorico e MIb dorico.

Con il tonale gli accordi sono all'interno di una tonalità , prendiamo per esempio quella di DO , nel jazz si usa spessissimo la progressione II-V-I  ovvero seconda minore-quinta di dominante- maggiore, che altro poi non è che una variante del "famoso" giro di DO ovvero I-VI-II-V-I (un perfetto esempio è il gatto e la volpe di Bennato tanto per citare un brano che conoscono, penso, tutti)

Si toglie la VI e si parte dalla II per approdare alla I maggiore.

Poi su questo ci sono un miliardo di varianti ovviamente.

Il modale è meno complicato e cervellotico in un certo senso.

Qui due video sull'argomento , uno molto professionale ma più difficile da digerire,se non si conosce la musica ,dal migliore insegnante di piano jazz Italiano online   e l'altro altrettanto fatto bene ma un pò più digeribile da un altro youtuber nostrano:

 

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@dariob in effetti ho ascoltato recentemente anche esp. L’ascolto in cuffia me lo ha reso meno ostico, e l’ultimo brano( mood )con le spazzole della batteria in ostinato accompagnamento  mi ha interessato. Il tutto come un quadro astratto senza trasporto emotivo 

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