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Jazz!


analogico_09

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giorgiovinyl
4 minuti fa, gorillone ha scritto:

Io ho la prima stampa italiana del 74; proviene da una collezione che avevamo rilevato io e il mio figlioccio … poi lui ha venduto tutto 😔

Potevi lasciarlo al tuo figlioccio! L’alternativa è prendere una stampa italiana… anzi l’avrei già presa alla fiera del disco ma mi era stata promessa questa stampa USA ad un prezzo di non molto superiore…

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Lo scorso 24 aprile ho assistito al concerto del trio di Gonzalo Rubalcaba nell'ambito del Torino Jazz Festival, se vi capita, andate a sentirlo - dovrebbe essere ancora in giro in Italia - perché ne vale davvero la pena: molto molto bravo, con il suo pianismo venato di Sudamerica "latin", peraltro accompagnato da 2 musicisti altrettanto notevoli, sopratutto il batterista Ernesto Simpson, molto elegante e raffinato nel fraseggio 

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giorgiovinyl
5 minuti fa, landrupp ha scritto:

Lo scorso 24 aprile ho assistito al concerto del trio di Gonzalo Rubalcaba nell'ambito del Torino Jazz Festival, se vi capita, andate a sentirlo - dovrebbe essere ancora in giro in Italia - perché ne vale davvero la pena: molto molto bravo, con il suo pianismo venato di Sudamerica "latin", peraltro accompagnato da 2 musicisti altrettanto notevoli, sopratutto il batterista Ernesto Simpson, molto elegante e raffinato nel fraseggio 

Rubacalba visto dal vivo tanti anni fa

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10 minuti fa, landrupp ha scritto:

Gonzalo Rubalcaba

Grande pianista dalla tecnica sopraffina. L'ho apprezzato molte volte in concerto ed ogni volta sono tornato a casa contento di quello che avevo sentito. Dal punto di vista "pianistico-genetico" è assimilabile ad Oscar Peterson al quale aggiunge la genetica personale, offrendo sempre, anche negli assolo più torrenziali, la ricerca della melodia.

Ciao

D.

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analogico_09
17 ore fa, giorgiovinyl ha scritto:

Se ne è già parlato nel thread dedicato alle migliori album del 2024, ma voglio segnalare questo nuovo disco del pianista brasiliano Amaro Freitas Y’Y ispirato (d)all’Amazzonia. Non so se si può strettamente considerare jazz, ma grazie ad opere come questa lo spirito del jazz può sopravvivere e rendersi attuale. 
Incredibile l’uso percussivo del pianoforte. 

P.s. se conta qualcosa Freitas ha avuto la copertina, con intervista, del numero di marzo di Musica Jazz

Penso che in questa musica nella quale risuonano vari caratteri tra cui gli etnico- world, africanismi e orientalismi esotici, aspetti ricorrenti anche nel jazz,  non abbia nulla che fare col jazz, se non di striscio, per queste ricorsivita' che fanno la superfice, semmai, non gia' la sostanza estetica, spirituale, storica, espressiva della musica afriamericana. Dove il jazz non e' il calderone dentro cui poter infilare ogni musica di indistinta natura, quantunque degna ed interessante.
Questa omologazione indebita e' nell'interesse dell'industria, del consumismo, anche della critica che asseconda l'onda... Ci siamo soffermati numerose volte su questa faccenda, mi dispiace di dovermi trovare in disaccordo, Giorgio, ma lo spirito del jazz non sopravvive, non si riattualizza in queste musiche dell'oggi che esprimono altro. Forse potremmo cercare qualche forma di "eredità'" dello spirito del  jazz nei rap, hip hop, funky  "ghetto", "ribelle"(non a caso Miles David se ne fece cultore, sommo cantore, lungimirante e preveggente, nei primi anni '70 dopo aver creato l' estrema "rivoluzione" del jazz che ha come manifesto Bitches Brew, prima che il jazz si avviasse verso la "stasi" ritardata nel corso di qualche lustro dagli ultimi grandi leoni del jazz ancora in vita e prossimi alla morte) nate all' interno delle comunita' nere ed etniche della metropoli americana, nonostante si rimarchino differenze formali di " corpo" tra il jazz storico e i suoi "nipotini". Magari nel frattempo anche costoro saranno mutati, scaduti nella tirannia del "commercio".

 

P.S. il pianoforte "percussivo" proviene dalla marimba africana da altri strumenti orientali, balinesi.., etc..(nel medioevo lo importammo anche noi delle culture musicali dell'occidente) e' nei cromosomi del jazz ma non per questo ogni musica che ne faccia anch'essa uso  

discenda dal jazz, ne interpreti lo spirito. Idem per quanto riguarda lo "swing" che è nelle musiche di Bach, e non solo, il pianismo percussivo era molto in usa anche tra i romantici, possa sostituirsi in spirito e in forma al jazz dei neri americani che, purtroppo, fu. 

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analogico_09
14 ore fa, damiano ha scritto:
15 ore fa, landrupp ha scritto:

Gonzalo Rubalcaba

Grande pianista dalla tecnica sopraffina. L'ho apprezzato molte volte in concerto ed ogni volta sono tornato a casa contento di quello che avevo sentito. Dal punto di vista "pianistico-genetico" è assimilabile ad Oscar Peterson al quale aggiunge la genetica personale, offrendo sempre, anche negli assolo più torrenziali, la ricerca della melodia.

Ciao

D.

 

Lo ascoltai con Charlie Haden al Teatro dell'opera, 2000, sicuramente c'eri, un concerto basato sul progetto discografico "Nocturne" che, raffinatissimo, idem il concerto, trovai un pochino troppo "rilassato"? Preferisco l'altra temperie musicale hadeniana. Certamente Rubalcaba è un ottimo pianista, non ebbi modi di ascoltarlo altre volte dal vivo e di approfondirlo da disco, salvo ascolti .vari ma occasionali. Proverò a porCI rimedio... :classic_biggrin:

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analogico_09
20 ore fa, damiano ha scritto:
Il 27/4/2024 at 16:53, analogico_09 ha scritto:

Probabilmente c'eri anche tu al Teatro Iovinelli ad ascoltare  per la prima ed ultima volta Pharoah Sanders, non ricordo l'anno.., verso i primi del 2000?

Certo che c'ero 🙂, mi pare fosse febbraio o marzo, anche io ho ricordi confusi. Ci sono andato per dar retta a mio fratello, anche lui appassionato di jazz, perché le ultime prove discografiche non prevedevano nulla di buono. Musica...che faccio, lo dico?...? direi new age, grandi soffiate non più rabbiose ma addomesticate.....

Ciao

D.

Ecco.., meno male, la tua testimonianza mi rincuora, vivevo nell'atroce senso di colpa che ad essere "stonato", annoiato e distratto quella sera al Jovinelli fossi io e non già la musica di Sanders. Dici bene.., new age, io ho parlato di "maniera.., insomma fu quella roba là... Pazienza, questo non scalfirà il ricordo di grandezza che coltiviamo di Pharoah Sanders, però a volte andare in pensione può essere divertente.., io tutto sommato mi ci diverto alquanto ... :classic_tongue: :classic_biggrin:

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2 ore fa, analogico_09 ha scritto:

Pazienza, questo non scalfirà il ricordo di grandezza che coltiviamo di Pharoah Sanders, però a volte andare in pensione può essere divertente.., io tutto s

Nulla potrà scalfire il periodo 67-71, secolo scorso, di Sanders. Tutto quanto prodotto è scolpito nell'olimpo degli imperdibili. Purtroppo ai concerti ai quali ho assistito ne era rimasta una piccola traccia...

Ciao

D.

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giorgiovinyl
Il 29/04/2024 at 10:47, analogico_09 ha scritto:

Penso che in questa musica nella quale risuonano vari caratteri tra cui gli etnico- world, africanismi e orientalismi esotici, aspetti ricorrenti anche nel jazz,  non abbia nulla che fare col jazz, se non di striscio, per queste ricorsivita' che fanno la superfice, semmai, non gia' la sostanza estetica, spirituale, storica, espressiva della musica afriamericana. Dove il jazz non e' il calderone dentro cui poter infilare ogni musica di indistinta natura, quantunque degna ed interessante.
Questa omologazione indebita e' nell'interesse dell'industria, del consumismo, anche della critica che asseconda l'onda... Ci siamo soffermati numerose volte su questa faccenda, mi dispiace di dovermi trovare in disaccordo, Giorgio, ma lo spirito del jazz non sopravvive, non si riattualizza in queste musiche dell'oggi che esprimono altro. Forse potremmo cercare qualche forma di "eredità'" dello spirito del  jazz nei rap, hip hop, funky  "ghetto", "ribelle"(non a caso Miles David se ne fece cultore, sommo cantore, lungimirante e preveggente, nei primi anni '70 dopo aver creato l' estrema "rivoluzione" del jazz che ha come manifesto Bitches Brew, prima che il jazz si avviasse verso la "stasi" ritardata nel corso di qualche lustro dagli ultimi grandi leoni del jazz ancora in vita e prossimi alla morte) nate all' interno delle comunita' nere ed etniche della metropoli americana, nonostante si rimarchino differenze formali di " corpo" tra il jazz storico e i suoi "nipotini". Magari nel frattempo anche costoro saranno mutati, scaduti nella tirannia del "commercio".

P.S. il pianoforte "percussivo" proviene dalla marimba africana da altri strumenti orientali, balinesi.., etc..(nel medioevo lo importammo anche noi delle culture musicali dell'occidente) e' nei cromosomi del jazz ma non per questo ogni musica che ne faccia anch'essa uso  

discenda dal jazz, ne interpreti lo spirito. Idem per quanto riguarda lo "swing" che è nelle musiche di Bach, e non solo, il pianismo percussivo era molto in usa anche tra i romantici, possa sostituirsi in spirito e in forma al jazz dei neri americani che, purtroppo, fu. 

Allora Peppe forse hai ragione tu, Amaro Freitas non è jazz nel senso tradizionale. 
Per me è comunque un gran disco, ha una “scintilla” dentro che altri dischi di jazz contemporaneo più  canonico, ormai nel canone rientrano anche il modale e L’Avana garde, non hanno. 
Però l’impressione è che Freitas sia un artista sincero, non ci vedo ne industria ne consumismo. Ha avuto ottime recensioni, il Guardian, il New York Times, quindi è piaciuto alla critica, ma quante copie può vendere un disco come il suo? Incide pure per una piccola etichetta indipendente. 

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Gaetanoalberto

AMARO FREITAS

Per chi ha l'abbonamento, posto di seguito il contenuto de "Conoscere l'artista" , con i tratti biografici, e la recensione del disco, tratti da Qobuz.

Al di là degli aspetti tutto sommato secondari legati alle classificazioni, trattandosi di bella musica che vale come tale, mi sembrano molto interessanti i tratti biografici del musicista. Ancora oggi è possibile il sogno per un "povero" di realizzarsi attraverso la musica.

 

BIOGRAFIA ARTISTICA

 

 


ALBUM E RECENSIONE

 

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analogico_09
11 ore fa, giorgiovinyl ha scritto:

Allora Peppe forse hai ragione tu, Amaro Freitas non è jazz nel senso tradizionale. 
Per me è comunque un gran disco, ha una “scintilla” dentro che altri dischi di jazz contemporaneo più  canonico, ormai nel canone rientrano anche il modale e L’Avana garde, non hanno. 
Però l’impressione è che Freitas sia un artista sincero, non ci vedo ne industria ne consumismo. Ha avuto ottime recensioni, il Guardian, il New York Times, quindi è piaciuto alla critica, ma quante copie può vendere un disco come il suo? Incide pure per una piccola etichetta indipendente. 

 

Non ho scritto, Giorgio, che non sia un ottimo disco, per quel che rappresenta, né che non sia sincero o non ispirato. mentre il discorso della commercialità ed industria, sul consumismo, era riferito al fenomeno generale, alla tendenza per me impropria e supoerficiale, nefasta di infilare ogni genere musicale ibridato e di incerta classificazione indistintamente nel calderone - tale si vorrebbe diventasse da parte di qualcuno che che ragiona con le idee degli altri, fraintendendole - del jazz.
Ho avuto modo più volte di dire quale sia la mia idea sulla identitarietà inalienabile del jazz, una musica nella quale confluiscono i caratteri di altre musiche che vengono organicamente saldate in quello che è lo spirito di questa musica afroamericana, del "popolo del blues".  Ciò che dici della realtà musicale di Freitas giustamente apprezzata, e che io non disdegno affatto, né intendo sottovalutare, mi trova d'accordo, e, rispondendo anche all'altro utente che riporta le cose scritte da altri in maniera forfettaria che in parte avevo già osservato nel mio intervento, non basta ispirarsi ad un musica , prendendo da essa alcuni spunti, "paradigmi" di forma e di stile che finiscono per rappresentare la superfice della musica "prenditrice" nella quale permangono in maniera preminente e caratterizzatrice i propri aspetti linguistici, formali, estetici-espressivi, assolutamente validi, apprezzabili, non di meno nobili nonostante non sia classic ficata come jazz. Una musica che nessuno vieta si possa identificare o "classificare" attraverso una propria specifica o generica etichetta: non comprendo quest'ansia di doverla ficcare a forza nella casa del jazz che non è una casa di "apuntamenti"... consentimi l'ironia...
Dove si sa che le etichette, che mi stanno strette, sono sempre qualcosa di approssimativo, mentre la forte identità musicale, razziale, antropologica, culturale, storica  del jazz fa si che la sua "etichetta" sia IGP, DOC o DOCG, inimitabile, inalterabile. Sennò penso che un buon tre quarti di musiche popolari, non "colte" o "scritte", di tutto il mondo, nelle discoteche le dovrebbero mettere all'ammucchiata - come purtroppo a volte davvero accade - nella gondola  o scaffale del "jazz...

 

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analogico_09
3 ore fa, Gaetanoalberto ha scritto:

Al di là degli aspetti tutto sommato secondari legati alle classificazioni, trattandosi di bella musica che vale come tale, mi sembrano molto interessanti i tratti biografici del musicista. Ancora oggi è possibile il sogno per un "povero" di realizzarsi attraverso la musica.

 

Queste sono osservazioni fuori traccia, non c'entrano nulla con il discorsi, con lo scambio di idee avuto fin qui tra il sottoscritto e
@giorgiovinyl,. Nessuno  pensa né scrive che i "poveri" non possano sognare di realizzarsi attraverso la musica, detto da uno come il sottoscritto che sta-ama il jazz anche perchè è (stata) una musica nella quale si sono realizzati nel corso di anni, secoli.., artisticamente, spiritualmente, razzialmente, umanamente, ecc, le personer del  "popolo del blues", sia i musicisti sia gli ascoltatori che entrando in simbiosi mentale e spirituale con chi suona lo strumento, dove in qualche modo anch'essi in virtù di ciò esprimono una forma di musica senza suoni, e con suoni, canti e balli, spesso anche con il "pianto, con la gioia e il dolore.

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